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Conceptual Papers

Sull’evoluzione della salute umana – IL SISTEMA DI AUTO-GESTIONE E L’EFFETTO PLACEBO

Rinaldo Octavio Vargas, sociologo. Eugenia D’Alterio, biologa

LEAD

L’effetto placebo è un effetto pervasivo ed misconosciuto nel mondo della medicina. La ricerca sul placebo ha ricevuto un impulso intellettuale con l’Harvard Placebo Study Group, parte del programma Mind-Brain-Behaviour Initiative dell’Harvard University, che ha come obiettivo studiare l’effetto placebo. Vista la sua rilevanza per la medicina, “Retroscena della Medicina nella Post-Modernità” offre una serie di spunti sull’argomento dalla prospettiva dell’evoluzionismo. Questi spunti si rifanno al recente
lavoro di Nicholas Humphrey, per Current Biology, “The Evolved Self-Management System”, riferiti, in anteprima, lo scorzo 5 dicembre, 2011, sulla BIO Page dell’Edge Foundation. Nicholas Humphrey è professore emerito della LSE (London School of Economics and Political Sciences). Egli è un teoretico della psicologia, conosciuto per i suoi lavori circa l’evoluzione dell’intelligenza umana e la coscienza. Il suo libro più recente è Soul Dust, 2011. LEAD

INTRODUZIONE. L’ipotesi di N. Humphrey: la salute è migliorata da uno stratagemma culturale

Uno degli argomenti intellettualmente più provocatori è quello relativo al ruolo dei medicinali. Se la salute umana è migliorata nelle ultime tappe dell’evoluzione, ciò ha, certamente, molto a che vedere con la possibilità di consultare medici e di utilizzare farmaci. La cosa sorprendente è che, fino a cento anni fa circa, vi era praticamente molto poco che un medico potesse fare che, in termini della scienza moderna, sarebbe  considerato, fisiologicamente di gran effetto ma, tuttavia, le prescrizioni, sovente, “funzionavano”. Ciò vuol dire che, sotto l’influenza di ciò che oggi chiameremmo “medicina placebo”, la gente arrivava a sentire meno dolore, ad avere meno febbre e a vedere le loro infiammazioni recedere, ossia a migliorare il proprio stato.

Ora, si potrebbe argomentare, alla ricerca di una spiegazione comprensiva del fenomeno, che quando le persone “sono curate con medicina placebo” si stanno, in realtà, “auto-curando”.

Questa ipotesi, porta, inevitabilmente, alla domanda: se le persone hanno la capacità di guarire se stesse con le proprie risorse, come documenterebbe l’effetto placebo, perché non innescare il processo non appena si presenta il disagio, la sofferenza o la malattia? Perché aspettare il “permesso” e “l’innesco”, da una “pillola di zucchero”, da uno specialista, che segnali che è il momento di stare meglio? Un’ipotesi ragionevole, per spiegare un tale andamento, potrebbe essere che l’auto-cura rientra in un range di “costi” e “benefici” per l’organismo stesso.

In ogni caso, l’introduzione a questo ragionamento teoretico circa un “calcolo” di costi e benefici nell’avviamento dell’auto-guarigione nel sistema individuo-ambiente, comporta formulare anche un’ipotesi circa la comparsa di questa paradossale opzione dell’auto-guarigione indotta nell’evoluzione umana. Dalla prospettiva della sociobiologia, si potrebbe immaginare che l’attivazione di un’auto-guarigione, mediante l’utilizzo di un placebo, sia il risultato di uno stratagemma che sarebbe stato giocato dalla cultura umana in progress.

Tuttavia, postulare che si tratti di uno stratagemma messo in atto dall’evoluzione nella cultura umana non costituisce una risposta, né teoretica né operazionale, circa il perché l’auto-guarigione non si metta in moto appena si presenta il disagio, la sofferenza o la malattia. Un’ipotesi che consideri che l’auto-guarigione necessita di tempi che sfuggono ad una logica di soddisfazione immediata del bisogno perché tale funzionalità si attivi, rientrerebbe, essa stessa, in una teoresi che postuli l’esistenza di un sistema di calcoli di costi e benefici, senza offrire ancora una spiegazione esauriente di tutta la questione.

