//
stai leggendo...
Conceptual Papers

LE DIMENSIONI DELLA REALTÀ. COME CONOSCIAMO CIÒ CHE ESISTE

BIO Educational Papers Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità Retroscena, Anno I, Numero 4, Dicembre 2012

LE DIMENSIONI DELLA REALTÀ. COME CONOSCIAMO CIÒ CHE ESISTE

Rinaldo Octavio Vargas, sociologo & Eugenia D’Alterio, biologa

“La realtà è tutto ciò che esiste”. Detta così, sembra semplice, ma la questione semplice non è. Vi sono diversi dubbi da chiarire per poter ipotizzare qualcosa sulla dimensione della realtà. Ad esempio, cosa si intende quando si afferma che una cosa esiste? Che esiste un qualcosa che il soggetto già conosce? E come ciò avviene? Le cose si conoscono nello stesso modo mediante una conoscenza oggettiva? Ciò che conosciamo è ciò che la cosa effettivamente è? Inoltre, esisterebbe anche quando ancora non l’abbiamo conosciuta?

Nel nostro presente, come realizziamo ciò che esiste? Certo, i nostri cinque sensi (vista, olfatto, tatto, udito e gusto) ci danno conto del reale come l’erba, le rocce, i cammelli, le cascate, il dolce e il salato, giusto per citarne alcuni. Allora, dovremmo considerare che un qualcosa esista solo se siamo in grado di rilevarlo direttamente? Solo per il senso comune, forse …

Cosa dire, ad esempio, dei dinosauri una volta esistiti ma ora non più o di quelle stelle, così lontane che, all’or quando la loro luce raggiunge la Terra e hanno visibilità, sono, probabilmente, già dissolte? … e delle galassie tanto distanti, che potremmo solo immaginarle, oppure dei microbi, tanto piccoli che non sono visibili ad occhio nudo?

La deduzione spicciola sarebbe che se i nostri sensi non possono rilevarli non esistono. Ovviamente il nostro cervello elabora ciò che i nostri sensi ricevono e in più si serve di strumenti speciali, come potenti telescopi per le galassie e di microscopi ad alta risoluzione per i microbi. Poiché è la nostra cultura medesima che ha realizzato i telescopi e i microscopi, con questi mezzi, come con tanti altri, noi estendiamo la portata dei nostri sensi e delle nostre intuizioni. Così, man mano, abbiamo documentato la realtà inapparente e continuiamo a farlo.

E cosa dire delle onde radio elettromagnetiche? Esse esistono, anche se i nostri occhi non possono vederle, né può nulla il nostro udito, tuttavia, strumenti speciali, la radio e il televisore, ad esempio, sono stati ideati e costruiti, da noi stessi, per convertire questi segnali in suoni e immagini. Così, anche se noi non possiamo percepire le frequenze della radio o del televisore, sappiamo che fanno parte della realtà. Così, come succede con i telescopi e i microscopi, la radio e il televisore aiutano i nostri sensi a descrivere ciò che esiste.

Ma, torniamo ai dinosauri. Come facciamo a sapere che essi una volta popolavano la Terra? Noi non li abbiamo mai né visti, né sentiti e nemmeno abbiamo dovuto fuggire da loro, né abbiamo una macchina del tempo che ce li mostri direttamente. Ma, in questo caso, ci sono i fossili che possiamo vedere ad occhio nudo. I fossili, certamente, né corrono né saltano ma, da essi, con l’odierna tecnologia, abbiamo imparato a conoscere tutti i dati necessari a ricostruire l’intero organismo estinto e a capire ciò che accadde milioni di anni fa. Noi sappiamo come l’acqua, con i minerali in essa disciolti, filtra in organismi morti sepolti in strati di fango e di roccia e come la materia organica, atomo dopo atomo, torni alla terra lasciando una qualche traccia della forma originale dell’organismo preesistito impressa nel suolo, tracce fossilizzate, tangibili, di una realtà passata.

