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Conceptual Papers

Alla ricerca di una definizione operazionale di vita – LA MOLECOLA A TEMPO IN-DETERMINATO

Rinaldo Octavio Vargas, sociologo & & Eugenia D’Alterio, biologa

                        

La nozione di vita e i sistemi di riferimento

Parlare di cosa sia la vita trascina con sé svariate emozioni e suggestioni. Suscita ancora maggiore complessità se questo parlare è espresso nelle varie lingue e culture, dove molteplici processi sono richiamati. Le immagini concettuali dipenderanno, certamente, dal sistema di riferimento culturale di ciascuno e, decisamente, le opinioni religiose e politiche della cultura di riferimento costituiscono griglie decisive nell’interpretazione circa cosa sia la vita. Risulta così che, per un ricercatore secolarizzato, la denominazione stessa di vita è un interessante punto di riflessione e ricerca.

I discorsi enciclopedici della modernità hanno tramandato tentativi di chiarimenti ancora metafisici. Ad esempio, è comune in Occidente, iniziare una disquisizione accademica circa la vita facendo riferimento all’espediente dell’etimologia. Anche un pensatore della Post-Modernità, quale Giorgio Agamben, cercando di impostare una delucidazione circa il bio-potere o la bio-politica, percorre precisazioni etimologiche. Risalendo alla distinzione greca tra ZOÉ e BIOS, egli puntualizza che ZOÉ indica “vita qua vivimus” ossia  “vita naturale”, la “proprietà d’essere vivente”, l’opposizione alla morte e il semplice fatto di vivere, comune a tutti gli esseri viventi, differenziando da BIOS, “vita quam vivimus” ossia la vita qualificata, di qualsiasi genere, la forma o il modo di vivere proprio a un individuo o a un gruppo.[1]

Evidentemente, il filosofo romano allievo di Foucault, distingue tra ZOÉ, vita naturale, e BIOS, una particolare forma di vita, facendo riferimento alla differenziazione del pensiero greco che stabilisce la distinzione tra vita naturale (zoé) come ciò che si relega al dominio della “casa” e bios come quella che è all’origine della polis. Il suo proposito è sviluppare la sua nozione di “vita nuda”, necessaria alle sue considerazioni circa la bio-politica.

Certamente, il pensiero comune, considererebbe che in queste note, circa il concetto della vita, ci siamo smarriti. Sarebbe facile dire, ad esempio, che vita è “soffio vitale”, proprietà di cui si avvalgono le religioni abramitiche. Tale semplificazione è a volte auspicabile, a volte insufficiente. Ad esempio, la biologia, definita come scienza che studia tutto ciò che riguarda “vita” (βίος), non ha ancora sviluppato nessuna branca specifica per lo studio del “soffio vitale”. I molteplici livelli di scala della ricerca, elencati a seguito, rendono idea della complessità della bisillaba vita, una volta che si esce dalla concezione del creazionismo. [2]

  • scala molecolare con la biologia molecolare e la genetica molecolare, che comporta lo studio di grandi molecole biologiche, della loro struttura, delle loro proprietà e interazioni
  • scala cellulare con la citologia
  • scala multi-cellulare con l’istologia
  • scala di strutture e processi di un organismo con l’anatomia, la biochimica e la fisiologia
  • scala dello sviluppo di un organismo con la biologia dello sviluppo
  • scala di popolazione di organismi con la genetica delle popolazioni
  • scala di interazioni, comportamenti e adattabilità tra popolazioni di organismi con l’etologia
  • scala di multi-specie (lignaggio e discendenza) con la sistematica (paragone e classificazione di organismi viventi ed estinti)
  • scala ecologica che studia gli ecosistemi, cioè le interazioni tra gli organismi viventi e il loro ambiente abiotico e lo studio dell’evoluzione
  • scala dell’esobiologia o speculativa circa le possibilità di vita extraterrestre.

Certo, tale complessità emerge, soltanto, quando il soggetto della riflessione riesce a rappresentare la questione della vita nella rete di potere che controlla la sua definizione e la ricerca di base con ulteriori speculazioni relative al sistema di riferimento. Colpisce, comunque, osservare come ricercatori coinvolti in tentativi di una definizione operazionale, circa la vita, non prestino sufficiente attenzione al mondo ideologico che domina i loro vocabolari, denotando un deficit nella loro formazione in termini di sociologia della conoscenza. Ciò ha delle conseguenze sul modo in cui i mass media e la gente comune continuano a rappresentarsi questioni che dovrebbero essere, pubblicamente, ormai secolarizzate.

