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Conceptual Papers

Il sesso e LA COSTRUZIONE CULTURALE DEL GENERE

Il sesso e LA COSTRUZIONE CULTURALE DEL GENERE

Rinaldo Octavio Vargas, sociologo & Eugenia D’Alterio, biologa

Anche se l’appartenenza ad un sesso è conside­rata come categoria biologica, gli studi recenti si sono concentrati nell’esplorare se le differenze psicologiche dei generi, piuttosto che categorie tassonomiche, siano da considerarsi categorie “dimensionali”. I risultati tendono a documenta­re che i costrutti relativi ai generi siano, con poche eccezioni, proprio, “dimensionali”. Tuttavia, il ca­rattere di costrutto del genere suggerisce che differenze tra uomini e donne siano inadeguate per attribuire qualità psicologiche in base ad esso.

Il sesso costituisce il modo più diffuso di categoriz­zare le persone. A quanto pare, nella storia dell’evo­luzione della diversità umana, le culture sono state propense a classificare le persone in base al sesso. Anche oggi, sembra che si sia propensi a classificare le persone secondo il sesso, piuttosto che secondo razza[1]. Le persone usano il genere per ordinare gli individui in “classi naturali” categoriche più di qua­lunque altre possibili categorizzazioni socio-cultura­li[2]. I genitori sono soliti chiedere il sesso del neonato prima di porre qualunque altra domanda sullo stato di salute del bambino o della madre[3]. Forse perché per noi, primati, il sesso costituisce una caratteristica facile per la categorizzazione sociale che gioca anco­ra un ruolo cruciale nel processo di definizione di un gruppo. Secondo la teoria dell’identità di Spence[4], dall’infanzia in poi, il fatto di essere maschio o fem­mina pervade quasi tutte le attività ed esperienze umane e dato l’evidente significato evolutivo del ses­so di una persona, non sorprende che il sesso sia uti­lizzato diffusamente per la categorizzazione sociale.

Il genere, oggetto della riflessione, costituisce, però, un concetto che rimanda alla costruzione storica delle rappresentazioni sociali riguardo i sessi, per quanto concerne modelli di relazione, ruoli, aspettative, vincoli ed opportunità diverse. In effetti, dato il carattere controverso del co­strutto relativo al genere e prendendo atto delle discrepanze e incoerenze tra sesso cromosomi­co, genere e desiderio sessuale, costituisce una domanda chiave chiederci: uomini e donne sono, ef­fettivamente, differenti?

Dal punto di vista non esperto, uomini e donne ten­dono ad essere visti come categoricamente diversi. In effetti, alla domanda se le donne e gli uomini fos­sero “sostanzialmente diversi”, già nel 1998, il 58% di un campione lo sosteneva e un 40% invece, sen­tenziava, che almeno erano simili.[5] Inoltre, le cre­denze comuni, circa le caratteristiche di un sesso, tendono ad essere negativamente correlate con le convinzioni circa le caratteristiche dell’altro sesso.[6] Seguendo l’ipotesi che postula che noi categorizzia­mo gli oggetti per semplificare informazioni comples­se, è stato suggerito che le persone categorizzano in uomini e donne, sulla base del sesso, per semplifi­care un mondo sociale che risulta assai com­plesso.[7] In altre parole, se uomini e donne differi­scono, raggruppare le persone in categorie di sesso, ha la funzione di essere un giudizio semplice e ve­loce che evita di dover affrontare ogni singolo individuo negli scenari relazionali della nostra vita sociale.[8] Che uomini e donne siano diversi in molti comportamenti quotidiani, alcuni con effetti di significativa dimensione, rinforza, però, questa ten­denza alla semplificazione.