In un certo senso, poi, anche un telescopio può rappresentare una sorta di macchina del tempo. Infatti, ciò che osserviamo, tramite un telescopio, è la luce riflessa che trasmette immagini e, se pur la luce viaggia ad altissima velocità, le distanze sono tali che quella realtà che essa trasporta, spesso, non è più reale. Il suono, invece, viaggia meno velocemente della luce e questa è la ragione del perché percepiamo prima il lampo e dopo sentiamo il tuono. Così, se vediamo, da una certa distanza, un uomo abbattere un albero, osserviamo che c’è, apparentemente, uno strano ritardo del rumore della sua ascia che colpisce il legno.

Ancora, la luce viaggia così rapidamente che noi assumiamo, illusoriamente, che qualunque cosa percepiamo succeda nell’istante stesso. Anche quando guardiamo un amico, è già passato tempo, malgrado solo una frazione di secondo intercorra perché l’immagine si formi ai nostri occhi. Ma le stelle sono un’altra questione. Il sole si trova ad una distanza di otto minuti luce, ma se il sole esplodesse questo evento catastrofico diventerebbe parte della nostra realtà otto minuti più tardi.

Ugualmente, affascinante è l’esempio della Proxima Centauri, la stella più vicina a noi. Questa stella è una nana rossa posta a circa 4.2 anni luce in direzione della costellazione del Centauro e quanto osserviamo oggi al telescopio è la sua realtà di altrettanti anni addietro (2008 circa) del nostro tempo. Le galassie sono immense adunanze di stelle. Noi ci troviamo in una galassia chiamata Via Lattea. Quando osserviamo la galassia più vicina a noi, Andromeda, i nostri telescopi ci riportano indietro, a due milioni e mezzo di anni fa. Vi è un gruppo visuale di cinque galassie, chiamato il Quintetto di Stephan, visibile attraverso il telescopio Hubble, che collidono tra loro in modo spettacolare. La collisione che noi osserviamo accadde 280 milioni di anni fa e se vi fossero stati degli alieni, in una di quelle galassie con tecnologia in grado di analizzarci, ciò che essi avrebbero osservato della Terra sarebbero stati gli antenati dei dinosauri.

Gli esempi citati fanno parte di una realtà che già conosciamo ma, certamente, esistono realtà che ancora apprendiamo casualmente, tramite strumenti sofisticati, o perché i nostri pattern percettivi evolvono in funzione dell’evoluzione dei nostri modelli di realtà (ricerca avanzata) tanto che la nostra logica formale ne viene avvantaggiata.

Se gli atomi sono sempre esistiti, solo recentemente la dimostrazione della loro esistenza si è arricchita con l’evidenza di sub unità atomiche prima impensabili ed è molto probabile che i nostri discendenti conosceranno molte più cose inerenti gli atomi che ancora non sappiamo. Questa è la meraviglia della scienza: una marcia inarrestabile verso nuove conoscenze che spesso confutano vecchie realtà. Ciò non significa che dobbiamo credere a priori a qualunque cosa venga proposta come realtà. Certo, vi sono milioni di cose che possiamo congetturare ma che è poco probabile che risultino essere reali. Dobbiamo, sì, essere di mente aperta, ma la ragione di credere che qualcosa esista realmente è che vi siano adeguate evidenze a favore, senza dimenticare che qualunque cosa esista esiste in un specifico sistema di riferimento e, di conseguenza, in un specifico contesto di convenzioni sociali. Ma come il sistema di riferimento culturale denominato ‘scientifico’ sa di trovarsi dinnanzi ad adeguate evidenze a favore di un’ipotesi?

■■

PREVISIONI : I MODELLI DI REALTÀ

Vi è una modalità condivisa dalla cultura scientifica con la quale uno scienziato determina ‘ciò che è reale’. Ciò avviene attraverso l’utilizzo di un ‘modello’ che gli permette di testare e/o documentare le sue previsioni o ipotesi riguardo a ciò che questo reale potrebbe essere. In questo modo, egli può congetturare ciò che potrebbe essere il reale in questione. Questa ‘delineazione’ è ciò che chiamiamo “modello”.