Di certo, esplorare l’argomento del placebo quale stratagemma, ci obbliga ad attribuirgli una specificità di funzione, in un piano simbolico, in quanto il placebo consiste di un “farmaco inerte”. In questo senso, si potrebbe supporre che lo stratagemma sarebbe quello di innescare un meccanismo persuasivo nei malati relativamente all’idea che hanno l’autorizzazione (o il dovere) a stare meglio. Essendo il placebo percepito come cura, evidentemente, soddisfa le aspettative dei pazienti che si affidano al consiglio di specialisti che conoscono cosa sia meglio per loro, fornendoli di aiuto pratico e supporti che, a loro insaputa, possono essere anche “farmaci” inerti, ossia placebo, con la conseguente attivazione dei meccanismi dell’auto-guarigione. Ed ancora, questa ipotesi appena sfiora una spiegazione plausibile del perché, allora, ci sia bisogno di “un’autorizzazione a procedere” perché nell’individuo si ristabilisca un’omeostasi.

La ragione sociale di perché lo “stratagemma culturale” funzioni sarebbe, teoreticamente, che qualsiasi prescrizione (principio attivo o  farmaco inerte che sia), in ogni caso, “assicura”, in una soglia fuori della coscienza del sistema individuo-ambiente, le aspettative del sistema (paziente) che i costi dell’auto-guarigione sono accessibili e che diventa sicuro avviare le risorse dell’auto-guarigione. In questo modo, se ad essere somministrato è il placebo, la salute sarebbe ulteriormente migliorata a causa di un sotterfugio culturale, risparmiandosi da controindicazioni e effetti iatrogeni da farmaco e ciò costituirebbe uno sviluppo sociale ed economico molto rimarcabile.

Questo effetto del placebo, quale “segnale” all’autorizzazione rituale simbolica all’auto-guarigione”, recepita senza che la soglia della coscienza se ne renda conto, è una prospettiva che, dal punto di vista della sociobiologia, sarebbe applicabile, anche, a questioni più prettamente sociali. Ad esempio, se la medicina placebo è il segnale che può indurre le persone, senza che la loro coscienza se ne accorga, a liberare le risorse di guarigione latenti, è nomale domandarsi se ci sarebbero altri modi in cui l’ambiente culturale sia in grado di “dare il permesso” alle persone a uscire dal loro guscio e fare cose che non avrebbero sognato di fare prima? Ossia, possono i segnali culturali incoraggiare le persone a rivelare lati nascosti delle loro personalità o facoltà? O proprio per questa ragione di controllo sociale la cultura è anche artefice del loro blocco? Ci sono buone ragioni per pensare che in questi quesiti ci sia in realtà la nostra storia.

OSSERVAZIONI DI CAMPO E SPERIMENTALI

Se retrocediamo nel tempo, costatiamo che l’eccentricità non era tollerata, come l’intelligenza non comune. Anche comportarsi fuori luogo non era tollerato. La gente era tenuta a conformarsi raccogliendo dall’ambiente i segnali circa ciò che era corretto e adeguato fare, cioè seguiva la via adattativa su come comportarsi. In risposta ai segnali culturali, la gente, in effetti, presidiava in modo poliziesco le proprie personalità e chi esulava da questi comportamenti veniva perseguito.

Ma in ogni collettivo umano, la cultura, qualsiasi essa sia, elargisce segnali. Infatti, abbiamo numerosi accertamenti sperimentali sul funzionamento di un possibile “subcosciente primario” [“sub-conscious primes”][1]. Molti test sperimentali, a questo riguardo, documentano che i segnali, provenienti dall’ambiente locale e/o di appartenenza, raggiungano le persone, senza che esse lo sappiano consapevolmente e, modificano il loro carattere e atteggiamenti, manovrando, così, “la faccia” che esse presentano al mondo.

Cerchiamo ora di applicare questo ragionamento al comportamento sociale. Prendiamo questo esempio, in particolare: quali segnali potrebbero essere colti dalle persone per trasformarle in più gentili? Basterebbe notare qualcosa in altri soggetti che faccia pensare che questi si stanno comportando bene per avviare una condotta più gentile nella persona osservatrice. Ancora, vi è una meravigliosa versione condotta, di recente, da scienziati giapponesi sul dilemma del prigioniero[2]. Ciò che gli scienziati giapponesi hanno fatto, nel loro esperimento, è stato di ottenere che i partecipanti giocassero una partita di cooperazione, giocando on-line al “dilemma del prigioniero”. I partecipanti potevano scegliere di agire con lealtà e generosità, concedendo fiducia all’avversario, oppure, decidere di agire con diffidenza e inganno.

