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Conceptual Papers

NEURO-PARASSITOLOGIA – NUOVE VISIONI PER LE NOSTRE METAFORE

Rinaldo Octavio Vargas, sociologo & Eugenia D’Alterio, biologa

■■ INTRODUZIONE

Se la convenzione dominante considera la medici­na un insieme di verità al di là di ogni paradigma cognitivo culturale che l’istituzionalizza, con questa rivista si sostiene che la medicina è una costruzio­ne sociale vincolata a paradigmi cognitivi culturali riferibili a determinati gruppi sociali. Un modo di rendere tollerabile un tale paradigma di interpreta­zione delle realtà sociali, a chi è abituato a categorie assolute, metafisiche e naturalistiche quali conteni­tori della propria esperienza, consiste nell’indaga­re il linguaggio in cui e con cui viviamo le nostre esperienze. Vale a dire, il mondo metaforico in cui viviamo e attraverso il quale attribuiamo significati alle nostre esistenze. La metafora, come già ci inse­gnavano negli anni 80 Lakoff & Johnson1, è pervasi­va nel linguaggio e nel pensiero quotidiani. Infatti, la metafora è la chiave di un resoconto appropriato alla nostra comprensione culturale adattiva della re­altà sociale e della nostra esperienza esistenziale più soggettiva o intima.

La metafora, comunemente, è considerata un uti­lizzo letterario del linguaggio, una questione di sti­le piuttosto che di percezione, pensiero e azione. Il nostro sistema concettuale quotidiano, in termini di ciò che pensiamo e facciamo, è, però, fondamental­mente metaforico. I concetti che governano il no­stro pensiero non sono solo una questione di intel­letto ma presiedono anche il nostro modo di operare quotidiano, perfino nei particolari più banali. I nostri concetti strutturano ciò che noi percepiamo, come ci muoviamo e come ci relazioniamo. In definitiva, il nostro sistema concettuale gioca un ruolo centrale nel definire le nostre percezioni e le nostre realtà quotidiane.

Allora, se è corretto suggerire che il nostro sistema concettuale è largamente metaforico, il modo in cui pensiamo, ciò che sperimentiamo e ciò che facciamo tutti i giorni, è largamente una questione di meta­fora. Se l’essenza della metafora è comprendere e sperimentare un tipo di cose nei termini di un’altra, in definitiva, noi attuiamo nel modo in cui, metafori­camente, concepiamo le cose, al punto di poter so­stenere che noi viviamo attraverso la metafora. Detto in modo ancora più radicale: la nostra espe­rienza esistenziale è organizzata dalle metafore che la nostra cultura ci fornisce.

■■ PRIVI O PRIVATI DI VOLONTÀ PROPRIA?

Seguendo la visione antropomorfica e, con­seguentemente, metaforica del linguaggio, possiamo riferire che nelle foreste pluviali del Co­sta Rica “vive” una specie di ragno, l’Anelosimus Octavius, che mostra, a volte, un comportamento contrario ad una logica comune perché, di tanto in tanto, “abbandona” la sua tela e ne costruisce una completamente differente, una nuova “dimora”, non per sé ma per una vespa che vive all’interno del suo organismo. Poi, con il cervello “dirottato dal suo in­vasore”, il ragno, “novello architetto zombie”, muo­re, permettendo alla larva, cresciuta all’interno del suo corpo di strisciarne fuori.

Esempi di organismi “zombie”2 in natura sono tutt’altro che rari. Se i virus sono parassiti endo­cellulari obbligati, un gran numero di organismi mono e pluricellulari, batteri, funghi, protozoi, al­cune vespe, tenie etc., possono parassitare e “con­trollare” il cervello dei loro “organismi ospitanti” facendo “eseguire” le proprie “richieste”. Ma, solo di recente, i ricercatori hanno iniziato a realizzare la “sofisticata” biochimica che i parassiti attuano. Se la conoscenza che taluni parassiti possano “ma­nipolare” i loro organismi ospitanti è relativamen­te vecchia, c’è di nuovo la conoscenza di come lo fanno.

Nel caso del ragno del Costa Rica, la nuova ragnatela è, splendidamente, adatta alla vespa parassita “ospi­tata”. Rispetto alla tela normale di un ragno, questa ha una forma insolita: una piattaforma sormontata da uno spesso strato che la protegge dalla pioggia. La larva della vespa striscia al bordo della piattaforma e fila un bozzolo che pende verso il basso attraverso un’apertura che il ragno ha, gentilmente, fornito per il parassita.

Per “manipolare” i ragni, la vespa deve avere dei geni che producano proteine che alterino il compor­tamento del ragno e, per alcune specie, i ricercatori stanno ora individuando questo tipo di geni. Tale è il caso con il Baculoviridae (BACULOVIRUS), un virus “spruzzato” liberamente sulle foglie in foreste e giardini. Una sola porzione di insalata di cavolo, carote e cipolle trasporta 100 milioni di BACULOVI­RUSES.

Noi, commensali umani, non dobbiamo preoccuparce­ne, perché il virus nuoce solo i bruchi di specie di in­setti quale il Bombice Dispari o Limantria. Quando un bruco morde una foglia carica di BACULOVIRUS, il parassita “invade” le sue cellule e comincia a replicar­si, inviando il “comando” di “salire in alto”. Gli “ignari” bruchi “ospiti” finiscono in alto sugli alberi, per cui tale infestazione si è guadagnata il nome di TREETOP DI­SEASE. I corpi dei bruchi a questo punto si dissolvono, rilasciando una “pioggia di virus” su altri “ignari ospiti” che capitano sotto questa “pioggia virale”.

David P. Hughes3 della Penn State University e i suoi colleghi hanno scoperto che un singolo gene, noto come EGT, è responsabile per la guida dei bru­chi sugli alberi. Il gene codifica per un enzima che una volta rilasciato all’interno del bruco, distrugge un ormone che segnala al bruco di fermare la sua attività di nutrirsi. Hughes sospetta che il virus pun­gola il bruco in una frenesia di alimentazione. Infatti, normalmente il Bombice Dispari o Limantria esce di notte per nutrirsi e poi torna alle fessure, nella parte inferiore degli alberi, per nascondersi dai predatori. Il bruco “zombie”, invece, non può interrompere la sua ricerca di cibo. I bruchi infetti rimangono fuori a mangiare, bloccati in un ciclo di compulsivo nutri­mento continuo.

Altri parassiti “manipolano” i loro “ospiti” alterando i neurotrasmettitori nei loro cervelli. Questo tipo di “psicofarmacologia” parassitaria costituisce il modo in cui gli Acantocefali, classe di vermi cilindrici de­gli aschelminti, inviano i loro “ospiti intermedi” al loro “destino”. Parassiti intestinali dei vertebrati, gli Acantocefali hanno un ciclo biologico indiretto che richiede l’intervento di un ospite intermedio inver­tebrato, il gammaridae, appunto. I gammaridi, sottordine dei crostacei anfipodi vivono in stagni e, di solito, rispondono alle sollecitazioni ambientali sprofondandosi nel fango. Un gammaridae infetto, invece, risale in fretta alla superficie dello stagno per poi spazzolare l’acqua fino a quando non trova un fusto, una pietra o qualunque altro oggetto a cui aggrapparsi.

L’insolito nuoto del gammaridae permette al paras­sita di fare il prossimo passo nel suo ciclo di vita. A differenza dei BACULOVIRUSES, che vanno da bruco in bruco, gli Acantocefali necessitano vivere in due specie ospite: un gammaridae e poi un uccello o pe­sce. Nascondersi nel fango dello stagno protegge il gammaridae dai predatori ma, forzandolo a nuo­tare verso la superficie, l’Acantocefalo lo rende un bersaglio facile. Le ricerche di Simone Helluy4, del Wellesley College, su questa inversione suicida del comportamento, indicano che i “parassiti manipola­no il cervello” dei gammaridi attraverso il sistema immunitario dell’ospite.

Il parassita invasore provoca una forte risposta delle cellule immunitarie del gammaridae, che scatenano sostanze chimiche per uccidere il parassita. Ma il pa­rassita è in grado di difendersi da questo attacco ed è il sistema immunitario dell’organismo ospite a pro­vocare, invece, un’infiammazione che si infiltra nel suo stesso cervello. Lì, si interrompe l’abituale chimi­ca, provocando, in modo particolare, la produzione di gran quantità di serotonina.

Questo neurotrasmettitore influenza il modo in cui i neuroni trasmettono i segnali. Secondo le ricerche di Helluy, gli effetti della serotonina innescata dagli Acantocefali sono stati tali da alterare i segnali che viaggiano dagli occhi al cervello del gammaridae. Normalmente, un riflesso di luce provoca la fuga del gammaridae verso l’oscurità nel fondo del loro sta­gno. L’Acantocefalo può causare che il suo anfitrione percepisca la luce solare come oscurità, inducendolo a nuotare verso l’alto anziché verso il basso.

Capire come i parassiti manipolano gli invertebrati “zombi” è un discorso, ma per i ricercatori, definirla nei vertebrati, compresi gli umani, è opera molto più complessa, e può la metafora della zombificazione essere ancora appropriata?