Ogni ricercatore sa che la nozione di vita come “soffio vitale” o come “infuso” dato da un essere divino ad una materia inerte, tuttora, non è riuscita ad essere tradotta in una definizione operazionale. Le esigenze di soddisfare bisogni adattativi dell’uomo, quale la risoluzione di una malattia, hanno comunque spinto il mondo della ricerca a stabilire una definizione strumentale di vita. Lasciando da parte una discussione circa la questione del bio-potere e della bio-politica[3], pragmaticamente, e paradossalmente, bisogna essere in accordo su cosa si intende per vita prima di per poter parlare, in ambito medico e farmaceutico, di diagnostica e terapeutica.

Da un punto di vista costruttivista si potrebbe asserire che “vita” sia un attributo di tutti quei essenti che si presentano come sistemi organizzati, relativamente autonomi, e che attraversano tappe che possono essere denominate nascita, sviluppo, differenziazione e riproduzione, conservando una loro integrità strutturale che, oltre la vita si disperde. In ogni modo, in ogni ambito specifico, il termine assume valenze proprie.

Certamente, ancora durante la Modernità, parlare dell’attributo ‘vita’ comportava esprimersi in relazione alla polemica attorno alla riducibilità o irriducibilità della vita ai fenomeni fisico-chimici. L’irriducibilità è stata la posizione dei vitalisti, i quali riconducevano la vita ad un quid chiamato da C. Bernard “forza vitale”. Al vitalismo è stata rivolta la critica di proporre come causa della vita nulla di osservabile. Oggi, con i progressi della biologia e della genetica, la polemica ha perso consistenza anche per le precisazioni metodologiche offerte dalla ricerca che non intende pronunciarsi sulla natura del reale, ma semplicemente comportasi osservando quanto le attività vitali possono essere spiegate, adeguatamente, in termini fisico-chimici. Una definizione operativa o operazionale consiste in una modalità di tradurre i termini teoretici di una nozione in un complesso di regole, seguendo le quali, ciascun singolo stato su una proprietà viene trasformato in dato, e, di conseguenza, l’intera proprietà viene trasformata in variabile. Tale attività è sempre eseguita dai ricercatori scientifici al fine di eseguire sperimentazioni che possano documentare la probabilità statistica di un’ipotesi e/o teoria. La necessità di trasformare i termini teoretici in dato deriva dal fatto che nella sperimentazione, che procede secondo i canoni del metodo scientifico, sono necessarie le misurazioni. Infatti, il dato è il contenuto di una cella della matrice dei dati. La frase “i dati della ricerca” va intesa in questo senso. Essa non si riferisce ai risultati di una o più analisi. Se le informazioni raccolte da una ricerca non sono trattate per l’immissione in una matrice (cioè non si sono definite operativamente le proprietà) è il caso di non chiamarle “dati” ma, informazioni. Queste sono regole condivise dalla ricerca e perciò quando in biologia si fa ricerca di base si rende necessaria una definizione operativa della nozione vita. Ugualmente, è indubbia l’importanza che, in ambito medico, farmaceutico, di diagnostica e terapeutica, una tale definizione operazionale di vita rappresenti.

I biologi cercano di giungere ad un accordo su quale dovrebbe essere la definizione operativa di vita, ma la maggior parte concorda che la manifestazione di una capacità di evolversi e adattarsi è fondamentale per una definizione operazionale circa il concetto di vita. E concordano, anche, che avere un modello operativo di vita potrebbe fornire delle intuizioni circa come la vita è cominciata e circa quanto la vita sia speciale, o meno, nell’universo. Un tale modello sperimentale di vita, potrebbe, inoltre, fornire degli indizi su come riconoscere, operativamente o funzionalmente, la vita nel caso inciampassimo in essa lì, fuori tra le stelle.

