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Conceptual Papers

Platone al banco degli imputati – IL RITARDO NELLA COMPARSA DELL’IDEA DELL’EVOLUZIONE

Platone al banco degli imputati

IL RITARDO NELLA COMPARSA DELL’IDEA DELL’EVOLUZIONE

Rinaldo Octavio Vargas, sociologo & Eugenia D’Alterio, biologa

Per millenni abbiamo vissuto nell’essenzialismo[1] platonico che, soltanto in epoca relativamente re­cente, è stato messo in discussione dall’evoluzioni­smo darwiniano. Dawkins, nel suo libro “Il più grande spettacolo della Terra Perché Darwin aveva ragio­ne[2], si è posto l’originale domanda del perché l’u­manità abbia tardato tanto a concepire la fine dell’essenzialismo. Nel cercare una risposta, egli prende in considerazione l’ipotesi che la mente non sia allenata a pensare a un enorme lasso di tempo come quello necessario al verificarsi dei cambiamenti nell’evoluzione. Secondo lui, il ritardo nel rapportare la conoscenza da un tempo remoto geologico alla co­noscenza di ciò che possiamo chiamare ‘il processo della vita’ ha molto a che vedere con un indottrina­mento religioso che ci ha impedito di osare contro l’idea di una creazione del mondo, relativamente re­cente, quale opera di un eccelso ingegnere, fattore primario che ha svolto il suo ruolo decisivo in tale ritardo. Tuttavia, chi ha sbalordito tutti con la sua let­tura di questo ritardo è stato Ernst Mayr che ha im­putato proprio a Platone e al suo essenzialismo la re­sponsabilità nel ritardo della scoperta dell’evoluzione.

■■ L’ESSENZIALISMO DI PLATONE

Come abbiamo imparato a scuola, per Platone, la “realtà” che crediamo di vedere consisterebbe solo nelle ombre proiettate dalla luce tremolante del fuoco sul muro della caverna in cui, secondo lui, noi ci troviamo. Come per molti pensatori della Grecia di allora, per Platone, ogni triangolo tracciato sulla sabbia non sarebbe che un’ombra imperfetta della vera essenza del triangolo.

Da questa sua visione, i lati del triangolo essen­ziale sarebbero pure rette euclidee dotate di lun­ghezza ma non di larghezza, definite infinitamente strette, che non si incontrano mai quando sono parallele. Nel mondo di Platone, questa considera­zione non avrebbe validità riferita ad un triangolo disegnato sulla sabbia, quale ombra indefinita del triangolo ideale ed essenziale.

Secondo Mayr[3], la biologia è anch’essa afflitta da un suo particolare essenzialismo. L’essen­zialismo biologico tratta tapiri e conigli come se fossero triangoli e rombi. I conigli che vedia­mo sarebbero deboli ombre dell’idea perfetta di coniglio: il coniglio ideale, essenziale, platonico, sospeso in uno spazio concettuale con tutte le essenze perfette. I conigli in carne e ossa ma­gari variano, come gli uomini, ma le loro va­riazioni vanno sempre viste come un allonta­namento, improprio, dall’essenza ideale del coniglio.

Che quadro spaventosamente anti evolutivo: i platonici considerano qualunque cambiamento si verifichi nei conigli un caotico allontanamento dal coniglio essenziale! – esclamerebbe Dawkins. La visione evolutiva della vita è, infatti, radicalmente opposta. Da questa prospettiva, i discendenti pos­sono allontanarsi indefinitamente dalla forma an­cestrale e ciascuna variante diventa il potenziale antenato delle varianti future.

■■ L’ANTI ESSENZIALISMO DI DAWKINS E DI MAYR

Dawkins argomenta contro l’essenzialismo platoni­co osservando che se il “coniglio standard” (come l’uomo standard) esistesse, esso non sarebbe altro che al centro di una curva a campana di coniglietti zampettanti e variabili, puntualizzando che la distri­buzione cambia col tempo. Con il succedersi delle generazioni, forse si arriva a poco a poco al punto, non ben definito, in cui la norma di ciò che chiamia­mo coniglio (cioè l’essenza dei platonici) si allontana talmente dall’originale da meritare un nome diverso. Ciò ci porta ad affrontare che, se non vi è una “coni­glità” permanente, non vi è nessuna essenza celeste del coniglio e che ci sono solo popolazioni di individui pelosi e coprofagi, con le orecchie lunghe e i baffi frementi, della cui variazione di dimensioni, forma, colore e inclinazioni esiste una distribuzione stati­stica. E se le cose stanno così per il coniglio, perché dovrebbe essere diversamente riguardo l’uomo?