Dagli studi riferiti ed altre ricerche, si è sostenuto che il sesso può essere l’esempio più forte dell’es­senzialismo nei pattern cognitivi della gente co­mune, cioè quella convinzione che quelle categorie siano portatrici di proprietà profonde, nascoste e im­mutabili nel tempo che rendono i loro membri quello che sono in termini psicologici e/o comportamentali. Inoltre, le credenze essenzialistiche della gente co­mune, circa le differenze sessuali, vengono spesso giustificate facendo riferimento a spiegazioni gene­tiche, dotandole così di un senso di naturalezza, di presunta importanza e di accettabilità generale. Non sorprende, allora, che i modelli popolari distinguano uomini e donne in categorie essenzialmente distinte e che la metafora che suggerisce che uomini e donne vengono da “pianeti diversi” trovi tanta sintonia nelle audience popolari nei fatti di cronaca.[9] È interessante notare che, nonostante le migliaia di studi sulle differenze tra i sessi, la psicologia non ha dimostrato se le differenze nelle caratteristiche psicologiche e/o di genere riflettano differenze categoriche estreme tra uomini e donne o se esse siano piuttosto una questione di gradi variabili. Con ogni probabilità, la ricerca non ha preso direttamente in considerazione la questione perché ha adottato un punto di vista empirico per determinare se le differenze sono opportunamente caratterizzabili come qualitative o come una questione di gradi. La prevalenza e magnitudine delle differenze di genere, come sono state finora studiate, risultano poco informative riguardo questa distinzione. Le differenze per sé non ci indicano che un taxon esita[10]. È, ugualmente, in­teressante notare che la ricerca, per determinare se la differenza di genere sia tassonomica (rappresen­tando l’esistenza di categorie naturalmente distinte), utilizzando metodi tasso-metrici, suggerisce che tali differenze siano “dimensionali” (riflettendo differen­ze di gradi).

■■ LA PROSPETTIVA ATTUALE DI DISTINGUERE TAXON E DIMENSIONE

L’opinione prevalente tra gli studiosi che si occupa­no dell’argomento considera che la maggior parte delle differenze, cosiddette, di genere siano dimen­sionali piuttosto che tassonomiche. Probabilmente il più chiaro esempio riguardo questa convinzione deriva dai risultati delle meta-analisi condotte per stabilire la misura in cui uomini e donne differiscono su una data variabile.[11] Ad esempio, Hyde (2007)[12] ha esaminato 46 meta-analisi sulle differenze ses­suali comprendenti diversi domini cognitivi, sociali e di personalità. La magnitudine osservata e il pattern di questi risultati hanno portato Hyde a concludere che uomini e donne sono, sostanzialmente, più si­mili di quanto si presuma siano diversi. Questa è una conclusione che implica (ma non dimostra) la dimensionalità. Dalla prospettiva della dimensiona­lità le differenze di genere riflettono un sottostante continuum di attributi, quali personalità, tempera­mento e differenze ormonali. I ricercatori che sot­tolineano l’impatto delle esperienze derivate dalla cultura e/o della società, sembrano, similarmente, adottare un orientamento dimensionalistico descri­vendo come le esperienze specifiche possano mo­dellare il grado in cui un individuo sviluppa specifici tratti o competenze.[13] La posizione dimensionalisti­ca è, anche, popolare nelle neuroscienze sociali, in cui gli argomenti circa la plasticità e la complessità del cervello umano[14] sono citate per spiegare per­ché le cosiddette affidabili differenze di sesso nel­la struttura e funzione del cervello possono invece avere un impatto nel comportamento relativamente limitato.[15]

Tuttavia, forse perché la distinzione taxon – dimen­sione non ha ricevuto l’attenzione della ricerca, al­cuni studiosi sembrano favorire l’interpretazione ca­tegorica dei generi. Ancora molti ricercatori guidati dal pensiero evoluzionista considerano il compor­tamento psicologico sociale di uomini e donne come categoricamente distinto, pur se questo sem­plicemente riflette diversi compiti adattivi deri­vati in qualche modo dalle differenze biologiche.[16] Allo stesso modo, i ricercatori che teorizzano circa la sessualità e i comportamenti di accoppiamento da un punto di vista evolutivo tipicamente favoriscono le spiegazioni adattive nelle loro concettualizzazione delle differenze tra generi.[17]

Se, come riferito sopra, la maggior parte degli stu­diosi sono scettici circa l’idea generale che, in termini di comportamento sociale, uomini e donne rappre­sentino classi naturali, perché il pensiero catego­rico persiste? Una ragione da proporre è che nes­suna ricerca esistente ha esaminato, esplicitamente, la distinzione tra modelli categorici e dimensionali. Per gli studiosi della questione, allo stato attuale della ricerca, non vi documentazione esaustiva per stabilire se le differenze di genere siano tassonomi­che o categoriche. Ma la tendenza è, comunque, a postulare che il genere sia un costrutto culturale basato su questioni di gradi variabili piuttosto che di categorie.

