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Conceptual Papers

“Bioculture” MANIFESTO: L’EVOLUZIONE BIOLOGICA E CULTURALE

Negli anni ’60, del secolo scorso, era una pre­messa radicale considerare che qualunque analisi di una creazione umana richiedesse considerare il suo contesto e la sua storia. Suc­cessivamente, prima della chiusura del secolo, l’idea della fine della storia e delle ideologie, sparse l’opinione di prospettive prive di giudizi di valore, che facevano a meno della storicizza­zione e della contestualizzazione delle creazioni umane. Oggi, invece, si è tornati ad illuminare le costruzioni umane, siano esse tecnologiche o umanistiche, nell’ambito delle loro storie e con­testo culturale di riferimento. Nel contempo, nu­merose prospettive teoretiche, dal femminismo al post-strutturalismo cognitivo, hanno arricchi­to la nostra concezione della storia, della cultura e di noi stessi. Così, dall’inizio del ventunesi­mo secolo gli studiosi lavorano con un nuovo paradigma che propone che la cultura (come la storia) debba essere ripensata con una com­prensione della complicata, pur se altamente variabile, relazione con la scienza. Nel mondo anglosassone il nome assegnato a questa pro­spettiva che integra scienza e cultura umanisti­ca è quello di “BIOCULTURE”1[1].

Pensare alla scienza senza includerne l’analisi storica e culturale, è come pensare ad un testo letterario senza l’intreccio circostanziale e com­prensivo di conoscenza del periodo storico di ap­partenenza. È altrettanto limitante pensare alle creazioni dell’uomo (o impegnarsi in un dibattito riguardante l’esistenza e le sue proprietà) senza considerare la rete di significati scaturita da una prospettiva scientifica.

Queste asserzioni definiscono un aspetto fon­damentale per una conoscenza integrata: la scienza senza la cultura, o la cultura senza la scienza, sono destinate ad essere, al meglio, riduzioniste, al peggio, imprecise. Non ci con­fondiamo, non si propone un semplice costrut­tivismo sociale dissociato dai fatti scientifici. Si propone, invece, di reciproco vantaggio, inte­grare scienza e umanesimo.

Sulle prime, questo obiettivo sembrerà più alie­no ai due gruppi di interesse che più di altri ne­cessitano di questa integrazione: gli umanisti e gli uomini di scienza propriamente detti. Gli umanisti potrebbero rispondere che lo stanno già facendo, e molto bene, senza bisogno di in­tasare le loro arterie intellettuali con discussioni relative a tecnologie di risonanza magnetica e dibattiti circa il futuro del genoma umano. Sem­brerà ovvio che la lettura di Paradiso Perduto non richieda conoscenza del sistema circolatorio o dei gangli basali, nonostante che la cecità di Milton sia qualcosa di più di un semplice tema letterario. O ancora argomenterebbero, giusta­mente, che “Oliver Twist” ha più senso quando si comprendono e si applicano le leggi a tutela dei minori piuttosto che introducendo la pro­spettiva dell’anatomia comparata.

D’altro canto, gli uomini di scienza, anche rico­noscendo che la lettura di romanzi e di poesie contribuisca a completare una persona, proba­bilmente non la considerano di molto aiuto né nella progettazione di un esperimento né nell’e­seguire un triplo by-pass.

Quindi, sembrerebbe che i lamenti di C.P. Snow[2] circa le due culture – sempre sposate da rap­porti dialettici contrapposti e condannate a dormire in camere separate – debbano essere tristemente riconosciuti, o, forse no, poiché è sempre più frequente imbattersi in soggetti che cavalcano entrambi gli interessi.

Una tale trasformazione è, comunque, già in corso. Infatti, in ogni università, in quasi tutti i dipartimenti, vi sono studiosi che lavorano in campi interdisciplinari che richiedono una in­tegrazione tra scienza, propriamente detta, e il sapere in generale. Da studiosi che stanno lavorando sulla salute sociale nell’ambito di stu­di riguardo il genoma, a professori di letteratura che studiano come la psichiatria integra roman­zi del primo Novecento, fino a studi interessati all’interrelazione tra razza e capacità. Oggi ci si trova così con un gruppo di ricercatori di base, ampiamente distribuito, che sta valicando i confini tradizionali tra ciò che è ritenuto strettamente scientifico e discipline uma­nistiche. Così, vi sono professionisti della salu­te, che cercano di capire come i valori culturali influenzino le scelte mediche e/o le limitino e, viceversa, altri, che cercano di capire come le narrazioni possano avere implicazioni terapeu­tiche. Attualmente, l’elenco dei campi in cui si sta affermando questo approccio integrativo tra scienze bio-tecnologiche e umanistiche è assai numeroso. Questi campi includono, la salute pubblica, l’educazione medica, la medicina so­ciale, la bioetica, la giustizia penale, l’epidemio­logia, l’identità e gli studi sul corpo, l’antropolo­gia medica, la storia della medicina, la filosofia della medicina e altro ancora.

Un termine generico, utilizzato per descrivere quello che tutti gli addetti, implicati nella que­stione, stanno facendo, può risultare proble­matico. Tuttavia, definire questi campi bio-eti­ca, studi scientifici, o medicina sociale, o come si voglia, escluderebbe, in pratica, un’ampia serie di altri lavori. Utilizzando la denominazione di BIOCULTURE” per tutte quelle varie attività di ricerca interdisciplinare, ci si aspetta di con­solidare e validare questo ambito. Ad esempio, prima che il termine ‘studi circa la disabilità’ ve­nisse accettato, persone che lavoravano in una varietà di campi relazionati con una varietà di diversamente abili, non vedevano nessuna co­munanza nelle loro varietà di approcci. Con l’av­vento di un termine di massima, una sinergia nuova e entusiasmante si va imponendo. Allo stesso modo, succede con la nanotecnologia, gli studi sul femminismo e la teoria critica della razza. Non è, necessariamente, essere nomina­listi, ma si crede nel potere di un termine per consolidare programmi di ricerca dispersi e per generare cambiamenti.

Al di là del lavoro di ricercatori specifici, si deve prestare attenzione alle ampie categorie della conoscenza che noi chiamiamo scienze e cono­scenze umanistiche. Non è stato sempre vero che le conoscenze siano state separate da rigidi fili di ferro. Nei secoli diciottesimo e dicianno­vesimo l’umanità poteva fare scienza e anche perseguire un serio interesse nel campo delle conoscenze umanistiche. L’ascesa delle profes­sioni mette fine a tali interessi ibridi. Parte del progetto, che la prospettiva delle “BIOCULTU­RE” genera, è quello di indagare la storia di questa separazione. Tentare di capire il proces­so, perché alcuni ricercatori si siano associa­ti alla tendenza di denominare i risultati delle loro ricerche “fatti” (dati) “hard” rispetto ad al­tri ritenuti “soft” significa questionare la nozio­ne se vi siano alcuni “fatti” più ‘solidi’ (harder) di altri. Ma soprattutto, si vogliono mettere in discussione la strategia sociale e discorsiva e le regole che producono le condizioni del perché ciò si verifica e mettere in discussione la nozio­ne che considera le conoscenze umanistiche un reame tagliato fuori dai “fatti” e limitato allo studio di valori (interpretazioni) e sentimenti.

Mettere in discussione la separazione tra scien­za (naturale) e studi umanistici, tra fatti (dati) e valori (interpretazioni), è essere dell’idea che una ‘scienza comprensiva’ possa emergere da un produttivo impegno con la conoscenza di base sviluppata nel corso degli ultimi secoli nel campo delle cosiddette scienze naturali e degli studi umanistici. Questo manifesto vuole sot­tolineare che la scienza è una funzione delle sue categorie e dei suoi metodi, vale anche a dire, della visione del mondo di cui il metodo fa parte. La visione all’approccio delle “BIOCUL­TURE” potrebbe modificare molti protocolli di studi e contribuire alla produzioni di ‘fatti’ più attendibili nella ricerca.

Ci sono, inoltre, vantaggi significativi in sem­pre più specializzati sotto-campi professionali che possono produrre innovazioni tecnologiche e concettuali per mezzo di procedure analitiche intensamente localizzate. Tra i benefici di que­sto tipo di analisi c’è la promozione dello svilup­po di sotto-campi interdisciplinari che eventual­mente fanno progredire la conoscenza. Dunque, questo manifesto non è un appello all’abolizione delle specializzazioni, né delle scienze propria­mente dette, né degli studi umanistici. Questa prospettiva realizza i rischi dei saperi troppo ampi e generici che possono diluire la cono­scenza o scusare l’ignoranza. Spesso, tuttavia, si approda ad un riduzionismo mozzafiato igno­rando, strategicamente o strutturalmente, la conoscenza di base di altre discipline. In effetti, conoscere il discorso di altri saperi può risultare in semplice confusione, quando manca un cer­to spessore intellettuale. Dopo tutto, la vita ci sembra più facile e comprensibile se ci teniamo al nostro piccolo ambito.

Ma la conoscenza non è una proposta fa­cile. Il più importante contro-argomento in questo tipo di discussione, inevitabilmente, ci porta a coinvolgere gli aerei. La scienza è rico­nosciuta anche con i progressi tecnologici, per cui ogni volta che si vola in aereo, si è portati a realizzare che la scienza non può essere una “costruzione sociale immaginale” e che essa sa quello che sta facendo. Questo argomento, tra l’altro fallace, può essere esteso alla pretesa che la letteratura, l’arte e la scienza sociale non abbiano nulla a che vedere con il mante­nimento di quell’aereo in aria e la sua guida a destinazione.

Avremmo, infatti, molto da aggiungere relativa­mente alla storia dell’aviazione, alla rappresen­tazione del volo nella letteratura, alla metafora di “essere alle stelle”, all’economia del trasporto globale, alla sociologia del viaggio e così via e molto da dire circa la questione mente-corpo. Infatti, questo modo di ragionare ci può aiuta­re ad interpretare altre informazioni, come, ad esempio, quando, studiamo dove, nel cervello, risiede il Disturbo Ossessivo Compulsivo (OCD = obsessive-compulsive disorder). Difficilmente si assume che OCD piuttosto che una semplice malattia, a sé stante, sia un complesso set di osservazioni e comportamenti (cioè l’entità di una malattia) legato, indissolubilmente, anche a norme culturali.

Alla fine, tutte le branche del sapere inter­pretano. L’interpretazione non è tutto quello che fanno, ma costituisce un massiccio terreno comune. Gli studiosi, interpretando, impostano esperimenti per generare dati che ulteriormen­te interpretano. Gli scrittori interpretano i pro­pri pensieri, i critici letterari interpretano testi, i giudici interpretano le leggi. Gli interpreti dei segni del linguaggio e i traduttori, rispettiva­mente, decodificano e trasformano una lingua in un’altra. I teologi interpretano la Bibbia o il Corano. I sociologi interpretano l’attività uma­na, gli antropologi interpretano l’uomo dalla sua biologia agli aspetti socioculturali, dai sistemi di parentela ai modi di comportamento. Gli psi­coanalisti interpretano i sogni e i neurologi in­terpretano le patologie inerenti il SNC (PET dei sogni). E potremmo andare avanti per molto, perché, in definitiva, se noi tutti interpretia­mo informazioni e/o dati, allora tutti facciamo più o meno la stessa cosa. Se non possiamo fare a meno di interpretare, se l’interpretazione è qualcosa che gli esseri umani fanno in tutte le culture, non avrebbe senso, dal punto di vi­sta delle “BIOCULTURE”, considerare le menti come concretizzazioni vincolate o predispo­ste, nei loro atti interpretativi, dalla strut­tura del cervello e del corpo in relazione con un ambiente materiale conformato e informato dalla cultura. Beneficeremmo tut­ti dall’imparare le regole o le norme attraverso le quali vari discorsi producono e interpretano i loro risultati. Tale conoscenza ci aiuterebbe a migliorare le nostre norme e abilità interpreta­tive distintive. L’approccio alle “BIOCULTURE” sostiene la necessità di una comunità di inter­preti interdisciplinari disposti ad imparare gli uni dagli altri. Questo apprendimento, non privo di dissensi, offre un modello per il dialogo e co­stituisce un impegno a che le divergenze non necessariamente debbano condurre al conflitto violento. Questo apprendimento interdisci­plinare suggerisce che le discipline umanisti­che possano imparare da altre discipline come studiare caratteristiche testuali significative e affiliazioni accessibili all’esterno di un’interpre­tazione ristretta o esclusiva. Caratteristiche, forse, rintracciabili attraverso esplorazioni delle neuroscienze cognitive, quali fMRI brain ima­ging studies o attraverso esplorazioni dell’antro­pologia delle culture materiali e delle pratiche sociali, che collegano i sistemi di linguaggi e di segni con ciò che loro significanti – o soltanto i loro significati – non possono trasmettere.

In definitiva, abbiamo bisogno di cambia­re i nostri modi di pensare, la disposizione dei nostri discorsi, l’inviolabilità delle nostre professioni. Abbiamo bisogno di sviluppare piani di studio in modo da poter sviluppare il nuovo paradigma integrando conoscenza. Ora, in questo momento, la maggior parte dei cul­tori dell’approccio alle “BIOCULTURE” sono agli esordi. Il lavoro fatto al di fuori del proprio cam­po si basa, il più delle volte, sulla curiosità, l’in­teresse e la vocazione personale. Così, spesso, si impara una seconda disciplina con le imper­fezioni e gli accenti indelebili che segnano una seconda lingua. Ciò di cui si ha bisogno, ora, è di un modo in cui gli studenti di discipline uma­nistiche possano apprendere come condurre esperimenti tecnologici e gli studenti di scienze possano, a loro volta, venir a conoscenza della filosofia e dell’epistemologia. Ossia, si ha neces­sità di trovare una modalità di istruire in modo allargato prima che gli studenti siano indottrina­ti a pensare e parlare in modo restrittivo e scre­ditato di hard e di soft, di fatti e di valori. Forse le arti liberali non sono state mai così liberali o liberalizzanti come i loro proponenti potessero immaginare, vale a dire, in senso etimologico, una conoscenza degna di cittadini liberi. Quel­lo che serve è anche un nuovo programma o dipartimento di studi condotti con il paradigma delle “BIOCULTURE”, dove questioni importanti, come la libertà, non possano essere disgiunte da altrettante questioni scientifiche importanti e, intrinsecamente correlate, relative agli esseri umani e ai loro limiti.