In ogni modo, nell’ambito della biologia molecolare, è emersa una definizione strumentale di vita che gode di largo consenso, conosciuta come la definizione circa la vita fornita dalla NASA. Essa postula che la vita è un sistema chimico autosufficiente e auto-replicante capace di esperire evoluzione in termini darwiniani. Da una tale premessa deriva che un sistema genetico è fondamentale per la vita.

La capacità di sintetizzare operativamente la vita sarà un evento di profonda importanza, paragonabile, secondo Freeman John Dyson, all’invenzione dell’agricoltura o della metallurgia.

Considerando che sulla Terra, ogni forma di vita autonoma, come noi la conosciamo, è basata sul DNA, un acido nucleico che contiene le istruzioni per la produzione e il funzionamento delle cellule viventi in un “alfabeto” di quattro “lettere” lungo la sua struttura chimica a doppia elica, molta della ricerca si centra nella possibilità di sviluppare un modello operativo di vita in laboratorio. Al centro di tale ricerca vi è un’altro acido nucleico, l’RNA o acido ribonucleico. Le molecole di RNA, normalmente, vengono sintetizzate attraverso un processo, conosciuto come trascrizione del DNA, dove un filamento di DNA viene ricopiato nel corrispondente filamento di RNA.

Ma, nell’immaginario collettivo popolare una delle domande solite è come “la vita” ha avuto inizio sulla Terra. Almeno, fuori dall’ambito prettamente scientifico e/o accademico, è molto probabile che, la nozione di vita non può che essere antropomorfica, per cui è plausibile che l’immagine ad essa associata sia quella della creazione divina dei viventi. Avere intuizioni diverse circa cosa sia ‘la vita’ è verosimile per chi ha una formazione scientifica evoluzionista e/o secolarizzata. Infatti, da quando l’Occidente ha iniziato a pensare – e a documentare a livello sperimentale e di modelli – che per vita, piuttosto che un atto di creazione appartenente ad un progetto teologico, si intenda un processo evolutivo, la ricerca si è concentrata su processi bio-chimici. Allo stato attuale, si può asserire che molecole che possono produrre copie di se stesse sono ritenute cruciali per la comprensione del processo chiamato vita, in quanto forniscono la base per l’ereditarietà, una caratteristica fondamentale dei sistemi viventi.

Tra i passi significativi fatti verso una possibile risposta a questa domanda secolarizzata si annovera la ricerca condotta da Gerald F. Joyce e Tracey A. Lincoln dello Scripps Research Institute. Essi hanno realizzato una molecola in provetta capace di replicarsi da sola, ribattezzata “molecola immortale”. Si tratta di una forma di RNA, ossia essi hanno sintetizzato per la prima volta enzimi di RNA che possono replicarsi, senza l’aiuto di proteine o altri componenti cellulari, e il processo procede a tempo indeterminato. [4]

Nel mondo moderno, il DNA porta la sequenza genetica di organismi relativamente complessi, mentre l’RNA dipende dal DNA, non solo per la sua sintesi ma, anche, per eseguire le sue funzioni, quale la costruzione di proteine. Ma, una teoria di spicco sulle origini della vita, chiamata l’ipotesi del Mondo a RNA (termine utilizzato per la prima volta dal nobel Walter Gilbert nel 1986), propone la presenza di forme di vita primordiali basate esclusivamente sull’RNA da cui si sarebbe evoluto l’attuale sistema comprendente anche DNA e proteine che, rispetto al solo RNA, presenta notevoli vantaggi in termini di stabilità e flessibilità. La teoria argomenta che poiché l’RNA può funzionare sia come gene che come enzima, l’RNA avrebbe potuto venire prima del DNA e della proteina e avrebbe potuto agire come la molecola ancestrale della vita.[5]

A favore dell’ipotesi che l’RNA abbia assunto un ruolo chiave negli organismi primitivi, prima del DNA, c’è la capacità catalitica di alcune molecole di RNA (ribozimi).

Tuttavia, pur se il processo di copia di una molecola genetica, che è considerato una qualifica di base per la vita, sembra essere estremamente complesso, coinvolgendo molte proteine e altri componenti cellulari [6] per anni i ricercatori si sono chiesti se potesse esserci qualche modo più semplice per ‘copiare’ RNA, dallo stesso RNA. Alcuni passi sperimentali lungo questa strada erano già stati fatti nello stesso laboratorio di Joyce e di altri ricercatori, ma nessuno aveva potuto documentare che la replica dell’RNA potesse essere auto-propagante, cioè, portare a nuove copie di RNA che potessero copiare se stesse.