Un modello che, a volte, può consistere anche in una simulazione al PC o in una formulazione matematica. Osservando attentamente il modello possiamo prevedere ciò che accade nella realtà, se questa è rappresentata correttamente dal modello stesso. Se le previsioni risultano esatte, aumenta la nostra aspettativa relativa al fatto che il modello rappresenti la realtà e perfezionandolo e testandolo, ulteriormente, le previsioni possono essere confermate. Ma se le nostre previsioni risultano sbagliate, confutiamo il modello, lo modifichiamo e riproviamo ancora.

Segue un ulteriore esempio di ciò che vogliamo dire. Ai giorni nostri, sappiamo che i geni (le unità dell’ereditarietà) consistono di un ‘materiale’ che chiamiamo DNA, di cui sappiamo tutto o quasi tutto.

In realtà, molto prima che qualcuno parlasse di DNA, gli scienziati già congetturavano molto circa l’ereditarietà e i geni sottoponendo a prove le previsioni dei loro modelli. Anni addietro, nel secolo diciannovesimo, il frate Gregor Mendel condusse degli sperimenti nell’orto del suo monastero, coltivando e incrociando piselli e fiori con caratteristiche diverse. Egli poi contava il numero di piante che avevano fiori di un determinato colore o che avevano piselli che fossero rugosi o lisci, nelle generazioni di semina. Mendel mai vide o “toccò” un gene. Tutto ciò che egli vedeva erano piselli e fiori che osservava con i suoi occhi per contare le varietà. Intuì così, un modello, ancora valido, di trasmissione dei caratteri, che comportava caratteri dominanti e recessivi, che ora definiamo geni. Egli non poteva sapere se il modello era corretto, di certo negli esperimenti di coltivazione, di prima generazione, i piselli lisci erano tre volte maggiori dei rugosi. Lasciando da parte i dettagli, il punto è che i caratteri (ovvero i ‘geni’) di Mendel furono, al momento, un’ideazione della sua osservazione.

L’osservazione fu l’evidenza per sostenere che il suo modello relativo all’ereditarietà era una buona rappresentazione di qualcosa che accadeva nel mondo reale. Negli anni successivi alle sue tesi, si avviarono un gran numero di esperimenti atti a spiegare le basi dell’ereditarietà. Nel 1910, in seguito ad osservazioni sul moscerino della frutta, Thomas Hunt Morgan suggeriva che i geni si trovassero su strutture cellulari: i cromosomi.

All’inizio degli anni venti sebbene non vi fosse ancora chiarezza sulla composizione molecolare dei geni stessi, i cromosomi erano accettati come loro sito di localizzazione. Altro tempo sarebbe intercorso per decifrare il cromosoma come l’unità strutturale in cui il DNA è associato con specifiche proteine.

Nel 1953 James Watson e Francis Crick, definirono le previsioni di un modello, del cosiddetto modello a doppia elica per il DNA, la cui decodificazione è invece recente.

Queste brevi note ci dicono come nel corso degli anni la particolare questione dell’ereditarietà sia andata avanti con l’osservazione di previsioni di modelli che poi man mano venivano o meno validati (ricordiamoci come la teoria della pangenesi di Darwin si è poi rilevata errata). Quindi, solo la verifica con esperimenti successivi può validare o meno una visione o modello della realtà. E, così, quando le previsioni, del cosiddetto modello a doppia elica per il DNA, quadrarono, esattamente, con le misurazioni eseguite da Rosalind Franklin e Maurice Wilkins, grazie alla tecnologia dei raggi X che rivelava i cristalli di DNA irrigati, Watson e Crick realizzarono che il loro modello, circa la struttura del DNA, avrebbe prodotto, esattamente gli stessi risultati osservati da Mendel nel suo orto al monastero.

In definitiva, se all’inizio dell’era umana, la realtà era solo quella percepibile dai nostri sensi, la nostra evoluzione ci ha consentito intuizioni che hanno prodotto modelli della realtà che la nostra continua ricerca ha confutato o meno, un processo ininterrotto che resisterà finché esisterà l’uomo.