■■ COMPRENDERE DIMENSIONI E TAXA

Una ragione per cui la natura di fondo delle differen­ze di genere non è stata affrontata diversamente è che mentre il sesso, biologicamente, è una variabi­le chiaramente categorica, le variabili che normal­mente interessano ai ricercatori – e anche alla gente comune – tendono ad essere variabili dimensionali (come la mascolinità, la femminilità, la riuscita ne­gli studi, l’aggressività, etc.) che variano lungo un continuum. L’affermazione che gli uomini sono più aggressivi delle donne, ad esempio, assume, impli­citamente, che vi sia un gruppo di persone che sono altamente aggressive (gli uomini) e un altro gruppo che è poco aggressivo (le donne). Questa posizione tratta una differenza media osservata tra uomini e donne come una classe speciale di categoria chiama­ta taxon. Esempi di taxa comprendono specie anima­li e il sesso biologico.

Per distinguere un taxon da una categoria dimen­sionale, Waller e Meehl[18] usano l’esempio di stu­denti che ricevono voto 10 in un esame. Sebbene questi studenti si trovino in una categoria differente da quella degli studenti con voto 8, loro non costi­tuiscono un taxon, perché la linea di demarcazione tra 10 e 8 è determinata dal taglio su una scala di­mensionale di prestazioni. Conoscere i voti di una persona su una specifica materia è, relativamente, irrilevante circa altri attributi della persona. Tuttavia, quando individui sono membri di un taxon, sono più propensi a mostrare anche tratti caratteristici del ta­xon che i non-membri. Ad esempio, conoscendo che una persona del gruppo voto 10 ha due cromosomi X, ci consente di concludere che la persona in que­stione svilupperà il seno, ovulerà, non avrà barba e mostrerà tutte quelle caratteristiche associate con l’essere femminile. Come molti taxa, il sesso ha una base genetica, con poche eccezioni, una persona è o XX o XY (nella norma). Gli indicatori per stabilire il sesso sono abbastanza chiari: il makeup genetico, l’anatomia e la fisiologia.

Sebbene uomini e donne possano differire in media in una miriade di modi queste differenze possono es­sere dimensionali, riflettendo quantità diverse di un dato attributo valutato lungo una sola dimensione, o attributi qualitativi ordinati in categorie fondamen­talmente distinte.[19] L’analisi tasso-metrica è inte­ressata non solo alla grandezza delle differenze ma, anche, al modello e alla distribuzione delle differenze tra più variabili. Questa differenza ha una notevole importanza per la comprensione della natura fonda­mentale delle differenze tra i generi.[20]

■■ PERCHÉ DISTINGUERE TRA DIMENSIONI E TAXA?

Vi sono diversi motivi per cui è importante determi­nare la struttura latente di genere. In primo luogo, mentre le variazioni dimensionali possono verificarsi come risultato dall’aggiunta di molte variabili, le dif­ferenze categoriche richiedono meccanismi in grado di creare strutture dicotomiche. In secondo luogo, la conoscenza della struttura di base di un costrutto è in grado di uniformare la classificazione, cioè indica­re se gli individui variano secondo variabili dimen­sionali o se appartengono a gruppi distinti. In terzo luogo, mentre le categorie implicano che i confronti tra gruppi sono più appropriati per l’analisi statistica, le variabili dimensionali sono più appropriatamente analizzate con metodi di correlazione continui. In ogni modo, gli attributi di solito esaminati nella ricer­ca sui generi, vengono descritti meglio con il modello dimensionale che con il tassonomico. In altre parole, i dati provvedono evidenza empirica per sostenere l’ipotesi dei ricercatori che vedono le differenze psi­cologiche tra i generi in termini dimensionali.

