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Conceptual Papers

SULLE TRACCE DELLE NOSTRE ORIGINI: UNA PREMESSA ALLE RINEGOZIAZIONI DEL CONSENSO SOCIALE ACCORDATO AL BIO-POTERE

BIO Educational Papers Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità Retroscena, Anno I, Numero 4, Dicembre 2012

SULLE TRACCE DELLE NOSTRE ORIGINI

UNA PREMESSA ALLE RINEGOZIAZIONI DEL CONSENSO SOCIALE ACCORDATO AL BIO-POTERE

Rinaldo Octavio Vargas, sociologo & Eugenia D’Alterio, biologa

■■ Introduzione

Pensare di discutere di modelli organizzativi di promozione della salute, di gestione della malattia, di protocolli terapeutici e/o di scuole di pensiero medico, senza argomentare, esplicitamente, le idee teoretiche e le definizioni operazionali di partenza di quel che, inevitabilmente e in modo controverso, ipotizziamo e conveniamo di essere, significa pretendere un consenso sociale ad un progetto di bio-potere che oscura o trascura i suoi preconcetti e assiomi.

Una caratteristica frequente della modalità di gestione delle popolazioni umane è quella di conservare i miti attorno ai quali si legittima l’insieme di pratiche sociali normative che conformano le popolazioni a livello culturale e societario.

Attributo, però, delle nostre società postmoderne è una sorta di incongruità tra i racconti mitici clericali circa le nostre origini e le ipotesi secolarizzate al riguardo. Incongruità che si fa evidente nella gestione del bio-potere, per cui, qualora si voglia utilizzare lo strumento di una razionalità secolarizzata come elemento di argine o contenimento della nostra complessità e diversità, questa stessa intenzionalità ci porta a renderci conto della necessità di un chiarimento preliminare circa il “chi siamo”. Una tale delucidazione si rende necessaria nella ricerca di un consenso sociale pluralistico e concertato, riguardo l’utilizzazione e controllo delle popolazioni umane nella società di mercato e della finanza. In breve, una rinegoziazione del bio-potere[1] ci richiede un excursus sulle tracce delle nostre origini.

Costruire una nuova sensibilità e percezione circa la nostra origine è un passo necessario in una società secolare per dare un nuovo fondamento aconfessionale a ciò che significa essere un umano e riguardo a ciò che sarebbe il proposito della vita umana nella società. Una tale premessa è indispensabile per la medicina come impresa sociale che agisca nel nome di valori consensuali meno contrastanti con la conoscenza reale sulla vita umana, oggi.

■■ Un osso qui, un utensile di là

Chi siamo e da dove veniamo? Gli studiosi evoluzionisti delle origini dell’uomo moderno, l’Homo Sapiens, continuano a risalire nel tempo verso l’ultimo antenato comune per rispondere a queste domande e, nel contempo, avanzando la conoscenza circa l’evolversi di antenati umani sempre più simili a noi, nell’anatomia e nel comportamento.

La loro ricerca avanza su diversi fronti. La paleontologia che studia i fossili, fondamentalmente ossa, che documentano i cambiamenti anatomici. La genetica delle popolazioni con lo studio delle origini e della variabilità evolutiva delle popolazioni stesse. L’archeologia che con la sua raccolta di manufatti documenta civiltà e culture del passato, segni di un pensiero creativo e astratto e di una crescente consapevolezza di sé nell’uomo.[2] L’antropologia che è la disciplina che le racchiude. Ma un fronte nuovo è aperto, quello della paleo-neurologia (combinazione di paleontologia, biologia e archeologia) che studia i fossili dal punto di vista dell’evoluzione cerebrale di specie collegate all’uomo al fine di apprendere qualcosa sull’evoluzione del cervello umano.

Per contribuire a dare un senso a questa cascata di informazioni, una delle principali autorità sull’evoluzione dell’uomo moderno, il paleontologo e antropologo Chris Stringer, recentemente annunciò sconcertanti sviluppi della ricerca: la documentazione di un incrocio tra l’Uomo di Neanderthal e l’Homo Sapiens. Nel suo ultimo libro Stringer[3] descrive una nuova piega nell’ipotesi di un’origine africana dell’uomo moderno, cioè dell’Homo Sapiens. La sua spiegazione circa come noi siamo divenuti gli unici umani sopravissuti deriva dal fatto che se andassimo indietro di 100.000 anni, data peraltro molto recente geologicamente parlando, ci sarebbero stati ben sei tipi diversi di esseri umani viventi sulla Terra.

Ancora negli anni settanta, l’origine dell’uomo moderno era un argomento di studio difficilmente riconosciuto nel campo della scienza. Che cosa è cambiato da allora? Il modello scientifico dell’epoca che cercava di fornire una spiegazione al pattern dell’evoluzione umana era quello relativo all’ipotesi multi – regionale. Quest’ipotesi sostiene che gli esseri umani si sono originariamente sviluppati all’inizio del Pleistocene, due milioni di anni fa, e che la loro evoluzione successiva sia avvenuta in una sola e continua specie umana. Secondo questo modello teoretico la specie umana comprende sia arcaiche forme umane, come l’Homo Erectus e l’Uomo di Neanderthal, sia forme moderne e si è poi evoluta in tutto il Pianeta Terra verso le diverse popolazioni del moderno Uomo Sapiens. La teoria sostiene che gli esseri umani si sono evoluti attraverso una combinazione di adattamenti all’interno delle varie regioni della Terra e del flusso genico tra le regioni stesse.

A supporto dell’ipotesi dell’origine multi – regionale, i suoi fautori segnalano sia l’informazione desunta dai fossili e dalla genomica delle popolazioni che la continuità culturale sostenuta dall’archeologia.[4]

L’argomento di questa visione è che noi saremmo rimasti come un’unica sola specie umana frutto del solo processo evolutivo, giacché non ci sarebbero stati incroci tra le differenti popolazioni. Secondo questa argomentazione, il Neanderthal sarebbe stato l’antenato degli europei moderni, l’Homo Erectus della Cina sarebbe l’antenato degli asiatici e l’Uomo di Java sarebbe il lontano antenato delle moderne popolazioni aborigene australiane.

Quello che abbiamo visto dal secolo scorso ad oggi è una crescita della documentazione fossile, dovuta alla nostra capacità di datazione più precisa e all’uso di ulteriori indagini come la tomografia computerizzata, per ottenere tutti i possibili minimi dettagli dai reperti. Certo, gli studi sul DNA hanno avuto un impatto enorme nella paleoantropologia. Ora si dispone del genoma anche di quelle popolazioni originarie della Siberia chiamate i Denisovan, “cugini” di Sapiens e Neanderthal, grazie alla mappatura genetica delle popolazioni.

Il modello alternativo primario retto dalla comunità scientifica,[5] è quello, recente, dell’origine africana dell’umano moderno, che sostiene che gli esseri umani moderni si siano evoluti in Africa 100.000 – 200.000 anni fa circa, si siano poi mossi fuori dall’Africa 50.000 – 60.000 anni fa, e incroci limitati, un ramo con i Neanderthal e l’altro con i Denisovan,[6] ne hanno modificato le forme arcaiche. In questo ultimo aspetto, il modello dell’origine africana dell’Homo Sapiens moderno è diverso dal modello dell’ipotesi multi-regionale che non prevede incroci con le popolazioni subumane e/o umane locali in ogni tappa della migrazione fuori d’Africa.[7]

Nel dibattito circa l’origine africana la genomica ha stabilito una data approssimativa per l’origine genetica degli esseri umani moderni. Tuttavia questo non ha risolto la disputa completamente pur se la pubblicazione del MITOCHONDRIAL EVE nel 1997 (Eva Mitocondriale) è stato un momento chiave nell’elaborazione di documentazione a supporto della teoria. Fino ad allora si discuteva il modello dell’origine africana utilizzando come evidenza documentale i fossili e i reperti archeologici. Quando la nuova tecnologia della genetica mitocondriale è apparsa, il modello sembra essersi consolidato. L’informazione riguardo il nostro DNA mitocondriale, ereditata attraverso il ramo femminile, suggerisce, secondo il modello proposto, che tutti noi, in tutto il mondo, originiamo da una singola popolazione umana ancestrale che viveva in Africa, forse, 200.000 anni fa.

A questa conclusione si arriva gradualmente, iniziando dai Neanderthal. Erano i più noti antichi umani, e c’era l’ipotesi che fosse il nostro diretto antenato. Stringer ha testato questo modello concludendo che il Neanderthal non costituisce un ragionevole antenato dell’umano moderno, nemmeno in Europa, dove ne abbiamo la miglior informazione. Dopo gli anni 70 la ricerca si è spostata da regione in regione alla ricerca di evidenza per le nostre migliori ipotesi circa la nostra origine. In questo senso, si è scoperto che l’Africa è il luogo che ha i più antichi fossili dell’essere umano moderno. L’Africa è finora l’unico luogo geografico che mostra una transizione dall’uomo arcaico all’uomo moderno.

In precedenza, si congetturava che vi fosse un luogo in Africa, una sorte di Giardino dell’Eden, dove ci siamo evoluti, dove abbiamo assunto quei caratteri fisici e comportamentali per diventare l’essere umano simile a come oggi lo conosciamo e siamo. La questione è però più complicata delle semplificazioni del modello. Anche l’informazione riguardo il DNA mostra che i nostri geni hanno una storia evolutiva separata. Perciò, quando si considera il quadro complessivo, includendo fossili e reperti archeologici, non risulta un posto unico in Africa che possa essere ritenuto il luogo indiscusso della nostra origine genetica.

La storia dell’evoluzione comunque sembra dominata dall’Africa Orientale perché questa è l’area che ha la migliore conservazione di reperti fossili. Nello specifico, si potrebbe dire che l’Africa meridionale sta dando agli studiosi le migliori tracce dell’evoluzione comportamentale. Infatti, gli studiosi stanno a trovare evidenze degli albori del processo di trasformazione delle risorse marine, dell’utilizzo di ocra rossa a fini simbolici e dell’ornamentazione umana con conchiglie marine.

Alla luce della ricerca odierna, diverse parti dell’Africa sono state importanti in tempi diversi per specie umane differenti. Questa variabilità potrebbe essere riferita all’interazione delle diverse popolazioni col clima. L’Africa è un continente enorme influenzato da molti fattori: i mari, il Mediterraneo, il Nord e il Sud Atlantico, l’Oceano del Sud, e i venti, il monsone africano. In momenti diversi queste differenti influenze potevano essere benefiche o avverse per le popolazioni umane stanziali.

Popolazioni che, in differenti aree, avrebbero prosperato per breve tempo, sviluppato nuove idee e, poi, magari, avrebbero potuto, anche, estinguersi, ma non prima di scambiare geni, strumenti e strategie comportamentali adattive. Questo, forse, è continuato a verificarsi fino a quando si arriva agli ultimi 100.000 anni della nostra era, quando si inizia a individuare un modello fisico e comportamentale che realizza ciò che noi chiamiamo l’uomo moderno, 60.000 anni fa, circa.

L’ipotesi della discendenza dall’Eva Africana dell’Uomo Moderno contrasta con il precedente modello basato sulle pitture rupestri del Paleolitico Superiore nelle grotte europee (Lascaux & Altamira) che aveva influenzato l’idea che il comportamento umano moderno abbia avuto inizio 40.000 anni fa. Flauti, statuette ed altri reperti risalente al periodo delle pitture rupestri fanno pensare che, certamente, allora, in ciò che oggi chiamiamo Europa, accadevano processi rimarcabili. Gli sviluppi di una tale rivoluzione però erano già in atto in Africa 100.000 anni fa, per cui, decisamente, l’interpretazione riguardo allo sviluppo in Africa dell’anatomia e del comportamento dell’Homo Sapiens moderno sembra più solida. Perciò, nell’articolazione del modello evoluzionista dell’Eva Africana, e a suo favore, è plausibile argomentare con Stringer che quando l’umano moderno esce dall’Africa e va in Europa, 60.000 anni fa circa, egli era già entrato nel comportamento moderno. Comportamento che sarà anche portato e sparso in Asia ed Australia.

La scoperta in Indonesia dell’Homo Floresiensis, popolarmente conosciuto come hobbit, non è riuscita a sfidare il modello dell’Eva Africana, pur se alcune comunità di studiosi non accettano di considerarli ominidi o una sub-specie umana distinta, preferendo considerarlo una forma “malata” dell’uomo moderno. È pur plausibile che si tratti di una vera e propria forma distinta e in realtà molto primitiva derivata dall’Homo Erectus. Potrebbe trattarsi anche di una forma dovuta ad un’uscita precedente dall’Africa, forse prima di due milioni di anni fa, da qualcosa che era preerectus che si è fatto strada verso l’Oriente ed è sopravvissuto lì, evolvendo per più di un milione di anni in isolamento. In ogni modo, i suoi fossili sono una testimonianza di quanto poco sappiamo dell’evoluzione umana fuori dall’Africa.

Ciò che comunque fa sorridere l’uomo comune d’oggi riguardo i modelli che cercano di descrivere l’evoluzione umana, è la documentazione genica, di un possibile incrocio tra Neanderthal e Homo Sapiens, che stabilisce che noi siamo più di un 2% Neanderthal, per la presenza nell’uomo contemporaneo di una percentuale tra il 2 e 4% di materiale genico specificamente neandertaliano.

Questa però costituisce una delle grandi notizie della ricerca e della conoscenza degli ultimi due anni. Ora abbiamo il genoma del Neanderthal ricostruito e l’informazione che ci mostra che fuori dall’Africa le popolazioni hanno in media circa il 2,5% di DNA del Neanderthal. Ciò ha portato ad un ripensamento delle teorie e ad accettare che tale incrocio era plausibile pur se non ne sappiamo le circostanze. Un’ipotesi parsimoniosa è quella di un possibile unico periodo di incrocio, quando i moderni umani vennero fuori dall’Africa. Loro potevano trovare e accoppiare qualche Neanderthal nel Medio Oriente, come potrebbero suggerire le grotte nelle quali, secondo alcuni archeologi, abbiano coabitato Neanderthal e Sapiens. Questi incroci sono stati la modalità in cui il DNA del Neanderthal è stato trasferito nell’uomo moderno (Sapiens) e successivamente diffuso mentre il Sapiens si spingeva in Europa, Cina, New Guinea, e in America, portando con sé quel “bit” di Neanderthal. L’Asia Occidentale costituisce un’area critica per la plausibilità di tal’incrocio. E, perché questo passaggio di DNA avvenisse, i numeri degli accoppiamenti non dovevano essere necessariamente alti. In ogni modo, vi sono fossili sia dell’uno che dell’altro nello stesso territorio.

Il modello dell’incrocio integra anche l’ipotesi che un tale incrocio sia stato ancor più diffuso, ma che fattori culturali o fisiologici limitassero la riuscita delle nascite. La forma pelvica delle femmine Neanderthal è diversa dalla forma pelvica della femmina moderna del Sapiens. Poco o niente sappiamo se una femmina umana avesse avuto problemi ostetrici partorendo un ibrido. E poco o niente sappiamo circa tali accoppiamenti e se siano avvenuti consensualmente o in circostanze violente.

Molte sono le domande che solleva lo studio dell’evoluzione, alcune anche controverse, come quella riguardo alla possibilità di far ritornare specie estinte e clonarle. La prima informazione recuperata, relativa al DNA mitocondriale del Neanderthal, ‘risale’ al 1997. Nessuno, allora, avrebbe potuto credere che 10 anni più tardi potevamo averne l’intero genoma. Nessuno, nemmeno, avrebbe potuto pensare alla possibilità di far ritornare, in laboratorio, questa estinta specie, cosa che oggi è, in teoria, concepibile con l’evoluzione dell’ingegneria genetica, impiantando in un ovulo umano moderno i geni identificativi dei caratteri del Neanderthal, disponibili dal genoma ricostruito, e sempreché questo ibrido possa svilupparsi e crescere. Da una tale esperienza non ci separa tanto la conoscenza scientifica quanto piuttosto la questione etica, anche se è ipotetico riportare in vita un esemplare dalla sua specie estinta.

La possibilità di riportare alla vita specie estinte e di clonarle solleva controverse domande circa il futuro dell’evoluzione umana.

La ricerca dei genetisti ci mostra oggi quante mutazioni genetiche ci sono state poi nelle ultime migliaia di anni nel genoma umano. Concausa i grandi cambiamenti socioculturali, quali l’introduzione dell’agricoltura, l’urbanizzazione e i cambiamenti negli stili di vita, oltre a cambiamenti ambientali, come sconvolgimenti naturali dei territori e/o migrazioni. Certo è che un’accelerazione delle mutazioni geniche è abbastanza evidente nella nostra epoca, ad esempio, l’altezza è aumentata ma anche l’incidenza dei processi cancerogeni.

Su questa accelerazione non tutti gli studiosi sono in accordo, come Steve Jones[8] che sostiene che l’evoluzione si sia fermata negli esseri umani in quanto abbiamo raggiunto il suo controllo. Infatti, oggi, nei paesi civilizzati abbiamo cure mediche e quasi tutti raggiungiamo l’età riproduttiva e la disponibilità di cibo e d’acqua è cresciuta. Dunque, la selezione naturale ha lasciato il passo ad una selezione piuttosto culturale. Questa tesi può essere contrastata, comunque, argomentando che ancora ci sono milioni di persone che non hanno accesso né ad adeguate cure mediche, né ad abbastanza cibo e acqua. Si pensi solo all’impatto dell’AIDS in Africa. Dunque, si può affermare che l’evoluzione ‘naturale’ sia ancora in atto, tanto quanto forse mai abbia fatto in passato. Ognuno di noi, poi, è portatore di mutazioni, presenti nel genoma, spesso causa di malattie. Tutto questo continua a succedere di generazione in generazione, in un processo evolutivo inarrestabile finché “uomo” vivrà.

Il risvolto pragmatico di questa digressione circa il nostro percorso evolutivo come specie, riguarda la necessità di essere prevenuti nell’evenienza di una possibile rinegoziazione dei termini del bio-potere, inevitabilmente asimmetrico, che regola la vita del singolo, le popolazioni e i loro progetti sociali. In una tale concertazione non si può disconoscere la conoscenza che la teoria dell’evoluzione offre per la rielaborazione delle fondamenta della bio-politica e dei progetti sociali in cui la specie si spende. Prescindere dalle salvezze escatologiche creazionistiche, dalle nostre epiche che ci celebrano come esseri fatti ad immagine e somiglianza di “qualcuno o qualcosa”, narrative che hanno oscurato il nostro legame con le altre specie, e anche con la nostra, consegnandoci ad ogni sorta di paradiso immaginale, è un passaggio necessario per convenire ed attribuire valori secolari di senso all’agire collettivo e, dunque, alle nostre idee sulla vita, la malattia, la cura, la salute, la morale e l’etica. Risulta così evidente come, per la ricerca riguardante la medicina, le premesse sulle origini condizionino qualunque risvolto pratico.


[1] Il bio-potere o potere sulla vita si sviluppa con la secolarizzazione della Modernità, fino ad oggi, in due direzioni: (1) la gestione (utilizzazione e controllo) del corpo umano nella società dell’economia di mercato e della finanza, e (2) la gestione del corpo umano come specie, base dei processi biologici da controllare per una bio-politica delle popolazioni. Tra queste pratiche di controllo del corpo e della popolazione si annovera la medicina. Da una tale prospettiva di analisi, il controllo delle condizioni della vita umana è un affare politico e, tradotta la politica in mercato, un affare economico. La secolarizzazione mostra che nella Modernità, più che mai nella storia, la politica mette in gioco la vita delle persone. Conseguenza dell’irruzione del bio-potere è che la legge concede spazio alla norma: la struttura rigida della legge permette di minacciare la morte, ma la norma è anche adatta a codificare la vita.

[2] Proprio nel mese di giugno 2012, i ricercatori hanno fatto l’annuncio sorprendente che i dipinti nelle caverne dell’Età della Pietra in Altamira, Spagna, datano da un tempo precedente a ciò che era stato pensato in un primo momento, un tempo in cui gli uomini del Neanderthal erano ancora vivi. La datazione assoluta che si basa sul decadimento radioattivo di alcuni elementi chimici nel tempo (come il dimezzamento del Carbonio 14, 5730 anni, o quello dell’uranio, 4,5 miliardi di anni).

[3] Stringer Chris. Lone Survivors: How We Came to Be the Only Humans on Earth. Henry Holt Books and Company, New York, 2012

[4] R.G. Bednarik, The Human Condition, Developments in Primatology: Progress and Prospects, DOI 10.1007/978-1-4419-9353-3_2, C _ Springer Science+Business Media, LLC 2011

[5] Liu H, Prugnolle F, Manica A, Balloux F (August 2006). “A geographically explicit genetic model of worldwide human-settlement history”. Am. J. Hum. Genet. 79 (2): 230–7. //www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1559480/.

“This week in Science: Out of Africa Revisited”. Science 308: 921. 2005-05-13.

Stringer C (June 2003). “Human evolution: Out of Ethiopia”. Nature 423 (6941): 692–3, 695.

Johanson D. “Origins of Modern Humans: Multiregional or Out of Africa?”. ActionBioscience. American Institute of Biological Sciences. http://www.actionbioscience. org/evolution/johanson.html.

[6] Mark Stoneking & Johannes Krause (september 2011). “Learning about human population history from ancient and modern genomes”. Nature Reviews Genetics 12: 603-614.

David Reich, Nick Patterson, Martin Kircher, Frederick Delfin, Madhusudan R. Nandineni, Irina Pugach, Albert Min-Shan Ko, Ying-Chin Ko, Timothy A. Jinam, Maude E. Phipps, Naruya Saitou, Andreas Wollstein, Manfred Kayser, Svante Pääbo, Mark Stoneking (October). “Denisova Admixture and the First Modern Human Dispersals into Southeast Asia and Oceania”. The American Journal of Human Genetics 89 (4): 516-528.

[7] Weaver, Timothy D.; Charles C. Roseman (2008). “New developments in the genetic evidence for modern human origins”. Evolutionary Anthropology: Issues, News, and Reviews (Wiley–Liss) 17 (1): 69–80. http://www3.interscience.wiley.com/journal/117921411/abstract.

Fagundes, N. J.; Ray N., Beaumont M., Neuenschwander S., Salzano F. M., Bonatto S. L., Excoffier L. (2007). “Statistical evaluation of alternative models of human evolution”. Proc Natl Acad Sci USA 104 (45): 17614–9. http://www.pnas.org/content/104/45/17614.long.

Wolpoff, Milford and Caspari, Rachel (1997). Race and Human Evolution. Simon & Schuster. p. 42.

[8] Jones, Steve. The language of genes. Flamingo, London, 2000

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