Da un lato del computer, di ognuno dei partecipanti, i ricercatori avevano sistemato un altro computer con due piccole animazioni, eseguite da due palline: in una delle animazioni, una delle due palline aiutava l’altra a varcare una barriera, collocandosi sotto e spingendo l’altra in alto in modo che potesse passare la barriera. Nell’altra animazione, una delle palline ostacolava l’altra, impedendole di risalire la barriera.

Sorprendentemente, i partecipanti all’esperimento che avevano l’animazione cooperativa scorrere affianco, si sono mostrati doppiamente disponibili alla cooperazione durante il gioco, pur non riconoscendo di aver notato qualcosa in azione sullo schermo secondario. Ma, anche se avessero notato qualcosa, il fascino dell’ipotesi non sminuisce e, poi, perché avrebbero dovuto copiare qualcosa in corso in uno schermo accanto?

Ora, quasi ogni mese, Psycological Science riporta nuovi spunti sorprendenti circa come l’ambiente circostante può cambiare la “natura” della gente. Giudizi morali, capacità di ragionamento, igiene personale, inclinazioni politiche, si rivelano essere sorprendentemente malleabili, in risposta ai segnali sociali e fisici che la gente raccoglie se non dalle loro stesse menti consce.

Queste documentazioni dei comportamenti sociali costituiscono prove per la psicologia sperimentale e sociale circa l’ipotesi della malleabilità del comportamento. Fin’ora è stato ampiamente scontato che il carattere delle persone fosse abbastanza stabile. Di certo, le persone non sono “trascinate” dal vento e non diventano differenti in dipendenza da spunti irrilevanti … ma, in definitiva, sembrerebbe che il comportamento sociale sia piuttosto in balia di tali spunti. Allora, cosa succede? Come spieghiamo questi comportamenti? È chiaro che abbiamo bisogno di una teoria.

LA TEORIA E IL PARADOSSO

A questo punto del ragionamento si intuisce cosa si intenda suggerire. Il ragionamento è iniziato con la questione dell’effetto placebo. Per spiegare l’effetto placebo si rende necessario teorizzare l’esistenza di un “sistema evoluto di gestione della salute”. L’effetto placebo potrebbe essere inteso come un particolare tipo di segnale di “effetto di innesco” o di “subconscio primario”. Una tale interpretazione potrebbe essere estesa a tutta una serie di inneschi, postulando l’esistenza di una potenziale risorsa, cioè un “sistema evoluto di auto-gestione”.

Soffermiamoci un po’ sulla questione del placebo. Alcuni anni fa, alcuni biologi evoluzionisti, colpiti dalla questione, hanno richiamato l’attenzione sul “paradosso del placebo”. Il paradosso è questo: quando la salute di una persona migliora sotto l’influenza di un “farmaco placebo”, come già è stato notato, ciò potrebbe essere considerato un caso di “auto-cura”. Quindi, se le persone hanno la capacità di guarire se stesse con le proprie risorse, come documenterebbe l’effetto placebo, perché non innescare il processo non appena si presenta il disagio, la sofferenza o la malattia? Perché aspettare il “permesso” (l’innesco”), da una “pillola di zucchero”, da uno specialista, che segnalano che è il momento di stare meglio?

Presumibilmente la spiegazione potrebbe essere che l’auto-cura ha costi e benefici per l’organismo. Dunque, la domanda è questa: che tipo di costi sono questi? Forse essi non sono abbastanza ovvi. Molte affezioni che sperimentiamo, come il dolore, la febbre e così via, potrebbero essere intese come “difese” o “stratagemmi” per impedirci di entrare in situazioni più stressanti di quelle in cui già ci troviamo. Se questa ipotesi è corretta, “curare noi stessi” da queste “difese” ci costerebbe davvero! Il dolore, ad esempio, riduce la nostra mobilità e ci impedisce di danneggiarci ulteriormente. Se questo postulato è indubbio, allora, alleviarci da questo dolore è in realtà abbastanza rischioso. La febbre, si sostiene, aiuta a uccidere i batteri aumentando la temperatura corporea ad un livello che i microrganismi non possono tollerare. Così, ancora una volta, “curare noi stessi” da una tale febbre è rischioso. Ugualmente risulterebbe rischioso sopprimere un vomito che libera da tossine.

Lo stesso vale per il dispiegamento del sistema immunitario. Mettere in atto una risposta immunitaria, sembra sia energeticamente costoso. Il nostro tasso metabolico aumenta di un 15% o più, anche se stiamo solo rispondendo ad un comune raffreddore. Per di più, quando facciamo gli anticorpi, usiamo sostanze nutrienti che successivamente devono essere integrate.

Se questi “costi” sono veri, diventa chiaro che un’immediata auto-guarigione da una “malattia” in corso non è sempre una cosa saggia da fare. In realtà, ci saranno circostanze in cui sarebbe meglio trattenersi di mettere in essere le misure dell’auto-guarigione perché i benefici attesi non supererebbero i costi prevedibili. In generale, è saggio errare per cautela, andare sul sicuro, non disfarsi dalle difese, che, seguendo questa teoria, rappresenterebbero il dolore o la febbre, fino a che non siano “visibili” i segni che indicano che il pericolo è cessato. Guarire se stessi, comporta, o dovrebbe comportare, un’oculata decisione. Ma bisogna anche ammettere e ricordare che per la difesa specifica immunitaria occorrono alcuni giorni.

Risulta giudizioso pensare che il nostro cervello abbia dovuto finire per svolgere un ruolo cruciale nella gestione della salute corporea. Si potrebbe postulare, in questo senso, che il sistema di gestione della salute si sia evoluto per eseguire una sorta di “analisi economica” circa quali siano le opportunità e i costi dell’auto-cura: quali risorse abbiamo in serbo, la pericolosità della situazione in atto, cosa si potrebbe fare in relazione a ciò che il futuro riserva. In effetti, il sistema si comporta come un buon manager di ospedale che deve gestire le risorse, cercando, nel complesso, di produrre un risultato ottimale sulla base di previsioni su ciò che sta venendo giù per la strada, oppure disporsi ad un periodo in cui vi sarà scarsità di risorse disponibili.

Seguendo un tale modello teoretico, vi sarebbero innumerabili documentazioni a supporto dell’ipotesi che noi esseri umani abbiamo un sistema autonomo che vigila sulla nostra salute. Ad esempio, in inverno, in conformità a questa lettura, relativa alla salute, saremmo cauti sull’impiego delle nostre risorse immunitarie. E questa sarebbe la ragione per cui il raffreddore, a volte, durerebbe molto di più in inverno di quanto non sia in estate. La ragione non sarebbe che fa freddo ma che i nostri cervelli, sulla base di previsioni, fondate sulla storia evolutiva, ritengono sia più sicuro economizzare le risorse immunitarie in inverno. Una conferma sperimentale su questa ipotesi proviene da esperimenti condotti con animali. Ad esempio, iniettando batteri a criceti, in modo di ammalarli, e collocando un gruppo sotto l’illuminazione di un sistema che rende la luce del ciclo dell’estate e un altro gruppo in un ambiente che ricrea il ciclo della luce dell’inverno, si osserva che i criceti nell’ambiente che ricrea la luce estiva rilasciano quanto possono contro l’infezione e cercano di guarire al più presto, mentre i criceti sotto il ciclo di luce invernale mettono in essere, solo, un’operazione di mantenimento come se fossero in attesa di indizi prima di rilasciare una risposta aggressiva contro l’infezione. Se i criceti pensino che sia estate o inverno, in modo consapevole, non è il punto. Ciò che conta, come annotazione sperimentale, è che il ciclo della luce agisce come un segnale primario al sistema di gestione della salute del criceto.

Ma dove si colloca l’effetto placebo? Si potrebbe ipotizzare che il placebo generi un effetto curativo perché esso suggerirebbe, in una soglia né conscia né razionale, a chi viene somministrato, che le condizioni per rilasciare le risorse dell’auto-guarigione sono mature? Proprio come il ciclo artificiale di luce estiva suggerisce ai criceti che possono rilasciare le loro “difese”. In definitiva, il placebo darebbe, a chi viene somministrato, (un’“ingannevole”) informazione (di medicalizzazione) che indica che è tempo di curarsi. Dopo di che il soggetto avvia, inconsapevolmente, le sue risorse autonome di ripristino della salute.

Ciò suggerisce che, forse dovremmo rivedere l’effetto placebo come parte di un quadro molto più ampio dell’omeostasi e dell’auto-controllo corporeo. Ciò suggerisce, anche, che questo ragionamento può essere ancora più esteso. Se questo è il modo in cui uomini ed animali gestiscono la propria salute, diciamo “fisica”, ci deve essere, sicuramente, una storia simile da raccontare sulla salute mentale. E se essa è valida almeno per la salute mentale degli esseri umani, essa dovrebbe essere valida per quanto riguarda, anche, la personalità e il carattere degli stessi. In questo modo, si arriva all’idea che gli esseri umani hanno infatti sviluppato un vero e proprio sistema di gestione di sé, con il compito di gestire tutte le loro risorse psicofisiche messe insieme, in modo di ottimizzare la “persona” che si presenta al mondo.

Ci si può chiedere: perché la persona avrebbe bisogno di una tale “gestione di un’economia autonoma in tema di salute”? Ci sono davvero aspetti del sé che dovrebbero essere tenuti di riserva? I tratti psicologici hanno costi e benefici? La risposta è che è facile avvertire che è così, nell’osservare che emozioni quali l’ansia, la rabbia, la gioia sarebbero controproducenti se non sono opportunamente graduate. Tratti della personalità quali assertività, nevrosi, cordialità, hanno aspetti sia positivi che negativi. L’attrattiva sessuale comporta rischi evidenti. Anche troppa intelligenza può costituire uno svantaggio in quanto ciò può irritare gli altri. Per di più, e questa potrebbe essere l’area in cui la gestione dell’economia di sé è più importante di tutte, nella misura in cui che le persone vivono, loro accumulano capitale psicologico sociale di vario genere che hanno bisogno di amministrare con attenzione: la reputazione è preziosa, l’amore non dovrebbe essere sprecato indiscriminatamente, i segreti devono essere custoditi e i favori restituiti.

Dunque, è molto probabile che gli esseri umani abbiano subito forte pressione nella selezione naturale nel corso dell’evoluzione per ottenere questi valori in modo appropriato. Abbiamo avuto, da sempre, necessità di sviluppare un sistema per la gestione della faccia che presentiamo al mondo: una faccia per imbatterci in altre persone, per flirtare, trattenerci, essere generosi, avari, amare, rifiutare, ricambiare, punire, prendere l’iniziativa e anche una faccia per andare in pensione. Tutti questi aspetti hanno dovuto essere attentamente bilanciati, se essi andavano a massimizzare le nostre possibilità di successo nel mondo sociale.

Fortunatamente i nostri antenati disponevano già di “strumenti” (TEMPLATE) per fare questi calcoli, cioè il pre-esistente “sistema di salute”. Infatti, si potrebbe ipotizzare che il nuovo “sistema di gestione della salute” si sia evoluto a partire del vecchio sistema di salute. In effetti, si è evoluto il modo di leggere i segni e i segnali e di prevedere il “tempo fisio-psicologico” verso il quale ci stiamo dirigendo, permettendoci di anticipare cosa sia politico o necessario fare, cosa ci si aspetta che facciamo e come riuscire. Non sorprende che questo si sia rivelato un sistema molto complesso. Ecco perché gli psicologi che lavorano sull’”adescamento” stanno scoprendo tanti spunti rilevanti per la sua comprensione. Vi sono ovviamente tante cose che sono importanti per gestire le nostre vite personali ed imbatterci nei modi più efficaci che possiamo di auto-promozione.

LA TEORIA DEL PLACEBO E L’INGEGNERIA SOCIALE

Una volta che abbiamo una comprensione teoretica di come tutto questo funziona, sorge la domanda etica: si potrebbero sfruttare queste conoscenze in modo pratico per cambiare la vita delle persone in meglio? Queste conoscenze costituiscono strumenti per praticare una sorta di ingegneria sociale? Così come l’umanità ha scoperto come utilizzare la medicina placebo per convincere le persone ad auto guarirsi, quando altrimenti non avrebbero osato, potrebbe ora l’umanità scoprire l’utilizzo del placebo per persuadere le persone a rivelare lati delle loro personalità che altrimenti non avrebbero avuto il coraggio di rivelare?

È importante rendersi conto che il sistema di auto-gestione complessivo, anche se, è maturato, nella nostra consapevolezza, molto più di recente rispetto al sistema di gestione della salute, esso risale, in epoca preistorica, a quando i nostri antenati vivevano in circostanze sociali e materiali molto diverse dal nostro oggi. Perché le nostre condizioni di vita sono generalmente migliorate negli ultimi secoli, anche se l’aggiornamento evolutivo avviene in modo, relativamente, lento, questo significa che entrambi i sistemi sono diventati “obsoleti” nel modo in cui si calcolano costi e benefici.

Come sarebbe stato documentato, il farmaco placebo agisce persuadendo la persona, con informazione “farmacologica” ingannevole, a credere che la situazione richieda, ad esempio, una riduzione del dolore, o la messa in atto di una ‘costosa’ risposta immunitaria. Eppure è proprio perché il nostro ambiente, oggi, è, relativamente, meno pericoloso, in tema di nutrizione ed infezioni, di quanto non lo sia stato nel passato, ma con segnali molto più influenti sulla personalità, che incidono sulla salute, rispondere a questo “trucco dell’effetto placebo” non espone più la persona a rischio inaccettabili. Così, oggi, diventa plausibile per noi, in quanto pazienti, correre il rischio di rilasciare le nostre difese quando il placebo, qualunque sia la sua declinazione, ci incoraggia a farlo. Così, diventa plausibile, anche per il terapeuta, usare il placebo. Ecco perché la medicina placebo oggi sperimenta un grande boom.

Ma se i nostri antenati vivevano in società molto piccole in cui gli individui erano monitorati per tutto il tempo dal gruppo dominante ed era essenziale, per sopravvivere, conformarsi alle aspettative degli altri, oggi, influiscono e/o comandano gli stereotipi. Decine di ricerche documentano come, ancora oggi, le persone rispondano ai solleciti degli stereotipi razziali, di sesso e di età, inducendo a comportamenti conformi ai modelli. Appendete un poster di una donna nuda nelle vicinanze di dove una donna è sottoposta ad un test di matematica e il suo punteggio scende. In più, si chieda a lei di segnalare il suo genere in un’apposita casella sulla pagina del test e il suo punteggio scende ulteriormente.

Come viene detto, sovente, il mondo è cambiato e sta cambiando. Non tutti gli umani vivono, oggi, in ambienti “oppressivi”. Per molti non sussiste l’obbligo di giocare secondo le vecchie regole e tenere a freno i propri punti di forza peculiari e le idiosincrasie. Ora sarebbe possibile correre rischi che prima non sarebbero stati ammessi. Questo ragionamento consente di ipotizzare che sarebbe possibile mettere a punto trattamenti placebo per lo sviluppo personale, che inducano le persone ad uscire dal loro guscio protettivo collettivo, consentendole di mostrarsi più felici, belle, intelligenti e creative di quanto avrebbero osato di essere.

Si potrebbe argomentare che questo ragionamento comincia a sembrare un sermone domenicale. Ma non fraintendiamo. Naturalmente sarebbe bello se queste idee risultassero avere un valore pratico e realmente inducessero alcuni a rivedere la propria condizione. Ma da un punto di vista scientifico, ciò che interessa non è necessariamente cambiare il mondo ma conoscere come funziona.

La questione è indagare perché gli umani, in definitiva, si comportano come fanno, perché rispondono a “messaggi” dall’ambiente sociale e “fisico” in modo così interessante, non solo come descritto precedentemente in riferimento a studi condotti al riguardo, ma in tanti altri modi che ancora rimangono senza spiegazioni plausibili. Ad esempio, se, quando e perché i messaggi dell’estetica, dell’arte, dell’architettura e della musica arrivano alle persone, possono indurle a cambiare in meglio e anche in peggio? Essi attuano come placebo oppure come nocebo per la personalità?ciascuno di noi porta appartiene al passato, al presente e al futuro.