Una ricerca di vertebrati “zombi” è stata effettuata tramite un protista parassita, il Toxoplasma gon­dii. Il suo ciclo vitale ha due fasi, infatti, come per gli Acantocefali, questo organismo monocellulare si muove tra i predatori e le loro prede.

La prima fase avviene nell’ospite definitivo, un felino e comprende la riproduzione sessuata: il felide, ad esempio un gatto, si infetta ingerendo carne conte­nente cisti del parassita oppure oocisti sporulate. Il Toxoplasma si riproduce nella budella dei gatti, che poi lo spargono attraverso le loro feci.

La seconda fase, nella quale il parassita si riprodu­ce solo in maniera asessuata può aver luogo in ogni animale a sangue caldo, mammiferi come ratti (in­cluso lo stesso gatto) o uccelli. Mammiferi e uccelli possono prendere il parassita, che può invadere le cellule dei loro cervelli e formare cisti. Quando i gatti mangiano animali infetti, il Toxoplasma com­pleta il suo ciclo. Gli scienziati hanno scoperto che i topi infetti dal Toxoplasma perdono la loro ata­vica paura dell’odore dei gatti, e ciò li rende po­tenzialmente prede più facili da catturare rendendo possibile una più facile propagazione del ciclo del parassita.

Glenn McConkey[1], della University of Leeds, e i suoi colleghi hanno trovato una spiegazione plausibile di come il Toxoplasma ottiene questo cambiamento. Esso produce un enzima che accelera la produzio­ne del neurotrasmettitore dopamina che influenza la motivazione dei mammiferi e come loro valutano le ricompense. L’aggiunta di dopamina extra potrebbe rendere l’organismo ospite del Toxoplasma più curio­so e meno timoroso.

Ma Ajai Vyas, della Nanyang Technological University in Singapore, ha trovato che il Toxoplasma “manipo­la” simultaneamente i suoi ospiti in altri modi. I ratti maschi infetti producono testosterone extra. Questa modifica rende i maschi più attraenti alle femmine e quando si accoppiano i maschi trasmettono il paras­sita alle femmine.

Provocando una maggiore produzione di testostero­ne nei maschi, il Toxoplasma può fare di più della sua propagazione ad altri gatti. Il testosterone riduce la paura. I ratti infetti possono diventare meno preoc­cupati quando sentono l’odore dei gatti.

Questa ricerca potrebbe fornire indizi importanti sul comportamento umano. Nel caso del Toxoplasma, ad esempio, gli umani possono diventare ospiti se vengono a contatto con la lettiera di gatti infetti o se mangiano carne cariche dal parassita. Alcuni studi hanno messo in relazione la parassitosi da Toxopla­sma con sottili cambiamenti di personalità così come con un rischio più alto di schizofrenia.

Shelley Adamo, ricercatrice e docente della Facol­tà di Scienze della Dalhousie University[2], considera che la nuova scienza della “neuro-parassitolo­gia” può offrire ispirazione alle aziende farmaceu­tiche che stanno lottando per trovare farmaci ef­ficaci per i disturbi mentali. L’Adamo raccomanda cercare di vedere se i parassiti abbiano qualcosa da suggerirci.

La ricercatrice tiene a precisare che il modo in cui i parassiti manipolano i cervelli è profondamente di­verso dai farmaci, ad es. il Prozac. Infatti, la moda­lità in cui un parassita induce a cambiare comporta­mento il suo ospite non è proprio la stessa di cui un neurobiologo si servirebbe.

Lo schema cognitivo dominante nei ricercatori dell’in­dustria farmaceutica, si concentra, di solito, su un farmaco adatto ad agire su un tipo di molecola. I pa­rassiti, invece, spesso, lanciano un attacco molto più ampio che riesce a causare un cambiamento specifi­co e generalizzato nei loro ospiti. Forse l’alterazione di diversi sistemi funzionali, simultaneamente, po­trebbe dare risultati migliori che trattare di colpire un sistema particolare con una singola “mazza”. A que­sto c’è d’aggiungere la considerazione dell’ Adamo, che i parassitologi stanno solo da poco scandaglian­do i meandri delle alterazioni biochimiche e siste­miche della zombificazione. Al momento, si è capito che i parassiti hanno un modo tutto loro di compiere un processo che noi, da osservatori costretti ai no­stri modelli cognitivi, metaforicamente antropomorfi, denominiamo “zombificazione”.

■■ API ZOMBI!!! CHI COMANDA LA NOSTRA TESTA?