■■ COSA SIGNIFICA UN MODELLO DIMENSIONALE?

Il modo più tradizionale e facile di pensare alle diffe­renze di genere è in termini di una differenza media: in media gli individui di un sesso hanno un punteggio più alto rispetto alle persone dell’altro sesso riguar­do un certo aspetto. Ora, cosa significa che vi siano chiare differenze tra i punteggi medi di uomini e don­ne ma nessuna prova per la separazione in taxon e gruppi complementari? Cosa significa concettualizza­re differenze dimensionali, relative al genere, come opposte alle differenze tassonomiche? Ciò significa che il possesso di tratti associati al genere non è così semplice come dire “o questo o quello”. Intendere le differenze di genere come dimensionali è coerente con la teoria multidimensionale e multifattoriale del­la natura dell’identità di genere. Pure tra quelli con una forte identità di genere senza ambiguità, uomini e donne non esibiscono tutti gli attributi, interessi, attitudine, ruoli e comportamenti considerati come appartenenti ai loro sessi secondo gli stereotipi de­scrittivi e prescrittivi della società, ma mostrano solo alcuni di questi requisiti. A ben vedere, loro mostra­no alcune delle caratteristiche e comportamenti as­sociati anche all’altro sesso. In termini più astratti, queste “variabili” categorie di genere non sono solo multidimensionali ma anche multifattoriali, un’asser­zione, questa, ben supportata dalla ricerca.[21]

Sebbene le differenze in media tra i generi non sono oggetto di contestazione, l’idea di individui tipiz­zati in generi coerenti e inflessibili è oggi in di­scussione. Cioè, non vi sono due generi distinti, ma, invece, vi sono gradazioni di variabili asso­ciate al sesso, quali la mascolinità, la femminilità o l’intimità, che sono tutte gradazioni di un continuum, come la maggior parte delle differenze sociali, psi­cologiche e individuali. Perciò, è importante pensare a queste variabili come dimensioni di un continuum che le persone possiedono in una certa misura e che possono, anche, essere correlate al sesso. Natural­mente, il termine “differenze tra i sessi” è ancora ragionevole. In un modello dimensionale, le diffe­renze tra uomini e donne riflettono tutte le variabili note da essere associate al sesso. Ma, almeno, per quanto riguarda le classi di variabili, di solito prese in considerazione dalla ricerca, raggruppare in cate­gorie “maschio” e “femmina” comporta riconoscere che vi è sovrapposizione nella distribuzione di un continuum piuttosto che pensare che siamo dinanzi a “tipi o classi naturali”.

In effetti, l’attuale dibattito circa la ricerca sui gene­ri è se non sia più proficuo centrare la ricerca sulle somiglianze piuttosto che sulle differenze. L’ipotesi sulla somiglianza di genere postula che uomini e donne siano simili nella maggior parte delle variabi­li psicologiche. Pure in quelle variabili in cui uomini e donne non risultano simili si può rintracciare evi­denza di variazioni lungo un continuum dimensionale piuttosto che di una separazione categorica o come Hyde le chiama: le eccessivamente gonfie pretese di differenze di genere.”[22] Chiaramente, se le diffe­renze di genere sono concepite come variazioni lun­go un continuum, non c’è motivo di reificare queste differenze con le arti di estremizzazione relative alle classi tassonomiche. Queste differenze riflettono tut­te le influenze e/o esperienze che fanno parte della crescita di un individuo e che, dopo tutto, sono su­scettibili di modifica.