Evoluzione in Vitro

L’esplorazione del concetto di replica dell’RNA, sviluppata da Joyce & Lincoln, è iniziata con un metodo di “adattamento forzato” conosciuto come “l’evoluzione in vitro”. L’obiettivo era quello di prendere uno degli enzimi di RNA, già sviluppato in laboratorio, in grado di svolgere la chimica di base della replicazione e migliorarlo al punto che potesse guidare con efficienza una auto-replicazione perenne. Il gruppo di ricerca sintetizzò in laboratorio un gran numero di varianti dell’enzima dell’RNA che sarebbero chiamate a fare il lavoro, conducendo l’esperimento della procedura in provetta per ottenere quelle varianti che sono state più abili ad unire insieme i pezzi di RNA.

In definitiva, questo processo ha permesso al team di isolare una versione evoluta dell’enzima originale che ha l’abilità di auto-duplicarsi o replicare se stessa in modo molto efficiente, cosa per la quale, molti gruppi di ricerca, tra cui il gruppo di Joyce, avevano lottato per anni di ottenere. L’enzima migliorato soddisfò l’obiettivo primario di essere in grado di esperire replica perpetua.

Prehistoric copier.

The RNA world couldn’t have existed without a ribozyme that could copy RNA molecules

http://news.sciencemag.org/sciencenow/2001/05/17-01.html

Immortalando informazione molecolare

Il sistema di replicazione prevede in realtà due enzimi, ciascuno composto da due sub-unità e ciascuno funzionante come un catalizzatore che assembla l’altro. Il processo di replica è ciclico, nel senso che il primo enzima lega le due sub-unità che compongono il secondo enzima e le unisce per fare una nuova copia del secondo enzima stesso, mentre il secondo enzima si lega in modo simile e unisce le due sub-unità che compongono il primo enzima. In questo modo i due enzimi si assemblano tra loro – ciò che si definisce ‘replicazione incrociata’. Far sì che il processo prosegua indefinitamente richiede, in partenza, solo una piccola quantità dei due enzimi e un rifornimento costante di sub-unità. Detto da Joyce, in un linguaggio che accende la metafisica popolare, “Questo è l’unico caso al di fuori della biologia in cui l’informazione molecolare è stata immortalata”. Detto in linguaggio secolarizzato, si tratta di assumere informazione molecolare a tempo indeterminato.

Non contenti di fermarsi lì, i ricercatori hanno generato una serie di coppie di enzimi con caratteristiche (capacità) simili. Hanno mescolato 12 differenti coppie di ‘replicazione incrociata’ insieme a tutte le loro sub-unità costituenti e permesso loro di competere in un test di sopravvivenza dei più adatti. La maggior parte delle volte gli enzimi replicanti si riproducono in modo corretto, ma a volte un enzima commetterebbe errore legando una delle sub-unità da uno degli altri enzimi replicanti. Quando queste “mutazioni” si sono verificate, gli enzimi ricombinati ottenuti sono stati capaci di replicazione sostenuta, con i replicanti più in forma crescendo in numero da dominare la miscela.

La ricerca mostra che il sistema può sostenere informazione molecolare, una forma di ereditarietà, e dare luogo a variazioni di se stesso in un modo simile all’evoluzione darwiniana. Tale dimostrazione costituisce per Joyce & Lincoln “il più grande risultato” e ciò è comprensibile perché per validare l’ipotesi della vita come un sistema chimico auto-sufficiente e auto-replicante capace di esperire evoluzione, ci vuole una sorta di “informazione genetica”.

Ciò che è reso in laboratorio, da Joyce, Lincoln e il loro gruppo, non è, propriamente, ‘vita’ ma i risultati sono in grado di dimostrare che ha delle proprietà simili a quelle della vita.

Bussando alla porta della vita

Il gruppo sta perseguendo potenziali applicazioni delle loro scoperte nel campo della diagnostica molecolare, ma tale lavoro è legato ad un documento di ricerca attualmente in revisione, per cui i ricercatori non possono ancora discutere questo aspetto.