Ed ancora cosa dire dei messaggi che le persone sembrano attingere dal cosiddetto “mondo della natura”? Molta ricerca è particolarmente interessata a come la “natura” stessa possa fornire informazione ad effetto placebo.

Vi è tanto ancora da esplorare, una volta che si inizia a pensare circa le forze che ci rendono ciò che siamo. Naturalmente non dobbiamo enfatizzare il patrimonio evolutivo, come se l’eredità determinasse tutto ciò che conta. Ma non vi è dubbio che esso sia reale e importante. Il genoma umano porta ancora informazione dall’infanzia della nostra specie, che ancora incidono nel comportamento contemporaneo. Queste intuizioni, circa l’effetto placebo e l’evoluzione del sistema di gestione  della salute continuano ad essere oggetto di ricerca. Vi è tanto ancora da esplorare, una volta che si inizia a pensare circa le forze che ci rendono ciò che siamo. Naturalmente non dobbiamo enfatizzare il patrimonio evolutivo, come se l’eredità determinasse tutto ciò che conta. Ma non vi è dubbio che esso sia reale e importante. Quando si pensa a come gli eventi del passato evolutivo ancora conformano la vita degli umani oggi, risulta quasi inevitabile voler tracciare un parallelo con l’eco del Big Bang, con lo sfondo di radiazione a microonde cosmiche che ancora può essere rivelato nei telescopi che inviamo nello spazio.  Allo stesso modo, il genoma umano porta ancora vibrazioni dalla profonda infanzia della nostra specie, che ancora incidono nel comportamento contemporaneo. Queste idee ed osservazioni portano a postulare che ciascuno di noi appartiene al passato, al presente e al futuro.Queste intuizioni, circa l’effetto placebo e l’evoluzione del sistema di gestione della salute continuano ad essere oggetto di ricerca.

Vi è tanto ancora da esplorare, una volta che si inizia a pensare circa le forze condizionanti che ci rendono ciò che siamo. Naturalmente non dobbiamo enfatizzare il patrimonio evolutivo, come se l’eredità determinasse tutto ciò che conta. Ma non vi è dubbio che esso sia reale e importante. Quando si pensa a come gli eventi del passato evolutivo ancora conformano la vita degli umani oggi, risulta quasi inevitabile voler tracciare una linea continua con l’eco del Big Bang, con lo sfondo di radiazioni cosmiche che ancora possono essere rivelate dai telescopi che inviamo nello spazio.  Allo stesso modo, il genoma umano porta ancora vibrazioni dalla profonda infanzia della nostra specie, che ancora incidono nel comportamento. Queste considerazioni portano a postulare che ciascuno di noi appartiene al passato, al presente e al futuro.


[1] È una forma non cosciente di memoria umana che opera ad un livello pre-semantico prima che la persona  esegua un’azione o un compito. Questo subcosciente primario è anche conosciuto col termine “priming”. Il “priming” viene tradotto come “adescamento”. Con questo termine si intende l’attivazione (inconsapevole al soggetto) di determinate rappresentazioni mentali prima di compiere un’attività. Neuropsicologicamente parlando è l’attivazione di gruppi di neuroni (cluster) che sono circondati da altre connessioni meno forti. Quando un cluster viene attivato, invia immediatamente un segnale che si propaga e fa sì che i contenuti relativi appaiano nella coscienza con una certa priorità al di sopra di qualsiasi altra informazione. In questo modo, ad esempio, se si attiva il cluster che rappresenta il concetto di “pesci” è molto probabile che nella nostra mente appaiano immagini relazionate con i diversi tipi di pesci e il mare piuttosto che altre immagini. Dunque, un altro modo di definire l’adescamento è quello di consideralo come un aumento della sensibilità a determinati stimoli a causa di precedenti esperienze. Perché si crede che l’adescamento si verifichi al di fuori della coscienza, esso è ritenuto diverso dalla memoria che si basa sul recupero diretto di informazione. Il recupero diretto usa la memoria esplicita, mentre il “priming” si basa sulla memoria implicita. La ricerca continua a documentare che gli effetti del PRIMING O ADESCAMENTO possono influire sul processo decisionale.

[2] Consiste in un esperimento della teoria dei giochi. I due prigionieri cooperano per ridurre al minimo la condanna di entrambi oppure uno dei due tradisce l’altro per minimizzare la propria.

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