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Conceptual Papers

Il cielo sopra o sotto di noi? CAMBIARE IL LINGUAGGIO PER COMPRENDERE LA REALTÀ

Il cielo sopra o sotto di noi?

CAMBIARE IL LINGUAGGIO PER COMPRENDERE LA REALTÀ

Rinaldo Octavio Vargas, sociologo & Eugenia D’Alterio, biologa

con la collaborazione di Marco Bonomo, fisico

■■ FRAINTENDIMENTI SU CIÒ CHE LA SCIENZA È

Avanziamo che vi siano taluni preconcetti e frain­tendimenti su ciò che la scienza è. Esaminiamo, ad esempio, l’idea di scienza come un metodo di co­noscenza organizzata, dove osservazioni e dati pro­cedono in teorie, poi il tempo passa, altre ricerche, altre esperienze. Con più dati le teorie evolvono e, a volte, cambiano, così ne rigettiamo una e ne tro­viamo un’altra che sembra offrire una migliore com­prensione della realtà e così si va avanti, da sempre.

Si tratta di un’idea standard di come la scienza fun­ziona, che implica che la scienza tratta contenuti em­pirici. Secondo questa teoria sulle teorie, le teorie cambiano perché il contenuto empirico cambia. Ciò significa che il dato rappresenta la parte solida di ciò che la scienza è. Per molti scienziati della teoria in tut­to questo vi è qualcosa di preoccupante. In effetti, a un tale approccio sembra che manchi qualcosa perché la scienza è qualcosa in più di un dato. Vediamo come.

■■ LA SCIENZA È QUALCOSA IN PIÙ DEL DATO

Per chiarire cosa si vuole dire, avvaliamoci di una figu­ra del passato quasi remoto, Anassimandro di Mileto (610 a.C. circa – 546 a.C. circa), filosofo greco pre­socratico e cartografo ma, a ben dire, uno scienziato. Egli intuì qualcosa che è molto tipico della scienza e che mostra qualche aspetto di ciò che la scienza è.

Al tempo, tutte le civiltà conosciute, euroasiatiche ed africane, pensavano che la struttura del mondo fosse la seguente: il cielo sopra le loro teste e la terra sotto i loro piedi. Una sorta di realtà di un sopra e un sot­to, e le cose, cadendo dall’alto al basso, avallavano il cielo sopra e la terra sotto. Anassimandro, invece, sosteneva un’altra realtà: la terra era un corpo finito, a forma di disco o cono cilindro, come una pietra di colonna, che galleggiava immobile al centro del co­smo senza cadere e senza essere appoggiato a nulla[1] e il cielo non era solo sopra le teste ma aleggiava tutto intorno alla terra.

Osservando il cielo, Anassimandro poteva prendere atto che le stelle, la luna, il sole assumevano posizio­ni tali spiegabili perché giravano, continuamente, at­torno alla Terra, ed era del tutto ragionevole pensare che sotto alla Terra vi fosse il niente. Una conclusione a cui nessuno prima di lui era approdato in secoli e secoli di civiltà.

Se la Terra galleggiava nel cielo, poi si doveva ri­spondere alla domanda del perché non cadesse, mentre le cose cadono verso il basso. Il genio di Anassimandro è stato proprio quello di aver rispo­sto mettendo in discussione la domanda stes­sa. Egli asseriva: le cose cadono verso la terra, ma non per questo la terra stessa deve cadere. In altre parole, egli si rese conto che la generalizzazione, riguardo alla caduta di ogni oggetto verso la terra stessa, poteva essere sbagliata. Egli allora propose un’alternativa che è quella che la direzione della caduta degli oggetti è sempre verso la terra, il che significa che la direzione della caduta è relativa alla Terra.

Ciò significa che i concetti di sopra e sotto diven­tano nozioni relative alla terra, il che è piuttosto semplice da capire per noi che abbiamo già assimi­lato l’idea della realtà relativa. Se, ora, sorridiamo delle difficoltà di quando eravamo bambini per capire come le persone che vivono nell’emisfero opposto non stanno a testa in giù, ravvisiamo come la com­prensione della realtà richieda un certo cam­biamento strutturale nei termini basilari del linguaggio con cui percepiamo e immaginiamo il mondo. In altre parole, sopra e sotto assumono un significato diverso prima e dopo una rivoluzione percettiva, come Anassimandro ci insegna.

Anassimandro intuisce qualcosa in più circa la realtà percepita, modificando qualcosa nella struttura concettuale con cui, abitualmente, cogliamo la realtà. Nel farlo, egli non sta formulando una teoria ma intuendo qualcosa che ha un certo preciso senso, liberandoci da un pregiudizio radicato nella strut­tura concettuale che avevamo riguardo al modo di pensare lo spazio.

Perché questo è stato un evento determinante? Per­ché questo è ciò che accade ad ogni passag­gio della conoscenza. Questo si verifica quando un professore suggerisce un argomento da svilup­pare ad un dottorando. Il contributo di ricerca, di solito, consiste nel ribaltare il modo in cui l’argomento è impostato. Perciò, si dice che la soluzione di un quesito scientifico non sta nel dato ma nel modo di interrogarci e porre il quesito. La soluzione emerge, di solito, quando ci si rende conto che nel modo in cui il problema era stato formulato, vi era del pregiudizio implicito, pre­supposto.

È idea comune pensare che abbiamo delle teorie perché c’è un soggetto razionale che utilizza dei dati per costruire tali teorie. Questa è un’idea insufficiente, perché nella costruzione di una nuova teoria quello che viene messo in discussione non è il dato in sé ma, fondamentalmente, la struttura concettuale utilizzata nel ragionamento e nell’interpretazione del dato stesso. In altre parole, non è cambiando dati e teorie relativi ai dati che si va avanti nella scienza ma cambiando il nostro modo di pen­sare il mondo.

La scoperta della relatività speciale o relatività ri­stretta di Einstein è probabilmente l’esempio che rende più chiaro questo modo di pensare. All’alba del 1900 tutto sembra che possa essere spiegato trami­te le leggi della meccanica Newtoniana e l’equazioni dell’elettromagnetismo di Maxwell. Sembra che ogni aspetto del mondo materiale e qualsiasi dato speri­mentale possa essere spiegato e previsto tramite tali leggi. Il mondo sembra un gran meccanismo logico e che non contraddice il senso comune. Ciò che gli scienziati pensano è che l’accumulo di sapere speri­mentale e teorico metta sempre più a fuoco la cono­scenza di questo universo pressoché meccanico.

È dall’esperienza e dai dati che gli scienziati hanno dato il via alla costruzione delle teorie (ironicamente possiamo pensare alla mela che colpisce la testa di Newton), teorie che poi sono in grado di predire i risultati sperimentali futuri. Ma cosa succede quando i dati, la parte solida, contraddicono la teoria instau­ratasi, la parte volatile?

I dati impongono di rivedere la teoria affinché siano coerenti, e così si è fatto agli inizi del 1900 rivolu­zionando alcune teorie e introducendo concetti rivo­luzionari nelle teorie scientifiche (come la teoria dei quanti) affinché la teoria potesse spiegare i nuovi dati ottenuti.

Ma Einstein va oltre, non essendo limitato al pa­radigma di ragionamento dominante, e fa diversa­mente. Egli prende atto che i nuovi dati contrad­dicono la teoria ma lascia in piedi la teoria della relatività galileiana e la teoria di Maxwell, ed è con­sapevole che la teoria è essenziale. L’assunto che la velocità è relativa lo prende come postulato e lo mantiene, ciò che fa Einstein è espandere il pun­to di vista, senza sfidare il dato. Egli capisce che i nuovi dati preannunciano una teoria più ampia che non contraddice la precedente bensì la comprende.

Per ottenere questo, egli non cerca nuove risposte ma si pone nuove domande, tra le quali “il tempo si può considerare ancora assoluto?”. Egli mostra che l’evoluzione della scienza si compie non sfidando il dato ma qualcosa che è completamente diverso, qualcosa che è nelle nostre teste, cioè il modo in cui pensiamo il tempo. Egli cambia qualcosa nel sen­so comune, qualcosa nella struttura elementare dei termini in cui noi abitualmente pensiamo il mondo, sulla base della fiducia dei risultati passati nel campo della Fisica. Questo è, esattamente, l’op­posto di ciò che si fa oggi, anche in Fisica. Pensare significa accettare ciò che abbiamo imparato, sia sfidare ciò che pensiamo e realizzare che in alcune cose che pensiamo ci potrebbe essere qualcosa da modificare, da cambiare.

In un certo senso Einstein si pone quasi ingenua­mente davanti ai dati sperimentali, con quell’ingenu­ità genuina che permette alla mente, libera da strut­ture e scevra da percorsi predefiniti, di ascoltare la verità della realtà.

■■ IL PENSIERO SCIENTIFICO RIBALTA IL MODO IN CUI UN ARGOMENTO È IMPOSTATO

Quali sono, quindi, gli aspetti del fare scienza che vengono sottovalutati e che dovrebbero essere mes­si in primo piano? Primo, fare scienza è costruire visioni che ci consentano di prevedere gli accadi­menti, riorganizzare la nostra struttura concet­tuale percettiva, creare nuovi concetti che, prece­dentemente, non esistevano e, ancor di più, sfidare gli a-priori che abbiamo. Quindi, conoscere e fare scienza non è solo raccogliere informazio­ni e ridurle a dati seguendo una modalità pre­stabilita per metterli insieme. Fare scienza è un’attività riguardante il modo in cui pensiamo, riguardante la nostra visione mentale del mondo. La scienza inerisce il processo nel quale continuiamo a esplorare i modi di pensare, di cambiare le nostre immagini del mondo, la nostra visione, per trova­re nuove modalità e immagini che funzionino un po’ meglio nel provvedere alle necessità della condizione umana.

Nel fare questo, certamente, ciò che abbiamo impa­rato dal passato è il nostro ingrediente principale. Se è stato dimostrato e abbiamo imparato a cono­scere che la terra non è piatta, non vi sarà alcuna teoria che tornerà su quei passi. Se si è appreso che la terra non è il centro dell’universo, non abbiamo ragione di pensare diversamente. Se con Einstein abbiamo imparato che la simultaneità è relativa, non torniamo indietro alla simultaneità assoluta. Ma se un esperimento, oggi, misura neutrini che viaggiano più veloci della luce, siamo sospettosi. Perché dire che Einstein si sbagliava per noi non è facile. Come umani, conoscenza e certezze vengono elaborate dalla nostra comprensione e sembrerebbero in con­traddizione. Ossia, in taluni casi, siamo sollecitati a modificare, in profondità, la nostra struttura concet­tuale e viene a mancare la certezza della conoscen­za già acquisita.

■■ LA SCIENZA NON SI OCCUPA DI CERTEZZE

La più profonda incomprensione riguardo alla scienza è, proprio, quella di considerare che essa si occupa di certezze.

La scienza, infatti, non si occupa di certezze ma di trovare modi sempre più attendibili di pensa­re ai livelli della conoscenza attuale, che porta, inevitabilmente, ad una mancanza di certezze asso­lute da parte della scienza stessa. Le idee scientifiche sono credibili non perché siano assolute ma perché sono quelle che sono sopravvissute ai giudizi del pas­sato o perché sono state più accreditate allo scrutinio degli interessati.

L’espressione “scientificamente provato” è una con­traddizione in termini. Non vi è niente che sia scien­tificamente provato. Il nucleo della scienza, per evolversi, è la profonda consapevolezza che le idee possono essere sbagliate, che viviamo nel pregiudizio. E ne abbiamo di pregiudizi radicati. Nella nostra struttura concettuale per cogliere la realtà ci potrebbe essere qualcosa di non ap­propriato, qualcosa che potrebbe essere necessario rivedere per capire meglio. In ogni momento, ab­biamo una visione della realtà che è relativamente efficace solo per rispondere alle nostre necessità umane.

Ma al tempo stesso tale visione non è scambiata per una certezza assoluta e ciascuno dei suoi elementi è un a-priori aperto alla revisione. Perché ciò succede? Perché il nostro cervello progredisce non solo in risposta alle sollecitazioni ma, anche, per le sue peculiarità cognitive.

Questo sforzo continuo a cambiare il nostro modo di pensare, di riadattare, è una parte della nostra natura o condizione. Non è che la nostra mente cambia a scapito o in opposizione alla no­stra predisposizione o natura, è la “storia naturale” stessa dell’uomo, socio ambientale e peculiare dei gruppi e degli individui, che continua a mutare la nostra condizione.

■■ IL CONTENUTO QUALITATIVO DELLA TEORIA

A questo punto si può fare un commento finale per puntualizzare questo modo di pensare la scienza, cioè che la scienza non è solo un dato.

Il contenuto empirico della teoria scientifica non è quello più importante. I dati servono per suggeri­re la teoria, per confermarla o per smentirla. I dati hanno un carattere strumentale, mentre ciò che ci interessa è il contenuto qualitativo della teo­ria, ovvero, quello che la teoria dice del mondo. La teoria della relatività generale dice che lo spazio-tempo è curvo. I dati della relatività generale sono tali che il perielio di Mercurio si muove a 43 gradi per secolo, rispetto a quello calcolato con la meccanica newtoniana.

E chi dei media se ne interessa? Chi è interessato a questi dettagli? Se questo era il contenuto della rela­tività generale, la relatività generale sarebbe noiosa. La relatività generale è interessante non a causa dei suoi dati, ma perché essa ci dice che, per quanto ne sappiamo oggi, il miglior modo di concettualizzare spazio-tempo è come un oggetto curvo. Questo ci dà un modo migliore di cogliere la realtà della mec­canica newtoniana perché essa ci dice che possono esserci buchi neri, perché ci dice che c’è stato un Big Bang. Questo è il contenuto della teoria scientifica.

“Tutti gli esseri viventi sulla Terra hanno antenati co­muni.” Si tratta del contenuto di una teoria scienti­fica, non dei dati specifici utilizzati per verificare la teoria. Così, il focus del pensiero scientifico dovrebbe essere sul contenuto qualitativo della teoria, sul pas­sato della teoria, sulle teorie precedenti, cercando di individuare quello che concretamente sosteneva e quello che la teoria stessa ci suggerisce di cambiare nel nostro quadro di riferimenti concettuali.

■■ LE SCIENZE SI OCCUPANO DELLE NOSTRE VISIONI DEL MONDO

Dunque, riassumendo, la scienza non è relativa ai dati, né relativa al contenuto empirico, ma relativa alla nostra visione del mondo. La scienza si occupa di superare le nostre idee e di andare, continuamente, oltre il senso comune. La scienza è una continua sfida al senso comune e il nucleo della scienza non è la certezza ma la continua incertezza. Si potrebbe osare e dire che la scienza è la gioia di prendere ciò che pensiamo, consapevoli che in tutto ciò che pensiamo, ci sono probabilmente ancora una quantità enorme di pregiudizi ed errori, e cercare di imparare a pensare un po’ più in grande, sapendo che vi è sempre un punto di vista più largo che ci aspettiamo nel futuro.

Sulla base di ciò che sappiamo, dovremmo imparare qualcosa di più, e al tempo stesso dobbiamo, in qual­che modo, prendere la nostra visione per quello che è, una visione che è la miglior visione che abbiamo e, continuamente, evolvere questa visione.

Una nuova teoria non è una grande congettura ma un modo di disimparare il metodo di pensa­re qualcosa e di imparare su come pensare in maniera diversa con la lettura della novità nei dettagli di ciò che già sapevamo. Copernico non ebbe mai nuovi dati, egli soltanto prese Tolomeo e lesse in modo nuovo i dettagli di Tolomeo, in modo di guardare la stessa costruzione da una prospettiva leggermente diversa e scoprire che la Terra non è il centro dell’universo.

■■ SCIENZA E FILOSOFIA

Queste considerazioni portano ad un commento fina­le circa la scienza e la filosofia. Nel processo di sem­plificazione che ha accompagnato l’inserimento di numeri senza precedenti di persone nelle istituzioni occidentali formali di organizzazione delle popolazio­ni, il marketing ha fatto uso della contraddizione in termini “scientificamente provato” e le corporazioni del mondo computerizzato hanno fomentato il fetic­cio del dato, al punto che la gente pensa che quanto è scientifico ha poco a che vedere con la filosofia. Si tratta, infatti, di un atteggiamento molto ingenuo che non corrisponde all’articolazione complessa del reale. Basta utilizzare l’esempio della fisica per realizzare quanto infondata sia l’idea popolare di una scienza che non necessita della filosofia. Heisenberg non sarebbe mai approdato alla mecca­nica quantistica senza essere pieno di filosofia. Ein­stein non sarebbe mai arrivato alla relatività senza aver letto i filosofi e aver avuto una testa piena di filosofia. Galileo non avrebbe mai fatto ciò che riuscì a fare senza avere una testa piena di Platone. New­ton considerava se stesso un filosofo e iniziò discu­tendo con Descartes le sue idee filosofiche, ugual­mente Maxwell e Boltzmann, rimanendo nel mondo della fisica. Tutti i passaggi più importanti della scienza sono stati compiuti da personaggi mol­to consapevoli delle questioni metodologiche e filosofiche, ovvero, frutto di menti filosofiche.

Il divorzio in questo dialogo stretto tra filosofi e scien­ziati è molto recente e in qualche modo si consuma dopo le seconda guerra, nella seconda metà del se­colo scorso. Infatti, mentre nella prima metà del 20° secolo, personalità come Einstein e Heisenberg mi­sero insieme la teoria della relatività, la teoria quan­tistica e la reimpostazione concettuale della fisica, la seconda metà del secolo, priva di filosofia, si è limi­tata all’applicazione delle grandi idee degli anni ‘30. In ogni modo, quanto oggi si fa non è solo applica­zione, poiché quando i ricercatori lavorano, loro uti­lizzano una metodologia, una filosofia della scienza.

Vi è una ristrettezza di vedute in molti ricercatori che non vogliono interessarsi a ciò che viene detto nell’ambito della filosofia della scienza. Vi è anche molta ristrettezza mentale in molte aree delle cosid­dette professioni liberali. Restringere la nostra visio­ne della realtà oggi al contenuto strumentale della scienza, cioè ai dati, è semplicemente essere ciechi della complessità della realtà che possiamo cogliere da numerosi punti di vista, che dialogano tra loro e che possono insegnare, vicendevolmente, l’uno all’altro.

Tale ristrettezza è, socialmente e storicamente, isti­tuita ed, se non è una scelta consapevole e condivisa dai diversi gruppi di interesse che costituiscono una società, è una riduzione strumentale al bio-potere, indipendentemente da chi lo detenga. La scienza non si occupa delle certezze ma di come mette­re certezze e credenze in discussione.

BIBLIOGRAFIA

Rovelli, Carlo. The First Scientist: Anaximander and his Legacy. Westholme Publishing, Pennsylvania. 2011

What Have You Changed Your Mind About?: Today’s Leading Minds Rethink Everything. Today’s leading minds rethink everything. Edited by John Brockman, Harper Perennial, New York, 2009


[1] La concezione condivisa dagli antichi ai tempi di Anassimandro era che la Terra «sta ferma a causa dell’eguale distribuzione delle parti. Il ragionamento postulava che “quel che è collocato al centro e ha eguale distanza dagli estremi, non può essere portato in alto più che in basso o di lato e che, essendo pure impossibile che il movimen­to avvenga contemporaneamente in direzioni opposte, sta necessariamente ferma”. Aristotele respingerà questa idea, preferendo la propria che la Terra resta al centro dell’universo perché questo è il suo “luogo naturale”. Fonte: De coelo, II 13, 295 b

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