I risultati della ricerca, nell’ambito della psicologia sociale accademica, non si pronunciano per quanto riguarda la questione se le differenze di genere nel­le variabili studiate siano causate da fattori biologici o dalle esperienze.[23] Da questo punto di vista, en­trambi i fattori, biologici e sociali, sono un continuum che porta gli individui a sviluppare varie inclinazioni e disposizioni in una o altra misura e che incorag­gia a seguire certi percorsi in misura maggiore di altri.[24] È improbabile che qualsiasi di questi percor­si sia completamente “vissuto”. Sebbene taxa come gli elementi chimici e le specie animali sono spesso indicate come “tipi naturali” questo non è sempre il caso, come Meehl[25] indica riguardo al taxon politico relativo ai trotzkisti che, presumibilmente, diventa­no membri dell’organizzazione attraverso l’apprendi­mento sociale e l’ambiente piuttosto che per essere nati nel trotzkismo. Se la tassonomia non necessa­riamente significa che l’appartenenza sia radicata in cause biologiche, sembra ragionevole che la condi­zione dimensionale non sia radicata necessariamente nell’apprendimento o ambiente. In breve, la dimen­sionalità del genere non affronta la base biologica e sociale delle differenze tra uomini e donne.

Se il genere è dimensionale, perché le categorie stereotipate di “uomini” e “donne” persistono nella vita quotidiana? Su questo, diverse spiegazioni sem­brano plausibili. Una è che le persone tendono a pen­sare in modo categorico[26] o come Fiske[27] ha posto la questione, riferendosi sia agli studiosi che alla gente comune: “noi amiamo le dicotomie.” La gente uti­lizza categorie facilmente accessibili per aiu­tarsi nell’organizzazione dell’informazione che il mondo sociale implica, una scorciatoia mentale che è conosciuta come l’ipotesi della miseria cogniti­va.[28] Poiché il sesso è uno dei tratti umani più facil­mente osservati, esso costituisce una base semplice e comune per categorizzare le persone. Dal momen­to che altre qualità tendono ad essere ospitate da categorie accessibili e uomini e donne differiscono in miriadi di modi, le generalizzazioni basate in catego­rie massimizzano la differenza tra i sessi riducendo al minimo le differenze al loro interno.[29] Inoltre, risulta razionale accentuare le differenze tra i gruppi ogni volta che queste differenze sono facili da imparare, abbastanza precise e utili per l’azione.[30] Un altro mo­tivo per la resistenza delle convinzioni categoriche, circa il genere, è che le persone tendono a essen­zializzare le categorie umane quando queste ca­tegorie sembrano evidenti e aver confini netti, sono radicate nella tradizione culturale, sono involontarie, immutabili e percepite come originate da distinzioni ‘naturali’, cioè sono considerate costrutti indiscussi, parte di ciò che fanno le specie viventi ciò che sono.[31] Le categorie essenzializzate sono viste come aven­ti un significato profondo e coerente, fattori che le portano a giocare ruoli importanti nella percezione e nel comportamento sociale e giurisdizionale. Come Prentice & Miller hanno osservato, tuttavia, l’essen­zialismo psicologico non ha bisogno di riflettere diffe­renze effettivamente tassonomiche. Ciò nonostante, “ogni volta che la gente invoca la biologia per spie­gare le differenze di genere, si rafforza ulteriormente l’opinione che uomini e donne siano tipi umani diver­si.”[32] La diffusa attenzione a “maschio” e “femmina” come categorie discrete, praticamente endemiche attraverso i mass media e le teorie profane circa il genere, servono soltanto per rafforzare queste con­vinzioni, come quella di pensare che i problemi rela­zionali tra uomini e donne siano da attribuire alla loro putativa differenza tassonomica riguardo loro obiet­tivi, comportamenti e stili di comunicazione.

■■ CONSIDERANDO IL CONTESTO STORICO CULTURALE

Può essere fecondo considerare come i risultati del­la ricerca sono legati al contesto storico e culturale entro il quale i dati sono stati raccolti. Con poche eccezioni, la maggior parte di questi dati sono stati raccolti da giovani americani nell’ultimo quarto del 20° secolo. Questo era un tempo e ambiente in cui le differenze tra uomini e donne stavano diminuendo, riflettevano circostanze educative, sociali ed econo­miche che hanno contribuito alla crescente liberaliz­zazione dei ruoli di genere. In effetti, se avessimo raccolto nuovi dati nel 2012, probabilmente, sareb­bero stati dimensionali. Questo punto suggerisce due importanti implicazioni. Nella misura in cui i dati sono obsoleti, avrebbero dovuto esserci più probabilità di rivelare una struttura taxonomica (che, invece, non hanno). Di conseguenza, rendono il sostegno alla di­mensionalità più convincente. In secondo luogo, se dati attuali fossero disponibili, i confronti storici di strutture sottostanti potrebbero dimostrare l’impatto delle tendenze sociali.[33]

Consideriamo la possibilità che i dati archiviati relati­vi alla questione del genere, similari a quelli che sono stati analizzati dalla ricerca, possano essere ritrovate per la prima parte del 20° secolo. Se i cambiamen­ti riguardo alle norme di genere e dei ruoli sociali sono in effetti legati ai cambiamenti in prescrizioni per comportamenti legati al genere, forse un taxon relativo al sesso sarebbe stato identificato.[34] In caso affermativo, comparazioni di tempi incrociati potreb­bero essere ritenute come evidenze degli effetti del­le tendenze sociali sulla “de-tassonomificazione”. In altre parole, i metodi tasso-metrici suggeriscono un interessante nuovo approccio per esaminare le va­riazioni della struttura dei comportamenti legati al genere, attitudini, credenze e tratti tra ambienti sto­rici e culturali.

Un’osservazione simile può essere fatta circa i con­fronti interculturali. Le culture che pongono mag­giori prescrizioni sui comportamenti di donne e uo­mini sono in grado di produrre grandi differenze tra i sessi ma, più appropriatamente, potrebbero anche differenziare gli uomini e le donne in modo più coerente e ciò potrebbe, successivamente, evi­denziarsi nelle taxa di genere. Sarebbe prezioso replicare le analisi di psicologia sociale anglosas­sone con dati raccolti in altre culture. Le culture, nelle loro svariate espressioni, tendono ad asse­gnare ruoli e lavori secondo i sessi, e l’attribuzione di tali attività e il grado di flessibilità risulta molto variabile.[35]

Le differenze interculturali nella taxonicità forniscono un’utile prospettiva sul ruolo della biologia e della cultura nel plasmare le differenze di genere (nella popolare convinzione dell’essenzialismo). Come il modello biosociale di Wood & Eagly spiega[36], le dif­ferenze di comportamento sessuale riflettono l’inter­pretazione culturale dei tratti biologici. In culture non industrializzate, le differenze sessuali nella divisio­ne del lavoro sono spinte da due forze principali: la “forza” degli uomini e la possibilità riproduttiva delle donne. Nella misura in cui la custodia dei bambini non interrompe le attività di una madre e le donne hanno un mezzo per aumentare le loro possibilità fisiche, esse possono partecipare in comportamenti che sono altrimenti dominati dagli uomini.

La disponibilità di tali mezzi varia secondo l’ecologia e la cultura. Nella nostra cultura, la custodia a pa­gamento dei bambini è disponibile, e dove la forza è richiesta, macchine e strumenti sono utilizzati. Ri­guardo alla ricerca, il punto chiave è quello di essere in grado di esaminare, empiricamente, come l’ecolo­gia e le credenze prescritte e prescrittive di una data cultura si riflettano non solo nelle differenze tra uo­mini e donne, ma nel modo in cui tali differenze sono strutturalmente organizzate nell’ambito personale. I metodi tasso-metrici sono utili per lo svolgimento di questi studi.

A questo punto, può essere utile ritornare alla defini­zione di taxon: una categoria in cui i membri forma­no classi in un modo indiscusso. I Modelli Culturali di Comportamento sono limitatamente (se non mai) discutibili. Esistono perché sono (o almeno una volta erano) adattivi in particolari condizio­ni. Se le condizioni in un dato ambiente pos­sono cambiare, le credenze rimangono. In tal caso, le limitazioni relative al comportamento sociale del sesso/genere sarebbero, ancora, parte delle pratiche di socializzazione, rendendole cau­sa potenziale di stereotipi categorici per il compor­tamento di uomini e donne. L’esistenza di un taxon implica, relativamente, rigide differenziazioni tra le categorie, cioè suppone che una persona mostra non solo uno ma tutti gli attributi della sua categoria. Le dimensioni, implicano chiaramente più flessibilità, in base alla quale gli individui possono mostrare anche un solo comportamento legato al suo sesso senza, necessariamente, mostrarne altri.