Prendendo in considerazione la distribuzione statisti­ca come strumento di conoscenza o termine di raf­fronto, ciò che possiamo dire è che il coniglio che nella curva precedente si trovava all’estremità (il co­niglio delle orecchie più lunghe), nella nuova curva di una successiva era geologica potrebbe trovarsi al centro. In un arco di tempo abbastanza lungo, po­trebbe pure non esserci più alcuna sovrapposizione tra distribuzione dell’antenato e distribuzione del di­scendente: le orecchie che erano più lunghe tra gli antenati potrebbero essere più corte delle più corte tra i discendenti.

Se questo può, legittimamente, essere congetturato, durante il processo evolutivo, come ben fa notare Mayr, in nessuna generazione il tipo dominante di una data popolazione si è mai allontanato troppo dal tipo modale della generazione precedente o di quella successiva. Questo è il punto di ciò che Mayr ha de­finito “pensiero popolazionale” e che, a suo avvi­so, è l’antitesi dell’essenzialismo platonico.

Per la mente assuefatta al modello cognitivo platoni­co, un coniglio è un coniglio e basta. Ipotizzare che la “coniglità” sia una nuvola di medie statistiche in evoluzione o che sia il coniglio tipico di un milione di anni fa o il coniglio tipico che ci sarà tra un milione di anni, pare violi un tabù interiore. In effetti gli psi­cologi che studiano l’evoluzione del linguaggio hanno notato che i bambini sono essenzialisti nati. Non c’è da stupirsi se, come racconta il mito della Genesi, il primo compito di Adamo fu quello di dare un nome ad ogni animale. Né, a detta di Mayr, c’è da stupirsi se l’umanità ha dovuto aspettare fino a tempi re­centi per rendersi conto di quanto anti-essenzialista sia l’evoluzione. Basti pensare che, secondo l’ottica evolutiva del “pensiero popolazionale”, ogni animale è legato ad ogni altro (per esempio il coniglio al leo­pardo) attraverso una catena di stadi intermedi, cia­scuno così simile al precedente e al successivo che se, in linea di principio, si accoppiasse con gli animali a lui contigui nella catena, produrrebbe prole fertile. Non è possibile violare il tabù essenzialista più chia­ramente di così.

■■ OGNI ANIMALE È LEGATO AD OGNI ALTRO : L’ESPERIMENTO MENTALE DELLA FORCELLA

Non si tratta di un ‘esperimento mentale’[4] confinato unicamente al mondo dell’immaginazione. Dall’otti­ca evoluzionista, vi è realmente una serie di anima­li intermedi che collega il coniglio con il leopardo, e ciascuno di quegli animali è vissuto e ha respirato sulla Terra e sarebbe stato giudicato come apparte­nente alla stessa specie dell’animale precedente o di quello successivo nel lungo continuum in costan­te evoluzione. Anzi, come argomenta Dawkins,[5] ciascun animale della serie (intermedia) è figlio di quello che l’ha preceduto e il padre di quello che la segue. La serie intera, però, costituisce un ponte continuum che va dal coniglio al leopardo, anche se mai è esistito un “coni-pardo”. Vi sono nell’evo­luzione ponti analoghi che portano dal coniglio al vombato, dal leopardo all’aragosta, da ogni anima­le o pianta ad ogni altro animale o pianta.

