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Conceptual Papers

Se la variazione è un fatto universale in tutte le specie PERCHÉ CONTINUARE A CONSIDERARLE IMMUTABILI?

Se la variazione è un fatto universale in tutte le specie

PERCHÉ CONTINUARE A CONSIDERARLE IMMUTABILI?

Rinaldo Octavio Vargas, sociologo & Eugenia D’Alterio, biologa

Le specie non sono classi eterne pur se per la loro definizione si utilizza il concetto di classe naturale.

Prima di Lamarck,[1] le ‘specie’ erano considerate ‘classi eterne’, e qualsiasi singolo organismo era pensato come avente tutte le condizioni necessarie e sufficienti per essere membro della sua specie. Semplifichiamo, momentaneamente, la questione epistemologica dell’essenzialismo e pensiamo la questione in questo modo: per essere membro dei sostenitori di una squadra di calcio è necessario avere determinate caratteristiche. Supponiamo che siano:

• aver pagato una quota di iscrizione come soste­nitore del club;

• un interesse confinante con l’ossessivo riguar­do alle sorti della squadra;

• possedere alcuni elementi relativi all’identità del team quali bandiera, sciarpa, berretto.

Ma chiunque abbia almeno uno, o anche due, di questi requisiti potrebbe non essere un sostenito­re, in quanto potrebbe aver avuto la tessera di ap­partenenza per via della sponsorizzazione al club da parte dell’azienda per cui lavora senza però nutrire alcun interesse nella squadra, oppure, po­trebbe essere un soggetto ossessivamente fissato con la squadra a causa di un disturbo psicologico o, ancora, potrebbe trattarsi di un collezionista di sciarpe o di tessere di appartenenza al club con la speranza che diventino un valore. Infine, se ogni condizione è necessaria solo tutte e tre insieme sono sufficienti per poter qualificare un soggetto come membro del club di sostenitori della squadra in questione.

Nella tassonomia si è ritenuto che un organismo necessitava mostrare tutte le caratteristiche identifi­cative per essere un membro della sua specie e che queste condizioni non cambiassero mai (come po­stulato dall’essenzialismo di Platone). In questo sen­so, “sostenitore di una squadra di calcio”, era un’i­dea che sarebbe rimasta la stessa anche se nessuno avesse agito con le condizioni necessarie o anche se nessuno avesse giocato a calcio. Se qualcosa era una specie, non poteva cambiare, e se cambiava non po­teva essere una specie.

■■ DALL’ESSENZIALISMO AL PENSIERO POPO­LAZIONALE

Ciascun membro di una specie può non avere tutti i tratti diagnostici che lo distinguono da una specie simile. Specie che condividono tutti gli stessi trat­ti sono chiamate “specie monotipiche” e sono rare. Le specie, di solito, condividono solo alcuni tratti diagnostici tra tutti i membri e sono chiamate “specie poli-tipiche”. L’idea della specie monotipi­ca è la visione espressa, implicitamente, quando un creazionista dice che questa o quella modifica rappresenta una “devoluzione” cioè un movimen­to fuori dal tipo puro. Il grande teorico evoluzio­nista Ernst Mayr (1988) ha, seguendo il filosofo Karl Popper, chiamato questa posizione “essen­zialismo tipologico”, cioè l’opinione che le specie hanno essenze nella modalità platonica aristoteli­ca. Mentre i tipi (le classi) menzionati nella Bibbia (Genesi 1:21-23) sono solo osservazioni che indi­cano che la progenie somiglia ai genitori, cioè che vi è un qualche principio di ereditarietà coinvolto nella riproduzione. Aristotele, seguendo Platone, sosteneva piuttosto che gli esseri viventi sono ge­nerati in una approssimazione alla “forma” della specie. Vi è qualcosa che rappresenta il cane per­fetto, ad esempio. Questo punto di vista ha trovato la sua strada nella teologia cristiana attraverso la riscoperta di Aristotele nella tradizione dell’Islam nel Medio Evo, principalmente, attraverso Tom­maso d’Aquino, ed è stato sancito in biologia da Carl von Linné nel 18.simo secolo, in quello che, oggi, è chiamato il ‘sistema di classificazione di Linneo’ o sistema di classificazione gerarchica del, cosiddetto, mondo naturale in regno animale, regno vegetale e regno minerale.

Dopo la raccolta di documentazione e i nuovi ragiona­menti dell’800, esploratori, naturalisti e scientifici non erano più in grado di visualizzare le specie in questo modo. Le specie si dimostravano molto più diversifi­cate rispetto alla classificazione precedente. Non solo le specie erano a volte più diverse all’interno di quan­to i membri erano diversi riguardo ad altre specie, ma è apparso chiaro che ciò che in realtà era comune tra i membri di una specie è stata la capacità di incrociarsi, ossia riprodursi (almeno in specie sessuate).