Rimanendo nel mondo delle metafore suggestive in cui la maggiore parte di noi umani ancora vive, si è anche parlato di “Api zombi”. Segnalate per la pri­ma volta ai ricercatori in California, nel 2008. Queste api, considerate dall’immaginale comune come fic­tion, si sono insediate, oramai, anche in North Dako­ta e nello stato di Washington.

Esse agiscono in modo inquietante, mostrando com­portamenti anomali come voli notturni, qualcosa di inaudito in api sane, e spostandosi in modo erratico per poi morire. Queste “zombi” sono “vittime” di una mosca parassita, l’Apocephalus Borealis.

La mosca femmina depone le sue uova nell’addo­me delle bottinatrici. Le uova si schiudono e le larve emergono e iniziano a muoversi lentamente e comin­ciano a mangiare gli organi interni dell’ape. L’ape ini­zia allora a mostrare comportamenti inusuali, come “fughe notturne” e voli “deliranti” fino alla sua morte. Per un massimo di due settimane le larve rimangono all’interno per finire di divorare l’ape dall’interno ver­so l’esterno. Trasformate in pupe, emergono attra­verso un’apertura tra la testa e il torace, decapitando l’ape, da cui il nome di questa mosca (Apocephalus). Le pupe che emergono si trasformano in mosche adulte che iniziano un nuovo ciclo.

Questi eventi, pur se possono sembrare bizzarri all’immaginale popolare (preso dall’idea di un mon­do in cui dovrebbe prevalere un ordine infinitamente conservatore ad immagine e somiglianza di ciò che viene immaginato come bene assoluto) non sono in­soliti nel mondo animale. Molte specie di mosche e di vespe depongono le uova all’interno di “organismi ospitanti”. Ciò che è particolarmente interessante, e un po’ più insolito, è il fatto che un parassita inter­no non solo si nutre dell’organismo “ospitante”, ma ne altera il comportamento, in modo da favorire la sua sopravvivenza e la sua riproduzione a scapito dell’ospite.

Ma non tutti i parassiti interni uccidono l’organi­smo ospitante. Ciò che osserviamo più frequente­mente è che ogni organismo pluricellulare è sede di numerosi “compagni di viaggio”, ciascuno dei quali ha il suo ordine del giorno, che in alcuni casi comporta influenzare o prendere il controllo di una parte o di tutto l’organismo in cui temporalmente risiedono.

Questa osservazione porta alla domanda: chi è il re­sponsabile della nostra mente? Per noi umani “for­nire vitto e alloggio” ad altre forme di vita non solo può compromettere il nostro status funzionale se patogene (per non parlare della perduta tranquillità mentale) ma può limitare, anche, la nostra liber­tà di azione. La denominazione tecnica di questa situazione sarebbe “manipolazione dell’organismo ospitante”.

Prendiamo, ad esempio, la tenia Echinococcus Multilocularis che fa sì che il suo organismo ospi­tante, il topo, diventi pigro e obeso, il che lo rende facile preda per i predatori, in particolare volpi, che, non a caso, provvedono un ambiente ottimale per­ché la tenia possa passare alla fase successiva del suo ciclo di vita.

A volte il processo è veramente strano. Ad esem­pio, un tipo di Trematode conosciuto come Dicro­coelium dentriticum ha come organismo ospitan­te definitivo la pecora o la vacca, nel cui fegato trascorre la fase adulta della sua vita. Ma due or­ganismi ospitanti intermedi sono necessari al suo ciclo vitale: una specie di lumaca e una specie di formica. Le sue uova, espulse con le feci dei mam­miferi ospitanti, si schiudono nell’intestino della lu­maca di terra che le ha ingerite dove si trasformano in sporocisti e cercarie. Le cercarie o larve si rag­gruppano come palle di melma nell’intestino della lumaca che poi eliminate dalla lumaca sono ingerite dalle formiche. Una volta dentro, il parassita perfo­ra la parete dello stomaco della formica e migra al cervello dell’ospite, dove forma una “thick-walled cyst” (spessa parete cistica) conosciuta come il cervello del verme, modificando il comportamen­to della formica. Infatti, la formica manipolata, in risposta alle richieste del Dicrocoelium, attua un comportamento insolito,sale alla cima di un filo d’erba e aspetta paziente e visibile finché non viene consumata da una pecora al pascolo. Quando l’or­ganismo ospitante definitivo mangia una di queste formiche le metacercarie penetrano nella parete in­testinale della pecora o vacca e raggiungono il loro fegato, dove maturano e completano il loro ciclo di vita. Una volta nell’intestino dell’ospite il verme rilascia le sue uova, le quali vengono immesse al nuovo ciclo in porzioni di escrementi che verranno consumate di nuovo dalle lumache, le quali even­tualmente espelleranno le larve che verranno con­sumate da un’altra generazione di formiche e così, sempre, ciclicamente.

