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Conceptual Papers

TURRITOPSIS DOHRNII E NUTRICULA E IL TRANS DIFFERENZIAMENTO – TRA MITO E REALTÀ

Sara Palma, studentessa in biologia / Rinaldo Octavio Vargas, sociologo / & Eugenia D’Alterio, biologa

Intendendo la scienza e la cultura, della quale l’atti­vità di ricerca è parte, come insiemi di abiti adattivi per provvedere alle necessità di una comunità che in esse si riconosce, si rende difficile collocare l’asser­zione che dichiara che nel corso della storia la voca­zione della scienza sia stata quella di andare contro il senso comune e i miti che ci forniscono credenze di appartenenza.

Il connubio tra società e scienza è multidimensio­nale. La scienza, senza dubbio, consente di allar­gare l’orizzonte della prevedibilità riguardo la so­pravvivenza, sia in termini biologico – genetici che culturali. Indubbiamente, però, in questa multidi­mensionalità, a volte conflittuale, della relazione tra società e scienza, la ricerca viene comunicata al grande pubblico, principalmente, nei termini del lin­guaggio mitologico. Infatti, il più delle volte, sem­bra che la ricerca venga fatta a conferma dei nostri miti, piuttosto che come un invito ad uscirne. In realtà, l’idea della scientificità è, anche, uno degli apparati ideologici al servizio del potere, oggi, nella veste, anche, del marketing.

Così, quando si fa ricerca per studiare processi di trans differenziazione, o di qualunque proprietà emergente di un programma biologico – genomico, esso viene posizionato nell’immaginale collettivo nei termini del­la sua narrativa mitica. Non a caso, gli studi su idro­zoi) come le due specie di Turritopsis, la Dohrnii e la Nutricula, che una volta raggiunta la maturità ses­suale e dopo essersi riprodotte, non muoiono, a dif­ferenza del loro normale ciclo vitale, ma attuano una sorta di “reverse ontogeny”, ossia ringiovaniscono al loro stadio di polipo mediante trans-differenziamento, in situazioni avverse, come osservato in laboratorio, conservando le proprietà biologiche), sono divulgati come un avanzamento verso la comprensione di un meccanismo capace di procurare longevità agli umani ma, di fatto, interpretati ai media come una condizione definibile “prerequisito all’immortali­tà”. E il marketing delle grandi promesse farmaceu­tiche è sollecito a comunicare che “le utopie di ieri, oggi, si acquistano in farmacia”.

L’mmortalità, memoria di un’idea religiosa e/o meta­fisica o semplice brama di una vita infinita è un mito che continua ad accompagnarsi alla ricerca al punto che, usando, quale Cavallo di Troia, gli studi su un idrozoo, si annuncia che una teoretica immortalità delle proprietà emergenti (biologiche) dell’organi­smo umano, del suo programma genomico, potreb­be essere non più un’utopia. In ogni modo, necessità pratica o mitica della comunità, il campo di interesse dei processi dell’invecchiamento cellulare è scientifi­camente elevato.

Avviene così che, nella società contemporanea, ci­viltà del marketing, le ultime acquisizioni in tema di sistemi molecolari in grado di Autopoiesis, infran­genti l’esperienza del limite di durata delle proprie­tà biologiche a noi conosciute, si presentino come premessa di incoronamento di un sogno, ossia di renderle se non “perenni”, almeno, “rinnovabili”. Ciò evidenzia il carattere strumentale delle scien­ze, compresa la medicina, quali costruzioni sociali e come tali artifici e/o protesi di specifici gruppi sociali.

L’invecchiamento costituisce ancora un ’disvalore’ culturale per cui la comunità desidera sì una maggior durata ma, soprattutto, fenomeni involutivi fisiologici e funzionali non degradanti. Da queste “necessità” inizia la ricerca teoretica e la ricerca di modelli di re­altà per poter conoscere e accedere, in modo simu­lato, a ciò che ci sembra verosimile e praticabile. Gli esemplari di Turritopsis, quindi, ci forniscono modelli naturali di simulazione di un organismo che diano una risposta di laboratorio riguardo la reversibilità dalla senescenza.

La storia con cui le piccole meduse verranno pre­sentate all’immaginale collettivo segue il copione di seguito descritto, sia che si tratti di riviste di divulgazione scientifica che di giornali di prestigio o meno.