Vediamo come l’ottica evoluzionista cerca di spiega­re questo processo della forcella o ragionamento, se si preferisce, secondo il grado di coinvolgimento con l’ottica evoluzionista. Prendiamo un coniglio, anzi una coniglia, mettiamole vicino sua madre, poi col­lochiamo sua nonna vicino a sua madre e così via a ritroso nel tempo, per innumerevoli mega-anni, fino ad avere una fila interminabile di coniglie, ciascuna stretta tra la figlia e la madre. Risalendo al passato sempre più remoto, esaminando con cura le coniglie della fila come un generale che passa in rassegna le truppe. Ad un certo punto notiamo che le coniglie antiche che stiamo visionando sono leggermente di­verse dalle coniglie moderne a cui siamo abituati, ma il ritmo del cambiamento è così lento che non riveliamo la tendenza nell’arco di una generazione, così come non badiamo al movimento della lancetta delle ore nell’orologio da polso o non ci “accorgia­mo” della crescita di una bimba, ma notiamo soltan­to dopo un certo tempo che è diventata adolescente e, in seguito, adulta. Un altro motivo per cui non notiamo il cambiamento nelle coniglie fra una ge­nerazione e l’altra è che, in qualsiasi secolo, le va­riazioni all’interno della popolazione corrente sono, di norma, maggiori delle variazione riscontrabili tra madri e figlie. Se cerchiamo di distinguere le diffe­renze confrontando madri e figlie o anche nonne e nipoti, le minime differenze che osserviamo saranno di gran lunga superate dalle differenze rilevabili tra le amiche e le parenti delle coniglie intente a saltel­lare nei prati intorno a esse.

Mentre risaliamo indietro nel tempo, nel nostro regresso costante e impercettibile troveremo an­tenate che appaiono sempre meno simili alle coni­glie e sempre più simili a “topi-ragni”. “Curva del­la forcella” sarebbe, allora, il nome che, dall’ottica evoluzionista, verrebbe attribuito a tale “creatura”. Questo animale sarebbe l’antenato più recente (in linea femminile) che i conigli abbiano in comune con i leopardi. Non sappiamo che aspetto avesse, ma la visione evoluzionista ci fa pensare che è vissuto davvero.

Come tutti gli animali, apparteneva alla stessa spe­cie delle sue figlie e di sua madre. Continuando ad avanzare nel tempo, giriamo la curva della forcella e andiamo avanti verso i leopardi (che sono tra i molti, disparati discendenti della forcella, giacché lungo la linea si incontrano in continuazione delle biforcazioni dove si prende ogni volta la strada che porta ai leopardi). Ciascun simil-topo-ragno femmi­na lungo la linea evolutiva discendente è seguito ora da usa figlia. A poco a poco, per gradi imper­cettibili, i simil-topo-ragni cambiano, attraversando stadi intermedi che magari non assomigliano a nes­sun animale moderno, ma che assomigliano molto tra loro (potrebbero, ad esempio, passare per er­mellini) finché, senza nessun cambiamento brusco, si arriva al leopardo.

Su questo “esperimento” o “ragionamento” vanno, però, chiariti vari dettagli. In primo luogo, la scel­ta che va dal coniglio al leopardo è soggettiva. Si avrebbe potuto scegliere il percorso dal porcospino al delfino. Importante è che, data una coppia qual­siasi di animali, vi sia un percorso di forcella che li connette. Tutte le specie, infatti, hanno un antena­to in comune con tutte le altre: non dobbiamo fare altro che risalire da una specie all’antenato comu­ne, poi svoltare alla curva a forcella e procedere avanti fino all’altra specie.

In secondo luogo, in questo esperimento, stiamo parlando di individuare una catena che collega un animale moderno a un altro animale moderno, non certo di seguire l’evoluzione di un coniglio in leopar­do. Si potrebbe affermare che il percorso è quello di seguire la “de-evoluzione” verso la forcella e poi da lì al leopardo. Occorre realizzare che le specie moderne non evolvono in altre specie moderne, ma si limitano a condividere antenati: sono, insomma, cugine. Questa considerazione è importante per­ché questa è la risposta a una domanda che viene fatta con inquietante insistenza: “Se l’uomo si è evoluto dallo scimpanzé, come mai ci sono ancora scimpanzé?