■■ CONCLUSIONE

Ancora nel secolo scorso c’era una notevole diffe­renza nel modo che la maggior parte degli studiosi e il pubblico non esperto concettualizzava le differen­ze di sesso. Mentre la maggior parte dei ricercatori, con alcune eccezioni, hanno concepito le differenze psicologiche tra i distinti generi (sessi) come un co­strutto dimensionale, le persone comuni aveva­no più probabilità di vedere queste differenze come, fondamentalmente, taxoniche. Dalla ricerca presa in considerazione si può concludere che tali differenze rappresentano, inequivocabilmente, esemplari degli stessi attributi soggiacenti piuttosto che categorie di caratteristiche umane qualitativamente distinte.

Nelle culture evolute, come la nostra, il pensiero cate­gorico, che può essere denominato “neuro-sessismo”, basato sulle assunzioni relative a differenze neuronali e funzionali, modella stereotipi nelle nostre percezioni mentali e fomenta disparità in termini educativi, occu­pazionali, rimunerativi, di rapporti familiari e, anche, riguardo le istituzioni di partenariato, come quella del matrimonio quando coinvolge partner dello stesso ses­so. Tale ‘realtà’ però esiste, soltanto, come un mondo reso ‘reale’ dall’immaginale culturale.

Le discrepanze e le incoerenze tra sesso cromosomico, genere e desiderio sessuale sono diventate, nel secolo scorso, l’oggetto privilegiato d’analisi di Foucault, Der­rida e Kristeva. Oggi, la decostruzione delle rappre­sentazioni sociali dell’identità include l’analisi del tra­vestitismo, l’ermafroditismo, l’ambiguità di genere e la chirurgia per il cambiamento di sesso. Con tali oggetti e tali strumenti in mano, la teoria queer, afferma, con­seguentemente, la transitività dei generi, mettendo in discussione la stabilità dell’identità e delle politiche ad essa legate. Identità non fisse, infatti, non possono essere categorizzate o etichettate e pertanto un singolo aspetto di una persona, che la precede social­mente e culturalmente nei gruppi identitari che a tali attributi si rifanno, non può in alcun modo definirla.

La teoria queer[37], mettendo in discussione la natu­ralità dell’identità di genere, dell’identità sessuale e degli atti sessuali di ciascun individuo, attesta che queste etichettature sono interamente o in parte co­struite socialmente e che, quindi, gli individui non possono essere realmente descritti usando termini generali come “eterosessuale”, “maschio” o “femmi­na”, “omosessuale” et al. La teoria queer sfida, per­tanto, la pratica comune di dividere in compartimenti separati la descrizione di una persona e di farla ri­entrare in uno o più particolari di categorie definite.

 


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[10] Variabile categoriale nella quale membri indiscussi formano, in modo significativo e spontaneamente, una classe distintiva. In biologia, un taxon (plurale taxa, dal greco ταξις, taxis, “ordinamento”) o unità tassonomica, è un raggruppamento di organismi reali, distinguibili morfologicamente e geneticamente da altri e riconoscibili come unità sistematica, posizionata all’interno della struttura gerarchica della classificazione scientifica.

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[32] Ivi p. 205

[33] Brooks, C., & Bolzendahl, C. (2004). The transformation of US gender role attitudes: Cohort replacement, social-structural change, and ideological learning. Social Science Research, 33, 106–133.

[34] Diekman, A. B., & Goodfriend, W. (2006). Rolling with the changes: A role congruity perspective on gender norms. Psychology of Women Quarterly, 30, 369–383.

[35] Wood, W., & Eagly, A. H. (2002). A cross-cultural analysis of the behavior of women and men: Implications for the origins of sex differences. Psychological Bulletin, 128, 699–727.

[36] ivi

[37] A coniare la formula “queer theory” fu Teresa di Lauretis nel 1990 nell’ambito degli studi dell’epistemologia dei generi.

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