Certo potremmo andare avanti all’infinito, consi­derando, anche, tutti quei parassiti conosciuti di cui noi umani siamo inconsapevoli o consapevo­li ospiti. Se queste osservazioni possono risultare stressanti per coloro che sono impegnati con l’idea dell’autonomia, dobbiamo convincerci che questi “parassiti manipolatori” hanno “ereditato” la terra, compresi noi, forse, altrettanto parassiti del “no­stro” ecosistema.

Ragioniamo mai sul fatto che quando siamo in­fluenzati o semplicemente raffreddati se tossiamo o starnutiamo è certamente normale ma così facendo tiriamo fuori anche i nostri microscopici invasori in­fettanti? In quanto, la tosse e gli starnuti potrebbero essere non solo sintomi ma una modalità, scopo di una manipolazione subita da noi, organismi ospi­tanti, da parte di virus e/o batteri che possono così diffondersi e riprodursi più facilmente. La situazione non sarebbe poi tanto diversa dalle Api “zombifica­te”, i topi cresciuti fino all’obesità e le formiche infa­tuate sul filo d’erba.

Così come Lenin ci ha esortato, dovremmo chiederci, “chi beneficia di un’interazione sociale e a scapito di chi”? La nuova scienza della medicina evolutiva sol­lecita una domanda del tipo: chi ci guadagna quando noi umani presentiamo sintomi di una malattia? La domanda è d’imbarazzo se consideriamo che, spes­so, sono forme di vita “parassite” a “causare” la ma­lattia in prima istanza.

■■ NOI STESSI IN ALTRI TERMINI … ALMENO COSÌ PARE

Ma cosa succede a riguardo della sana vita quoti­diana che noi umani pensiamo di attendere? A noi piace pensare che le nostre azioni sono volontarie e solo nostre e non a beneficio di qualche forma parassita e patogena di un’armata occupante. Così, quando ci innamoriamo, lo facciamo per nostra scel­ta, non certo per volere di una tenia. Quando aiu­tiamo un amico, non siamo certo manipolati da un batterio altruistico. Se mangiamo quando sentiamo fame, dormiamo quando siamo stanchi, ci grattia­mo quando abbiamo un formicolio o scriviamo una poesia quando siamo in vena di farlo, sono tutte situazioni in cui ci fa piacere pensare che non siamo piegati da oscuri ospiti.

Ma la questione non è così semplice.

Se pensiamo di voler avere un figlio chiediamo­ci, per un attimo, chi sono i diretti beneficiari di questa riproduzione: noi o piuttosto i nostri geni. Come riconoscono i biologi moderni, i bambini sono il modo in cui i nostri geni progettano loro stessi nel futuro. Ragionare su questa prospettiva offre la possibilità di riconoscere che il nostro compor­tamento, anche in questa evenienza, è dettato dai nostri geni per volontà autogena di sopravvivenza dei geni stessi.

Ma se i nostri geni manipolano i “nostri” corpi, la si­tuazione, paradossalmente, ci sembra meno terribile, se non altro perché, invece di “occupazione stranie­ra”, sono i nostri stessi geni ad agire. Ma se a questi geni, convenzionalmente “personali”, “concediamo” di manipolare i nostri corpi e, per estensione, le nostre azioni, non l’intendiamo certo come la mosca parassi­ta che non esita a dirottare un’ape da miele.

Certo la comprensione della biochimica parassitaria ha un interesse scientifico generale e anche appli­cativo per la produzione di farmaci e di vaccini e ci consentirebbe di gestire meglio la nostra vita. Ma questa vita, metaforicamente nostra, in realtà di nostro ha ben poco. Il nostro corpo è, infatti, un habitat nell’habitat, così complesso il cui unico con­fine conosciuto e certo è la sua fine abiotica come la tanatologia studia ma è l’inizio per altri organi­smi che della sua dissoluzione si nutrono.

Ecco, allora, una possibile metafora: forse non c’è nessuno in carica, né manipolati né manipolato­ri. Ma, chi rimane dopo di “noi” è, effettivamente, un seguito dei nostri geni? L’epigenetica ci lascia il dubbio. Quale è la deriva metaforica del mondo e dove inizia e finisce la nostra “metaforicamente autonoma” volontà? Essere pragmatici è, forse, la strada migliore per darci metafore attendibili.


[1] Faculty of Biological Sciences, University of Leeds, England, UK.

[2] Halifax, Nova Scotia, Canada.

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