Ma, il valore principale del lavoro, secondo Joyce, è a livello di ricerca di base: “Quello che abbiamo scoperto potrebbe essere importante per comprendere come inizia la vita, in quel momento chiave in cui l’evoluzione darwiniana ha inizio.” Lui è pronto a sottolineare che, mentre i sistemi enzimatici di RNA auto-replicanti condividono certe caratteristiche della vita, essi non sono di per sé una forma di vita.

Dunque, se l’origine storica della vita non potrà mai essere ricreata con precisione, così, senza una macchina del tempo affidabile, si deve invece affrontare la questione relativa a se la vita potesse mai essere creata in laboratorio. Questo potrebbe, naturalmente, fare luce sull’idea di come l’inizio della vita potrebbe essere immaginato, almeno a grandi linee. “Noi non stiamo cercando di riprodurre il nastro”, dice Lincoln del loro lavoro, “ma potrebbe dirci come fare per avviare il processo di comprensione della nascita della vita in laboratorio.”

Joyce dice che solamente quando un sistema sviluppato in laboratorio ha la capacità di evolvere nuove funzioni da solo può essere correttamente chiamato vita. “Noi stiamo bussando a quella porta”, dice, “ma, beninteso, non ci siamo ancora riusciti”.

Le sub-unità di enzimi che il team ha costruito contengono ciascuna molti nucleotidi, quindi sono relativamente complesse e non qualcosa che sarebbe stato trovato galleggiante nel brodo primordiale. Infatti, la questione più difficile è spiegare come, da semplici composti organici, concentrati nei mari di un brodo primordiale, poterono formarsi delle cellule dotate dei requisiti minimi essenziali per poter essere considerate viventi, cioè l’acquisizione della capacità di utilizzare materiale presenti nell’ambiente per mantenere la propria struttura, organizzazione e potersi riprodurre.

Ma, mentre i mattoni primordiali, probabilmente, sono stati qualcosa di più semplice, quello di positivo che c’è è che il lavoro, finalmente, mostra che una più semplice forma di vita basata sull’RNA è almeno possibile, e ciò dovrebbe guidare ulteriori ricerche per esplorare la teoria del mondo ad RNA, circa l’origine della vita.

La scienza dovrebbe essere aperta a che non vi sia contraddizione tra capire un sistema in termini di contenuti della sua informazione secondo modelli conosciuti e capirlo in termini più astratti. Quando si tratta di giungere alla comprensione circa ciò che sia la vita, come essa funzioni e quale forma essa potrebbe assumere in altri luoghi dell’universo, Dawkins, infatti, ci invita a pensare ad essa nei termini più astratti di informazione, computazione e feedback, piuttosto che in termini di acidi nucleici, zuccheri, lipidi e proteine.

RNA WORLDThat is Genesis according to the “RNA world

La riproduzione è il lavoro di ogni forma di vita o sistema vivente e gli organismi terrestri si sono evoluti attraverso una serie di spettacolari accorgimenti per aumentare le probabilità di successo, dalle piume dei pavoni ai canti delle balene. Creare un forma di vita semplice in laboratorio, pur se in un ditale di liquido in una provetta, come le molecole di RNA artificiali capaci di evolversi, di Joyce & Lincoln, significa stabilire una definizione operativa circa cosa gli scienziati intendono per vita, con tutte le sue implicazioni per i tessuti sociali che amministrano la vita, sia nel senso di come ci è stata raccontata, sia nel senso di come ancora ci potrebbe essere raccontata. Se l’uomo è parola e vive nella parola, allora i contenuti della parola vita contano per la rappresentazione con cui l’uomo vive se stesso e gli altri.

Fonti immagini in ordine cronologico:

http://www.studio360.org/2011/apr/22/eco-art/slideshow/

http://news.sciencemag.org/sciencenow/2001/05/17-01.html

http://sage.ucsc.edu/L1/


[2] Il creazionismo è la credenza che ciò che chiamiamo universo, Terra, vita e uomo siano il risultato di un intervento diretto di una o più divinità o entità la cui esistenza è presupposta. Praticamente tutte le civiltà antiche hanno, nella loro mitologia, un racconto che spiega l’origine del mondo in questi termini. In Occidente, dove nascerà un pensiero secolare e un’indagine scientifica, l’interpretazione letterale del creazionismo è stata dominante fino al 700 ed ancora lo è a livello popolare. Nell’accezione moderna, il termine ‘creazionismo’ nacque quando le prime osservazioni geologiche e paleontologiche, condotte col metodo scientifico iniziarono a porre in dubbio l’interpretazione della genesi biblica riguardo all’origine degli esseri viventi e dell’uomo. Oggi il termine “creazionismo” si usa in riferimento a quelle posizioni che rifiutano una spiegazione naturalistica dello sviluppo della vita escludente un qualsiasi intervento sovrannaturale, ed in particolare modo la teoria dell’evoluzione, adducendo a sostegno del loro rifiuto motivi religiosi. Attualmente, le posizioni creazionistiche sono sostenute, in particolar modo, da esponenti dell’interpretazione delle nostre esperienze attraverso la Bibbia, il Corano e i Veda e altri testi che ritengono i risultati della scienza incompatibili con la descrizione della creazione.

[3] La questione del bio-potere e della bio-politica è stata sollevata da Foucault nelle sue indagini circa le dinamiche dei modelli di sovranità che regolano i rapporti fra diritto e vita, pur se il termine bio-politica è un concetto utilizzato per la prima volta da George Bataille all’inizio del Novecento. La bio-politica è il terreno in cui agiscono le pratiche con le quali la rete di poteri gestisce le discipline del corpo e le regolazioni delle popolazioni. È un’area di incontro tra potere e sfera di vita. Il bio-potere o potere sulla vita si sviluppa nella Modernità in due direzioni: (1) la gestione del corpo umano nella società dell’economia di mercato e della finanza, la sua utilizzazione e il suo controllo e (2) la gestione del corpo umano come specie, base dei processi biologici da controllare per una bio-politica delle popolazioni. Tra queste pratiche di controllo si annovera la medicina. Il controllo delle condizioni della vita umana diventa un affare politico, un affare economico. Con la secolarizzazione degli stati, si rovescia la vecchia simbologia del potere, legato al sangue e al diritto di morte, in una nuova, in cui il potere, mediante gli apparati di stato, garantisce la vita. In questo modo, il potere, più di prima, ha accesso al corpo. Ma al contempo il Novecento mostra che nella Modernità, più che mai nella storia, la politica mette in gioco la vita delle persone. Conseguenza dell’irruzione del bio-potere è che la legge concede spazio alla norma: la struttura rigida della legge permette di minacciare la morte, ma la norma è anche adatta a codificare la vita. Per questo il Liberismo è il quadro politico che fa da sfondo alla bio-politica. In questo quadro, si inserisce, negli anni 60, l’azione di resistenza al potere con la sua rivendicazione di vita non alienata. Discipline che vanno dalla chimica  alla biologia, alla genetica e alla scienza statistica, saperi tanto cari alla medicina, hanno contribuito a tratteggiare le linee della “normalità” e a fornire alle sfere di potere gli strumenti concettuali per la gestione delle attività biologiche. Foucault, continuando e approfondendo la riflessione di Georges Canguilhem, individua nell’affermazione del binomio normale-patologico nella scienza medica, nell’imposizione di sistema di previdenza o assicurazioni in sfera economica e nell’avvento dell’igienismo, le tappe fondamentali attraverso le quali si attua questo passaggio alla bio-politica.

[4] Gerald F. Joyce and Tracey A. Lincoln, Self-Sustained Replication of an RNA Enzyme, SCIENCE VOL. 323 27 February 2009, www.sciencemag.org

[5] Secondo l’ipotesi del mondo ad RNA, tale macromolecola potrebbe essere stata originariamente l’unica responsabile della vita cellulare o pre-cellulare. Alcune teorie relative all’origine della vita presentano l’informazione e la catalisi mediata da RNA come primo passaggio nell’evoluzione della vita cellulare. L’RNA è infatti in grado di immagazzinare informazione ma, rispetto al DNA, è in grado anche di catalizzare reazioni come gli enzimi proteici.

[6] Michael P. Robertson and Gerald F. Joyce, The Origins of the RNA World, Cold Spring Harbor Perspectives in Biology, http://cshperspectives.cshlp.org/cgi/doi/10.1101/cshperspect.a003608 published online April 28, 2010

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