Il terzo aspetto di questo “modello di realtà” che va chiarito è che, nell’esperimento, nella marcia in avanti a partire dall’animale forcella, il percorso che conduce al leopardo è stato scelto arbitrariamente. È un vero percorso di storia evolutiva ma, per riba­dire un concetto importante, è stato scelto di igno­rare numerosi punti di ramificazione in cui avremmo potuto seguire l’evoluzione verso innumerevoli altri punti di arrivo, giacché l’animale forcella è l’antena­to non solo dei conigli e dei leopardi ma di un’ampia frazione dei mammiferi moderni.

In quarto luogo, di questo modello va anche os­servato che, per quanto vaste e radicali siano le differenze tra le due estremità della forcella (met­tiamo il coniglio e il leopardo), ciascun passo lun­go la catena che li collega è molto, molto piccolo. Ogni individuo lungo la catena è simile ai suoi vicini come ci si aspetta lo siano madri e figlie, e sono più simili ai loro vicini nella catena che ai membri tipici della popolazione circostante.

È evidente che con questo “modello” o “esperimen­to”, se si preferisce questo termine per un ragiona­mento, è come se si entrasse nel tempio greco delle idee platoniche con una carrozza trainata da cavalli. Ed è evidente che, se Mayr ha ragione quando dice che noi esseri umani siamo tutti imbevuti di precon­cetti essenzialisti, forse ha ragione anche quando ci spiega il motivo per cui, storicamente, abbiamo fatto tanta fatica a digerire l’evoluzione.[6]

La sfumatura da riprendere da questa argomenta­zione, per le sue conseguenze pratiche, non è il fat­to di imputare a Platone il ritardo nell’emergere e nell’affermarsi dell’idea dell’evoluzione, ma il fatto che considerarci essenze immutabili costituisce una rappresentazione di base che modella tutto il progetto di gestione bio-politica della specie, cioè ciascuna delle società umane, ciascuna specifi­ca popolazione pervasa da una modalità qualsiasi di questa idea, in ogni suo tempo e luogo.


[1] Per essenzialismo s’intende quella speculazione filosofica orientata alla ricerca dei principi essenziali, intesi come realtà prime e definitive degli oggetti di conoscenza (WIKIPEDIA)

[2] Dawkins Richard, “Il più grande spettacolo della Terra Perché Darwin aveva ragione”, Oscar Mondadori, Milano, 2011

[3] Mayr, E. “Storia del pensiero biologico: diversità, evoluzione, eredità”, Bollati Boringhieri, Torino, 1990

[4] L’esperimento mentale è un’operazione di analisi operativa delle esperienze di misura effettivamente eseguibili nel mondo reale, almeno come esperienze concettualmente possibili. Parte di queste esperienze non sempre è realizzabile al momento presente per limiti non della fisica, ma della tecnologia e della tecnica note. Il carattere puramente mentale dell’esperimento permette di considerare situazioni non realizzabili praticamente (ad esempio oggetti che si muovono a velocità relativistiche) e di esaminare l’esperimento in forma molto semplificata, tralasciando gli aspetti non pertinenti. Lo scopo di questo esercizio è mettere sotto esame una teoria fisica esaminandone le previsioni, e in particolare mettendone in luce le conseguenze sorprendenti o paradossali. Il concetto di esperimento concettuale è stato introdotto da Albert Einstein, che se ne servì per illustrare la sua Teoria della relatività. Anche alcuni paradossi classici, come quello di Achille e la tartaruga, si possono considerare esperimenti mentali.

[5] Dawkins, op. cit.

[6] Il termine “essenzialismo” fu coniato nel 1945 ed era quindi sconosciuto a Darwin. Egli però lo conosceva bene nella sua versione biologica, che era quella della “immutabilità delle specie”. Egli, infatti, dedicò gran parte delle sue energie a combatterlo sotto quella denominazione. Di fatto si comprendono meglio gli obiettivi di molti suoi libri solo se si prescinde dai moderni assunti sull’evoluzione e si tiene conto che gran parte del suo pubblico era costituito da essenzialisti i quali non avevano mai dubitato dell’immutabilità delle specie. Una delle armi più efficaci che egli usò nella sua critica alla presunta immutabilità furono le prove offerte dalla domesticazione.

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