Ciò significa che la realtà può essere percepita, in parte dai nostri sensi, elaborando le previsioni secondo i metodi della scienza?

Sì, nel sistema di riferimento culturale definito ‘scientifico’, questo è ciò che chiamiamo realtà, cioè adeguate evidenze relative ad un’ipotesi. La costruzione di modelli di realtà è il modo di come noi conosciamo se qualcosa è reale o meno.

■■

LA CREDENZA NON DEFINISCE LA REALTÀ. IL PENSARE AIUTA A DEFINIRLA

Poiché i fatti relativi alla realtà sono ‘istituiti’ da gruppi di riferimento, spesso, contrastanti a certi gruppi sociali e singoli individui, risulta poi difficile, se non proprio impossibile, attenersi ai fatti stabiliti da un sistema di riferimento diverso dal proprio. Alla maggioranza delle persone capita, anche, di ritrovarsi a credere a ciò che vogliono credere o far loro credere con, quasi, nessun riguardo per una possibile altra realtà. Se vi è dell’informazione che è ‘falsa’ ma conferma ciò che si vuole credere, questa realtà viene accettata perché conferma le nostre idee in merito. Se l’informazione è ‘vera’, ma contraddice la nostra credenza o convinzione, essa viene respinta.

Osservando questo processo di selezione, consideriamo che esista un “filtro emozionale”, nascosto nella nostra “codardia intellettuale”, che permetta l’entrata dell’informazione che confermi le nostre tendenze o le assecondi e che blocchi, invece, l’informazione che ci dice che stiamo sbagliando. In tale contesto, le nostre idee sulla realtà possibile saranno sempre socialmente compromesse.

Ecco perché è così difficile cambiare il modo di pensare di qualcuno. Un tale cambiamento richiede avere l’umiltà di ammettere che potremmo essere in errore. Purtroppo, lo sviluppo di una tale morigeratezza, forse, risulta poco stimolata dalla cultura sociopolitica, mentre si tende alla tolleranza della propria incompetenza e della vigliaccheria intellettuale. Verificare ciò risulta assai facile. Basta pensare a qualcosa che ci convince e chiederci se, al riguardo, stiamo sbagliando!

La credenza implica e indica una mancanza di fatti. Se si hanno ‘fatti’ allora la conoscenza elimina la necessità di qualsiasi credo. È solo in assenza di fatti che si è indotti a contare sulle credenze.

Da un punto di vista decostruzionista ci è consentito affermare che le persone e i gruppi che interagiscono insieme in un sistema sociale formano, col passare del tempo, concetti o rappresentazioni mentali circa le loro azioni adattive. Questi concetti, eventualmente, diventano abituali, rendendo l’interazione tra loro una sorta di realtà, di recita di ruoli tra attori delle convenzioni sociali. Quando questi ruoli vengono resi disponibili ad altri membri della società per essere interpretati nelle loro interazioni, le interazioni reciproche vengono dette “istituzionalizzate”. Nel processo di istituzionalizzazione i significati sono ascritti ad una semantica sociale. La conoscenza e le concezioni della gente, le loro credenze, circa la realtà, diventano “ascritte” o “incorporate” nel tessuto istituzionale. La realtà è, dunque, passiva di essere considerata costruita socialmente, stabilendo i blocchi concettuali della comprensione che ognuno di noi ha di sé, della realtà stessa e, forse, privandoci della disponibilità di pensare e definire altre realtà.

Bibliografia

Berger, P.L. and T. Luckmann, The social construction of reality: A Treatise in the Sociology of Knowledge. Garden City, Anchor Books. New York. 1966

Willard, Charles Willard. Liberalism and the Problem of Knowledge: A New Rhetoric for Modern Democracy, University of Chicago Press, Chicago, 1996

Lehar, Steven. The Boundaries of Human Knowledge. A phenomenological epistemology or waking up in a strange place. PDF

Searle, John R. The construction of social reality. Free Press Edition, New York, 1995

Annunci

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: