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Conceptual Papers

Editoriale Sett. 2012 NOI ESSERI CULTURALI E IL VALORE CONFERITO ALLE COSE

Chi non riconosce il potere della scienza e della tecnologia, potere che può risultare anche controverso. Ciò che invece, ripetutamente, non realizziamo è che la scienza e la tecnologia sono parte della cultura. La cultura, piuttosto che formazione individuale, codice comportamentale o luogo privilegiato dei saperi, è l’insieme di pratiche adattive attraverso le quali, noi umani, sopravviviamo in comunità.

Infatti, della cultura, intesa come rete di disgiunzioni ed assemblaggi per la sopravvivenza, che ci porta, anche, entro il futuro, se ne conversa poco. Prevale, ancora, l’idea della cultura come tradizione o come qualcosa di prestigio da esibire in certe gare sociali. Tuttavia, non renderci conto che siamo, immancabilmente, esseri culturali, comporta conseguenze pratiche per la collettività. Infatti, confondere la cultura con le buone maniere e/o con una certa istruzione, ci colloca in una sorta di scomposizione romantica della nostra identità di specie, facendoci responsabili di una distorsione cognitiva della quale quasi nessuno riflette.

Uno degli obiettivi di questo editoriale è promuovere una comprensione della “cultura” quale modalità di sopravvivenza della specie umana e strumento per la costruzione sociale della realtà. È tempo di cominciare a realizzare la nostra condizione di esseri culturali. La specie umana è culturale, a tal punto, da consentirci di ipotizzare che nel corso dell’evoluzione sia stata la cultura stessa a prendere il sopravvento per riprodurre se stessa. Comprendere ciò è un importante passaggio psicologico, civile ed etico.

È tempo, anche, di approfondire e parlare di qualcosa che di solito si trascura: cosa è un valore culturale e come esso scaturisce. Per rispondere, con metodologia spassionata a questa interpellanza, utilizziamo la storia convenzionale dell’arte che, quasi tutta, è un tentativo di identificare la fonte del valore dei, cosiddetti, oggetti culturali con riferimento ad un, presunto, valore intrinseco. Guardando, però, da una prospettiva decostruzionista, tale narrazione, ciò che si avverte è che ogni valore viene assegnato facendo riferimento a idee e teorie ontologiche e metafisiche circa i valori, presumibilmente intrinseci e trascendenti, che renderebbero certi oggetti ‘naturalmente’ più significativi e, dunque, più belli di altri.

In opposizione a questo fondamentalismo, che attribuisce alle cose e alle idee risonanza e significato intrinseci, si colloca il pensiero postmoderno pragmatico che, invece, richiama che siamo noi, consensualmente, ad assegnare valore strumentale e/o simbolico alle idee e alle cose.

Quando Marcel Duchamp esibì un orinatoio, un atto che egli chiamò di deliberata indifferenza estetica, ciò che egli fece fu creare una situazione diversa dall’utilizzo convenzionale dell’oggetto, sostenendo: guardate, possiamo mettere qualunque cosa in una galleria d’arte, inducendo il pubblico a conferirle un valore. Ciò che egli cercava di comunicarci era che è la transazione tra noi e l’oggetto, in un particolare contesto, ciò che crea il valore dello stesso.

Chiunque tratti con il mondo della finanza capisce che il valore è conferito, cioè è il risultato di un sistema fiduciario tra la gente. Questo, in certi ambiti di potere, si capisce senza difficoltà. I fondamentalisti, invece, sembrano non capirlo. Precisamente, molte delle realtà critiche del nostro tempo derivano dalla falsificazione sociale nell’identificare chi è che stabilisce il valore di un “bene”.

I “beni”, quali i parchi, la matematica, l’acqua potabile, l’elettricità, il denaro, il linguaggio, per elencarne solo alcuni, che circolano o giacciono in questo mondo, non sono stati lì tutto il tempo. Nessuno di essi è preesistito alla cultura. Noi li abbiamo creati e li abbiamo messi lì, conferendo ad essi un valore. Anche per la medicina è andata così.

La cultura postmoderna è un modo di capire il valore delle cose in termini attributivi e consensuali. Certo, la storia dell’arte ha sempre sostenuto l’idea del valore intrinseco. Così, ad esempio, la Pietà di Michelangelo è ritenuta bella perché ha delle fattezze alle quali molti attribuiscono una risonanza divina, da cui il suo valore intrinseco.

Ma questo modello è una vecchia immagine che la Post-Modernità respinge. Per la visione etica postmoderna il valore è nella transazione e nel particolare contesto (l’oggetto in se può essere irrilevante, come nella storia dell’orinatoio di Duchamp). Molta dell’arte del 20.simo secolo era già impegnata in questa “annunciazione”, che ci ricorda che siamo noi, esseri culturali, a dare un valore alle cose che creiamo.

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