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Conceptual Papers

Editoriale LA QUESTIONE DELLA SPECIE UMANA NELLA COSTRUZIONE DELLA REALTA’ SOCIALE

Editoriale

LA QUESTIONE DELLA SPECIE UMANA NELLA COSTRUZIONE DELLA REALTA’ SOCIALE

Rinaldo Octavio Vargas, sociologo & Eugenia D’Alterio, biologa

Tornare alla comprensione della specie umana è questione rilevante perché costituisce il presuppo­sto a qualsiasi progetto sociale ed esistenziale. Tuttavia, la questione, se lasciata soltanto alle disci­pline umanistiche potrebbe rivelarsi non esaustiva.[1] Infatti, le tante branche di esse, dalla filosofia al dirit­to, dalla storia alle arti creative, hanno descritto con dettaglio e genio le loro interpretazioni della peculia­rità della cosiddetta “natura umana”, in un continu­um di infinite permutazioni. Queste discipline, infatti, non hanno spiegato perché noi, come specie, abbia­mo le caratteristiche che ci contraddistinguono e non altre, da un vasto numero di possibilità concepibili. In questo senso, le discipline umanistiche, prevalen­temente determinate dal linguaggio della teologia e della metafisica, non hanno rappresentato una com­prensione secolare dell’esistenza della nostra specie, per cui riproponiamo la questione della specie uma­na: cosa siamo?

Allora, la chiave per affrontare questa questione sta nella circostanza e nel processo che resero possibile l’emergere della nostra specie. La condizione umana è un prodotto della storia, e non solo dei sei millenni della nostra civiltà, ma risale a molto più indietro, in centinaia e centinaia di millenni. Questa evoluzione, biologica e, poi, culturale, senza soluzione di continu­ità, deve, ancora, essere esplorata per avanzare una risposta adattiva idonea alla questione di chi siamo come specie in relazione alle nuove condizioni socio-culturali. Quindi, quando vista in tutta la sua intera traversata, biologica e culturale, la storia dell’uma­nità diventa la chiave per comprendere come e per­ché la nostra specie sia sopravvissuta.[2]

Finora, tale narrazione, nella costruzione della real­tà sociale e del consenso, è stata interpretata dalle società umane, prevalentemente, come il dispie­garsi di un disegno soprannaturale, al cui autore è dovuta fedeltà e obbedienza. Ma, tale interpreta­zione confortante è diventata meno sostenuta dalla conoscenza amplificata del mondo reale. Così, via via, dalle interpretazioni tradizionali del passato, le storie di una creazione sono state miscelate con le scienze umane per attribuire un significato all’esi­stenza della nostra specie.

Sebbene l’attribuzione di un senso all’esistenza della specie umana sembra essere di capitale importanza nella costruzione del consenso culturale attorno alla realtà sociale in cui si vive, è proprio intorno all’i­stanza dell’elaborazione di questa legittimità che i collettivi sociali si frammentano, in quanto animati da sensi diversi e/o contrapposti. Questa conflittuali­tà, determinante di quanto ci accade come collettivi viventi, rimane, però, celata nel retroscena dell’a­gorà allestito per la rappresentazione della vita, con tutti i suoi argomenti relativi alla disoccupazione, al costo del denaro, alle istituzioni politiche e via dicen­do. Ammettendo “la necessità” di un’elaborazione di senso secolare dell’esistenza della specie umana, quale presupposto alla concertazione sociale, è tem­po di prendere in considerazione ciò che la scienza può dare all’umanità e l’umanità alla scienza, in una comune ricerca di una risposta più saldamente fon­data alla questione della specie.

Per cominciare, i biologi hanno documentato l’origi­ne biologica del comportamento sociale avanza­to nell’uomo, simile a quello che si verifica altrove nel regno animale. Utilizzando gli studi comparativi di migliaia di organismi, dagli insetti ai mammiferi, la conclusione è che le società più complesse sono emerse attraverso l’EUSOCIALITÀ, cioè attraver­so un vero condizionamento sociale.[3] I membri di un gruppo eusociale allevano i giovani in modo coopera­tivo e per più generazioni. Essi dividono il lavoro at­traverso la consegna, da parte di alcuni membri, di almeno una parte delle loro produzioni personali, in modo di aumentare le possibilità di sopravvivenza e ri­produttive di altri membri della loro stessa collettività.

L’eusocialità si distingue come una stranezza in un paio di modi. La prima è la sua estrema rarità. Su centinaia di migliaia di lignaggi di animali in evolu­zione sulla Terra, nel corso degli ultimi 400 milioni di anni, la condizione dell’eusocialità, per quanto sia­mo in grado di determinare, è sorta solo, circa, due dozzine di volte, dato, probabilmente, sottostimato a causa di un errore di campionamento. Ciò nonostan­te, si può essere certi che il numero di condizioni per l’eusocialità è stato molto piccolo.

Inoltre, le specie eusociali conosciute sorsero molto tardi nella storia della vita. Sembra, anche, che l’eu­socialità non si sia manifestata durante la grande di­versificazione degli insetti nel Paleozoico, da 350 a 250 milioni di anni fa, periodo durante il quale la varietà di insetti si avvicinava già a quella di oggi, ne vi sono evi­denze alcune di specie eusociali durante il Mesozoico fino alla comparsa delle prime termiti e formiche tra i 200 e i 150 milioni di anni fa.[4] (Ricordiamoci che noi, esseri umani, siamo apparsi solo di recente, a seguito di decine di milioni di anni di evoluzione tra i primati).

Una volta raggiunto il comportamento sociale avanzato dell’eusocialità, esso si è rivelato un grande successo eco – sociologico. Dalle due dozzine di lignaggi indipen­denti, solo due negli insetti – le formiche e le termiti – dominano a livello mondiale gli invertebrati sulla terra. Anche se sono rappresentati da meno di 20 mila delle milioni di specie di insetti viventi conosciute, le formi­che e le termiti compongono più della metà del peso del corpo complessivo degli insetti della Terra.[5]

La storia della eusocialità solleva una questione: dato l’enorme vantaggio che essa conferisce, perché que­sta forma avanzata di comportamento sociale è stata così rara e in lungo ritardo? La risposta sembra es­sere la speciale sequenza di cambiamenti preliminari evolutivi che debbono verificarsi prima che il passo finale verso l’eusocialità possa essere intrapreso. In tutte le specie eusociali analizzate ad oggi, il passo preliminare all’eusocialità è la costruzione di un nido protetto, dal quale i viaggi di foraggiamento possano cominciare e all’interno del quale i picco­li possano essere allevati alla maturità. I costruttori originali di questi nidi possono essere femmine so­litarie, una coppia o un piccolo gruppo debolmente organizzato. Quando questo passo preliminare è sta­to raggiunto, tutto ciò che è necessario per creare una colonia eusociale consiste, per i genitori e i figli, nel rimanere al nido e collaborare nell’allevamento di nuove generazioni di giovani. Tali accorpamenti pri­mitivi, poi, sembra si dividano facilmente in attività di soggetti raccoglitori di foraggi propensi al rischio e, viceversa, in soggetti avversi ai rischi.

Dopo questa impostazione preliminare, la domanda pertinente è: cosa ha portato un lignaggio di prima­ti al rarissimo livello dell’eusocialità? I paleontologi hanno documentazioni discrete che mostrano che in Africa, circa due milioni di anni fa, le circostanze preliminari per l’eusocialità nella specie uma­na erano già in atto.[6] Infatti, una specie del, princi­palmente, vegetariano Australopiteco, spostò la sua dieta per includere una dipendenza molto più ele­vata di carne.[7] Tuttavia, perché un gruppo potesse provvedersi di una dieta, così energetica, come la carne, la cui fonte era così dispersa nel territorio, non era opportuno vagare scioltamente e in modo erratico, come ancora, oggi, fanno gli attuali scim­panzé e bonobi (scimmie antropomorfe) per procu­rarsi da mangiare. Fu, infatti, più efficiente allestire un accampamento (quindi, stabilire il nido) e invia­re fuori dallo stesso cacciatori che potessero dedi­carsi alla caccia, uccidere e portare la carne a casa, condividendola con gli altri membri del gruppo. In cambio, i cacciatori ricevevano la protezione dell’ac­campamento per le loro proli giovani tenute lì.

Da studi effettuati su umani “moderni”, tra cui i cac­ciatori raccoglitori, la cui vita ci dice tanto circa l’o­rigine della specie umana, gli psicologi sociali hanno dedotto la crescita mentale che ha avuto inizio con la caccia e l’accampamento.[8] Un premio è stato posto sulle relazioni personali volte sia alla com­petizione che alla cooperazione tra i membri. Il pro­cesso è stato incessantemente dinamico ed esigente e ha, di gran lunga, superato in intensità qualunque cosa di simile sia stata vissuta dalle orde monadiche scarsamente organizzate delle maggiori società di animali. L’eusocialità richiedeva una buona memo­ria, sufficiente per valutare le intenzioni dei mem­bri della comunità e per prevedere le loro risposte nell’arco del tempo. Questo si tradusse in una capa­cità di inventare e di provare, all’interno della comu­nità, futuri scenari di interazioni concorrenti.

L’intelligenza sociale dei pre-umani stabiliti in ac­campamenti si è evoluta come una sorta di gioco agli scacchi non-stop.[9] Oggi, al capolinea di questo processo evolutivo, le nostre immense banche di memoria sono attive collegando passato presente e futuro. Esse ci permettono di valutare le variabili prospettiche e le conseguenze di alleanze, legami, contatti sessuali, dominio, inganno, fedeltà e tra­dimento. Noi, istintivamente, ci compiacciamo nel raccontarci storie infinite circa gli stati interiori degli altri. Il meglio di questo si esprime nelle arti crea­tive, la teoria politica e altre attività di alto livello, quelle che chiamiamo le discipline umanistiche.

Una parte cruciale della lunga storia dell’evoluzione, evidentemente, ha avuto inizio con il primitivo Homo Habilis (o una specie strettamente legata ad esso) due milioni di anni fa.[10] Prima dell’Homo Habilis, i pre-umani erano stati, per così dire, ‘animaleschi’. In gran parte vegetariani, successivamente, indicizza­ti come ‘umani’, ma la loro capacità craniale rimase della misura attribuibile allo scimpanzé, pari o in­feriore a 500 cm³. A partire dal periodo dell’Homo Habilis la capacità craniale è cresciuta vertiginosa­mente: da 680 cm³ nell’Homo Habilis, a 900 cm³ nell’Homo Erectus e, circa, a 1.400 cm³ nel Sapiens. L’espansione del cervello umano è stato uno de­gli episodi più rapidi di evoluzione di organi comples­si nella storia di ciò che conosciamo come ‘vita’.

Eppure, riconoscere il raro incontro di primati che hanno collaborato non è sufficiente a spiegare il pie­no potenziale degli umani “moderni” che la capaci­tà cerebrale fornisce. I biologi evoluzionisti hanno cercato la grande ‘incubatricedell’evoluzione sociale avanzata, cioè la combinazione di forze e circostanze ambientali che hanno consentito una maggiore longevità e una riproduzione di più successo nel possesso di una elevata intel­ligenza sociale. Al momento vi sono due teorie concorrenti di questa ‘forza principale’.

La prima è la selezione della parentela: gli indivi­dui favoriscono i parenti collaterali (altri parenti diversi dalla propria prole o discendenza) facilitando lo svilup­po dell’altruismo tra membri dello stesso gruppo. L’al­truismo, a sua volta, genera organizzazioni sociali complesse e, in un caso che ha coinvolto un grande mammifero, il livello dell’intelligenza umana.[11] La seconda, una teoria argomentata più recentemente, ritiene che l‘incubatrice sia stata una selezione a più livelli. Questa formulazione riconosce due livelli in cui opera la selezione naturale: la selezione individuale basata sulla concorrenza e la cooperazione tra membri dello stesso gruppo, e la selezione di gruppo, che nasce dalla competizione e cooperazione tra i gruppi. La teoria della selezione multilivello sta guadagnando favore tra i biologi evoluzionisti a causa di una prova matematica, recente, che indica che la selezione di pa­rentela può sorgere solo in condizioni particolari che, palesemente, non esistono, e a fronte di una migliore applicazione della selezione a multilivelli a tutte le due dozzine di casi di animali noti dell’evoluzione eusocia­le.[12] I ruoli di entrambe le modalità di selezione, quella individuale e quella di gruppo, sono, indelebilmente, impressi (prendendo a prestito la frase di Darwin) nel comportamento sociale. Come previsto, siamo in­tensamente interessati alle minuzie del compor­tamento di coloro che ci circondano. Il gossip è un argomento prevalente di conversazione in tutto il mondo, dai cacciatori-raccoglitori degli accampamen­ti fino alle corti dei reali. La mente è una mappa mutante degli altri, come in un caleidoscopio, dove ciascuno è disegnato emotivamente in tonalità di fidu­cia, amore, odio, sospetto, ammirazione, invidia, reli­giosità e socialità. Siamo spinti, in modo compulsivo, a creare e ad appartenere a gruppi, variamente nidificati, sovrapposti o separati, grandi e piccoli. Qua­si tutti i gruppi competono, in un modo o in un altro, con quelli di tipo simile. Tendiamo a pensare ai nostri gruppi come superiori e troviamo la nostra identità al loro interno.

L’esistenza di competizioni e conflitti, questi ulti­mi spesso violenti, è stata una costante delle società come testimoniano i reperti archeologici.[13] Queste ed altre caratteristiche, che noi chiamiamo “natu­ra”, sono così profondamente radicate nelle nostre emozioni e abitudini di pensiero da sembrare parte di una “natura” più larga, come l’aria che respiriamo e il macchinario molecolare che attua tutta la vita. Ma non lo sono. Perché sono tratti ‘culturali’ idiosincratici, ereditati, che definiscono la nostra specie.

Le principali caratteristiche delle origini biologi­che culturali della nostra specie sono sottoposte, oggi, allo scrutinio interdisciplinare e, con questo allargamento di visione comprensiva, si accresce il potenziale di un contrasto più fecondo tra scienza e discipline umanistiche. La convergenza tra queste due branche del sapere sarà di enorme importanza quan­do abbastanza persone abbiano partecipato alle nuove visioni bio-culturalistiche circa la specie umana che questo sapere comprensivo genera. Dal punto di vista della scienza, la genetica, le neu­roscienze, la biologia evolutiva, la paleontologia, sa­ranno tutte viste sotto una luce diversa. Agli studenti verrà insegnata la preistoria e la storia convenzionale come il più grande poema epico del mondo vivente.

A questo punto, è ipotizzabile che avremmo una visione più secolare e relativista del nostro posto nella, cosiddetta, natura. Forse saremmo esaltati, davvero, in quanto menti di una biosfera, capaci di stupirci e con una immaginazione sempre più mozzafiato. Tutto ciò, rimanendo ancora parte della fauna e della flora della Terra. Siamo legati ad essa non solo per fisiologia ma anche per via delle nostre emozioni e della nostra storia evolutiva. È azzardato pensare a questo pianeta come ad una stazione di connessione verso un mondo mi­gliore, immaginando di poterlo trasformare in una nave spaziale frutto dell’ingegneria umana. Contra­riamente all’opinione comune, demoni e dei non si contendono la nostra fedeltà in felicità o infelicità. Da un punto di vista embriologico siamo una sorta di auto-assemblaggio, di fai-da-te. Da una prospettiva esistenziale, siamo un modo di esistere nel mondo. Inoltre, la nostra solitudine di specie è davvero un evento evoluzionistico recente. In definitiva, una comprensione, più realistica e pragmatica del­la nostra condizione, è ciò che conta per una sopravvivenza a lungo termine degli individui e della specie a cui apparteniamo e, di conseguen­za, per la ridefinizione dei nostri progetti so­cio-esistenziali, siano essi di carattere politico, imprenditoriale, lavorativo e familiare, e per la ri­negoziazione del bio-potere che condiziona ogni aspetto della vita quotidiana.


[1] Wilson, Edward O., “Consilience: The Unity of Knowledge”, Knopf, New York, 1998

[2] Wilson, Edward O., “The Social Conquest Of Earth”, Liveright Publishing Corporation, New York, 2012

[3] Nowak, Martin A., Corina E. Tarnita & Edward O. Wilson, “The evolution of eusociality” Nature 466: 1057-1062 (2010)

[4] Ware, Jessica L., David A. Grimaldi, & Michael S. Engel, “The effects of fossil placement and calibration on divergence times and rates: An example from the termites (Insecta: Isoptera)” in Arthropod Structure and Development 39: 204-219 (2010)

Wilson Edward, O., and Bert Holldobler, “The rise of the ants: A phylogenetic and ecological explanation,” Proceeding of the National Academy of Sciences, USA 102(21): 7411-7414 (2005)

[5] ivi

[6] Zalmout, Iyad S. et al., “New Oligocene primate from Saudi Arabia and the divergence of apes and Old World monkeys,” Nature 466: 360-364 (2010)

[7] Braun, David R. et al., “Early hominin diet included diverse terrestrial and aquatic animal”, Proceeding of the National Academy of Sciences, USA 107 (22): 10002-10007 (2010)

[8] Finarelli, John A. and John J. Flynn, “Brain-size evolution and sociality in Carnivora,” Proceeding of the National Academy of Sciences, USA 106(23): 9345-9349 (2009)

[9] Brown, Roger, Social Psychology, p. 553. New York: Free Press, 1985

[10] Henke, Winfried, in Franz M. Wuketits and Francisco Ayala, eds., Handbook of Evolution, vol. 2, The Evolution of Living Systems (Including Humans) (Weinheim: Wiley-VCH, 2005), pp. 117-222

[11] Wilson, Edward O., “One giant leap: How insects achieved altruism and colonial life,” Bio Science 58 (1): 17-25 (2008)

[12] Nowak, Martin A., Corina E. Tarnita & Edward O. Wilson, “The evolution of eusociality” Nature 466: 1057-1062 (2010)

[13]  Le Blanc, Steven A., Constant Battles: The Myth of the Peaceful, Nobel Savage. St. Martin’s Press, New York, 2003

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