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Conceptual Papers

Editoriale PRESSIONE CULTURALE ADATTIVA: SECOLARIZZAZIONE DELL’IDEA D’IDENTITÀ

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Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità Retroscena, Anno I, Numero 4, Dicembre 2012

PRESSIONE CULTURALE ADATTIVA: SECOLARIZZAZIONE DELL’IDEA D’IDENTITÀ

L’identità umana, quell’idea culturale riguardante un essenzialismo che definisce ciascuno di noi, potrebbe trovarsi di fronte ad un mutamento epocale. Un cambiamento, in corso d’opera, generato da una sollecitazione adattiva che, a lungo andare, finirà per modificare la nozione, atavica, riguardo chi siamo, cosa facciamo e come interagiamo. L’esito finale potrebbe essere un rimodellamento di ciò che, nel nostro immaginale, ci rende ancora paghi e di ciò che pensiamo sia la nostra collocazione come parte di una collettività. Un rimodellamento in conformità con una versione di nozione d’identità rielaborata nei termini della visione evoluzionistica e relativistica dell’esistenza umana secolarizzata, cioè interpretata in termini sperimentali e strumentali piuttosto che sacrali. Infatti, è in questi termini che i valori sociali postmoderni si istituzionalizzano.

Dal Rinascimento alla tarda Modernità, abbiamo vissuto, ancora, in un ordine di idee che prestabiliva una nostra identità in funzione di un disegno teologico, senza tener conto di ciò che, effettivamente, succedeva nell’esistenza di ciascuno. Nella gestione rituale delle popolazioni poco importa che questo ordine simbolico sia un universo di credenze. Ciò che conta è che questo ordine simbolico abbia effetti di realtà, infatti, declinazioni varie coesistono ancora con le convenzioni secolari emergenti. Così siamo cresciuti in un ordine di attributi, quali l’essere, lo spirito, l’anima, il senso, il fine, derivati da una visione teologica del mondo con una sua interpretazione su ciò che esiste (ontologia) e una sua interpretazione del significato degli elementi dell’esperienza sensibile (metafisica).

In ogni modo, l’avanzamento della secolarizzazione e di un ordine simbolico relativistico nella gestione delle popolazioni, è potenziato dal nuovo agorà, la rete, accelerando la pressione culturale adattiva. Oggi, niente è successo finché non viene annunciato su Twitter o pubblicato su Facebook o YouTube.

Effettivamente, la nostra cultura muta dal livello di ciò che era stato ritenuto essere la nostra identità: la nostra appartenenza ad un progetto teologico e alla istituzione deputata, da tale disegno, ad attuare la riproduzione e il mantenimento della popolazione, cioè la famiglia intesa come aggregazione di un uomo, una donna e i loro figli biologici. Con la crisi di consenso attorno a questo ordine simbolico, muta, dunque, l’idea medesima di noi stessi come esseri viventi integrati in una società attraverso un tale nucleo riproduttivo e socializzante.

L’idea di un’identità basata sulla premessa di una teologia che, dichiarandosi interprete dell’esperienza umana, normalizza la società e la sua idea di natura, sembra essere diventata insufficiente riguardo la complessità del reale e delle nostre attuali conoscenze. Infatti, gli Stati, in modalità giurisdizionali e conformi ai loro momenti culturali, iniziano ad istituzionalizzare il cambiamento verso una pluralità di storie riguardo l’identità e i nuclei protettivi e socializzanti dei nuovi nati, oggi riconducibili a situazioni diverse: singoli, famiglie tradizionali, coppie di fatto, relazioni allargate, asili e scuole. Ciascuna di queste community dispone di una barra di strumenti che consente loro l’editing continuo del proprio profilo, aggiornato in funzione di una discontinuità nel reale e di un immaginale virtuale, suscettibile di generare valore e/o profitto. Infatti, vi è una differenza di senso sociale, eloquente, tra identità e profilo.

Ciò che investe le costruzioni delle nostre realtà culturali e sociali, oggi, comporta metabolizzare non solo i mutamenti di ordine morale ma anche una rivoluzione tecnologica digitale che, a lungo andare, potrebbe rivelarsi in un cambiamento evolutivo delle popolazioni tanto quanto quello avviato agli albori dell’agricoltura. Gli esiti di tale cultura tecnologica stanno cambiando proprio il modo in cui il cervello umano compie le sue funzioni, qualcosa che la neurobiologia inizia a monitorare.

Infatti, la tecnologia messaci a disposizione dalla nuova cultura sta modificando il nostro comportamento e le sue derive e, addirittura, in ultima analisi, la nostra genetica. Se accettiamo che ciò che sperimentiamo nella vita quotidiana incida nelle nostre modalità espressive, va da sé accettare che i cambiamenti culturali modellano i nostri cervelli sollecitati dalla crescente pressione delle interrelazioni culturali adattive, come il pool di memi che include le multi reti, i social network, gli iPad e così via. Non solo i dispositivi elettronici, ma anche la farmacologia certamente hanno un impatto nelle strutture sensoriali della complessa rete biochimica cerebrale, a prescindere dalla nostra consapevolezza o meno. Pressioni adattive che il nostro cervello plastico trasforma in modelli esistenziali, processo, forse inconsapevole ai più.

Quanto detto ci permette di assumere un assioma da considerare nella ristrutturazione della nostra visione del mondo: il cervello umano, l’organo dominante le nostre funzioni, co-evolve con la cultura. La cultura, dunque, piuttosto che in una pergamena o in una citazione letteraria, è iscritta nella nostra neurobiologia ed essa riguarda sia il nostro pensiero astratto, come ad esempio il prezzo di vendita di un prodotto, sia l’oggetto di lavoro più insignificante in ufficio, in fabbrica, in ospedale o in cucina.

Certamente non c’è nessuna novità nel dichiarare che il cervello umano è un organo che si è sviluppato anche in modo adattivo, in risposta sia alle sue interazioni sistemiche come organismo in un ecosistema, sia a una costante Autopoiesis. In ogni modo, qualora sia avanzata l’idea di una qualche auto-determinazione, dovremmo vigilare a come gli stimoli culturali modellano i nostri cervelli e, di conseguenza, le nostre esistenze. Più ci interessiamo ai contenuti di questi stimoli, in modo particolare, a quelli che riempiono la nostra cultura lavorativa e dell’ozio, più si farà strada l’idea di riuscire ad intervenire nella nostra condizione, più avremo possibilità di conseguire effetti di realtà. Una consapevolezza circa la pressione culturale adattiva e la convenzionalità dell’idea d’identità umana merita attenzione ed è auspicabile nelle rinegoziazioni dei consensi sociali per una gestione secolarizzata dell’esistenza nella società dell’economia di mercato e della finanza.

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