Rinvenuta, casualmente, da Christian Sommer, alla fine degli anni ’80, nelle acque al largo delle scogliere di Portofino dove il giovane ricercatore effettuava i suoi rilevamenti su centinaia di Hydrozoa (organismi coloniali o solitari, di solito, rispettivamente, in for­ma di polipo o medusa).

Fra gli organismi raccolti c’era, difatti, anche una piccola medusa, relativamente, conosciuta ai biologi come Turritopsis dohrnii, oggi, nota come la “medu­sa immortale”, che si comportava in un modo parti­colare. In pratica, non solo sopravviveva in condizio­ni sfavorevoli, ma sembrava ringiovanire di giorno in giorno fino a ricominciare un nuovo ciclo di vita.

Circa un decennio dopo, alcuni biologi (F. Boero, S. Piraino ed altri), incuriositi dalla scoperta del gio­vane studente tedesco, vollero approfondire le ri­cerche e nel ‘96 pubblicarono un dossier intitolato “Invertendo il ciclo della vita”, nel quale spiegavano come i Turritopsis Dohrnii riuscissero a ritrasfor­marsi in polipi (la fase iniziale del loro ciclo vitale), “scampando alla morte e acquisendo una sorta d’immortalità”, prerogativa, anche, della Turritopsis Nutricula.

Tuttavia, oggi, potremmo chiederci: cosa hanno di particolare queste Turritopsis che le contraddistin­guono da tutte le altre meduse?

In generale, le meduse hanno un ciclo vitale abba­stanza “normale”: nascono da un uovo fecondato, attraversano una fase embrionale e poi larvale fino a trasformarsi (fase giovanile) in “polipetti” che vi­vono nel fondo dei mari e dai quali per un processo simile alla ‘gemmazione’ si originano gli individui adulti (le meduse) che, dopo una fase matura e ri­produttiva, come tutti gli altri viventi, degenerano e muoiono.

Ebbene, le Turritopsis, appena uno stato di stress ambientale sembra seriamente minacciarle, mettono in atto un sorprendente (e ancora inspiegato) proces­so di ristrutturazione cellulare, una sorta di “reverse development” (noto come trans differenziamento[1]) ritornando allo stato larvale, cioè si trasformano di nuovo in “polipetto”.[2]

La svolta interessante sarebbe di individuare a livello molecolare come entra in gioco lo “switch” genetico in grado di invertire il ciclo vitale della medusa, una scoperta che potrebbe fornire anche applicazioni in medicina, ma per la quale non ci sono al momento investimenti sostanziali.

Certo è che negli ultimi decenni, la, cosiddetta, medusa immortale si è rapidamente diffusa in tutti gli oceani del mondo. Un processo che Maria Pia Miglietta chiama “invasione silenziosa.” La medusa avrebbe sfruttato l’“autostop” delle navi da carico, per cui, la Turritopsis, originaria dei Caraibi, attual­mente è molto presente anche nel Mediterraneo, ol­tre al largo della costa di Panama, Spagna, Florida e Giappone.

Sebbene la Turritopsis può, generalmente, aggirare “la morte”, di certo non sopravvive ai predatori o ad eventuali infezioni come tutte le meduse.

Ovviamente, se mai si trovasse il gene che accende la “proteina rigenerante” potremmo fare un grande passo avanti nel portare benefici all’umanità renden­do gli organi umani più resistenti al cancro o a malat­tie ereditarie degenerative piuttosto che ritardarne solo la morte cellulare.

Tuttavia, “l’ambito delle scelte non riguarda la sola scienza, essa si limita a mostrarne infinite possibi­lità, spetta sempre alla società, prenderne le deci­sioni”.[3]


[1] Il trans-differenziamento avviene quando una cellula che si è differenziata assumendo il proprio ruolo avvia un processo di regressione e si de-differenzia per poi rias­sumere altre funzioni biologiche

[2] Turritopsis nutricula, Hongbao Ma & Yan Yang. Brookdale University Hospital and Medical Center, Brooklyn, NY, Nature and Science 2010-8(2)

[3] Boncinelli E., Sciarretta G. “Verso l’immortalità? La scienza e il sogno di vincere il tempo”. Scienza e idee, Raffaello Cortina Editore, 2005

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