Il vantaggio connesso ad una rivoluzione che integri la conoscenza (scienza e umanesimo) è una cittadinanza informata. Ai nostri tem­pi, abbiamo appreso l’educazione civica per­ché, come comuni cittadini, necessitavamo di una conoscenza di base del sistema politico, in modo che potessimo votare intelligentemente e discutere ragionevolmente nella sfera pubblica. Ora abbiamo bisogno di apprendere l’approccio alle BIOCULTURE in modo che come comuni cittadini possiamo comprendere la scienza avanzata, spesso inseparabile dalle questioni etiche, che impattano e impatteranno le no­stre vite e quella delle generazioni future. La situazione è che la maggior parte dei cittadini, d’oggi, non è in grado di discernere e decidere su questioni rilevanti come la ricerca sulle cel­lule staminali, le nanotecnologie, lo screening genetico e genomico, i cambiamenti climatici, la produzione di energia e così via, ovvero su questioni relative al destino della razza umana e della terra, condizione che ne sminuisce la sua partecipazione a livello sociopolitico.

Quindi, ciò che inizia come un appello saccente per far camminare insieme la biologia e la cul­tura, le scienze e le discipline umanistiche, si conclude con una nota: la questione non è meramente accademica, ma impatta lobby e schieramenti che pregiudizialmente e per inte­ressi vari frenano questo sviluppo. Di fatto, si è sempre meno in grado di palesare il limite netto di una transazione tra ciò che è scientifico e ciò che è letteratura, ed è in questa sorta di limbo, non riconosciuto, che l’approccio alle “BIOCUL­TURE” sta mettendo le sue radici e si concede, nel bene e nel male, al nostro futuro.

Rinnovare il nostro parco concettuale interpre­tativo richiama manifesti, nonostante si tratti di un residuo modernista, nella grande tradi­zione dei tanti che hanno creduto nella scrit­tura e nella lettura come un medium, per­ché un’affermazione radicale e contraria al pensiero comune abbia un impatto maggio­re sulla conoscenza. Ad esempio, Il Manifesto Comunista e il Cyborg Manifesto hanno avuto alcuni effetti profondi. Altri manifesti, tuttavia, hanno avuto effetti meno significativi o addirit­tura trascurabili. Il principio, dietro un mani­festo, non è di calcolo circa la magnitudine di un cambiamento ma, piuttosto, circa gli effetti che potrebbe produrre facendo ripensare agli assiomi delle comunità portatrici di in­teresse.

In questi ultimi anni tante idee sono state sfi­date. Tra queste, l’idea della cultura come tradi­zione. La globalizzazione ha confrontato questa visione con l’eterogeneità, le disgiunzioni e con articolazioni di differenze sorprendenti, per cui la cultura non è più definita come “tradizione”, ma come rete di diversità e cooperazioni, di in­novazioni, nuovi significati e di assemblaggi che ci porta entro un futuro partecipativo delle nostre intenzionalità.

BIBLIOGRAFIA

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[1] Il termine BIOCULTURE nel mondo anglosassone fa riferimento ad una diversità di attività, comprendente le scienze mediche emergenti, le discipline umanistiche, quale la sociologia, le biotecnologie, gli studi economici e del contesto globale. Questo paradigma cerca di consolidare le idee relative all’intersecazione tra umano e tecnologico. Tra queste idee vi è l’adattamento del naturale all’umano, l’adattamento dell’umano alle nuove tecnologie, i nuovi modi di conoscere che caratterizzano il 21 ° secolo e i nuovi atteggiamenti verso il corpo secolarizzato.

[2] Snow, scienziato e scrittore inglese, sviluppò il concetto delle Due Culture, nel testo The Two Cultures and the Scientific Revolution (1959). Notava che la poca comunicazione tra scienza e mondo umanistico era uno dei mali che portavano alla mancata soluzione dei problemi nel mondo.

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