In realtà, questo punto di vista (ora chiamato il ‘concetto biologico di specie’) ha preceduto l’i­dea evoluzionista darwiniana di una cinquantina di anni, per via dei lavori di Buffon[2] che attaccava il sistema di Linneo. Ciò significò che vedere le spe­cie come classi morfologiche (cioè come gruppi di caratteristiche degli organismi) non era più scienti­ficamente possibile. Alcuni, tra cui Darwin, pensa­rono, a più riprese, che questo significava che le specie erano nomi convenzionali, dati per re­gistrare osservazioni, ma niente di più, e che le “specie” erano costruzioni artificiali. Altri, invece, si sono tenuti alla visione precedente che sosteneva che vi era qualcosa in virtù della quale gli organismi erano membri di una specie, ma che que­sto non aveva niente a che fare con la morfologia, ma con le loro relazioni di origine. Naturalmente, se questo è tutto ciò che rende un organismo un membro di una specie e le variazioni che si osser­vano sono reali, allora non vi è nulla nell’essere una specie che possa impedire alla specie – o almeno ad una parte di una specie – di diventare qualcosa di diverso e di nuovo. Niente altro ha senso da un punto di vista scientifico.

Durante il secolo scorso, Ernst Mayr[3] ha sostenuto l’idea che ciò che egli chiamava “pensiero tipologico” era stato abbandonato dai biologi moderni in favore di ciò che egli ha chiamato “il pensiero della popola­zione”. La “tipologia” è l’idea (visione) che vi siano dei “tipi”, forme immutabili che sono ciò che rende una specie ciò che essa è. Tale visione deriva dalla filosofia di Platone che sosteneva che la vera cono­scenza è la conoscenza dell’Idea (Eidos). Il “pen­siero della popolazione” è uno sviluppo recente nel pensiero occidentale e consiste nell’idea (visio­ne) che gli aggregati di individui, gruppi, hanno un profilo che mostra una distribuzione di carat­teristiche. La ben nota “curva della campana” della statistica illustra questo: per quasi tutte le caratteri­stiche (qualunque tratto) di una popolazione, si tro­va una curva di distribuzione nella campana. Alcuni organismi saranno più alti o più bassi, più pesanti o più leggeri, e ci sarà una media o “cluster” intorno alla quale la maggior parte degli individui si riunisco­no. La variazione è un fatto universale in tutte le specie. Alcuni organismi sono situati in ambienti diversi e la selezione naturale, la deriva genetica e la casualità confluiscono per renderli diversi, se gli organismi sono isolati per un tempo sufficiente. Così emergono nuove specie.

Prendiamo Michael Ghiselin[4] e David Hull[5]: un biolo­go e un filosofo, rispettivamente. Essi proposero che le specie non sono tipi universali, o classi, ma sono individui storici (che è ciò che ‘specie’ significava per Aristotele, comunque). Il nome di una specie, secon­do Ghiselin & Hull, è un nome proprio, il nome di un singolo e unico individuo che ha un inizio, una storia e una fine, e che presenta anche una distribuzione nello spazio. Homo sapiens non è, da questo punto di vista, il nome di un ‘tipo’ di animale razionale, come Aristotele considerava, ma il nome di un lignaggio particolare di ominidi che sviluppò un linguaggio e un raziocinio. Se tutti gli esseri umani si estingues­sero l’anno prossimo, non potrebbero risorgerne di nuovi. Questo punto di vista è anche molto dibattuto da filosofi e biologi e da figure come Jean Gayon[6]. Mayr ad esempio, ritiene che alcuni taxa (quali fami­glie o anche ordini) sono ‘gradi’ che possono essere raggiunti più di una volta, qualcosa che la tesi della individualità esclude.

Questa è una questione legata alla complessa area dei metodi tassonomici collettivamente chiamata cladistica (dal Greco klados, cioè ‘ramo’). La cladi­stica tenta, come sosteneva Sober[7], di ‘ricostruire il passato’, di ricreare la filogenesi, utilizzando il minor numero di assunzioni teoretiche possibili, sulla base della distribuzione dei tratti presenti negli organismi, come puntualizzava Panchen[8]. E questo merita un saggio di per sé.

Qualunque sia la visione trionfale in filosofia, i con­cetti evoluzionisti riguardo la specie escludono i tipi eterni, a favore di ciò che i filosofi Hilary Putnam[9] e Saul Kripke[10], a seguito del grande filosofo Wil­lard Van Orman Quine[11], chiamano i “tipi naturali” (natural kinds) cioè cose che esistono naturalmen­te (non creati dall’uomo) in certi momenti e luoghi. Come nell’esempio di Hobbes della nave di Teseo, che nel corso di un viaggio è stata completamente ricostruita, la specie può essere cambiata così tanto che non sono più gli stessi individui che erano una volta, ma questo cambiamento può avvenire imper­cettibilmente (a tassi variabili), come avrebbe pre­visto Darwin. Dunque, sembra che ora dovremmo prendere in considerazione che LE SPECIE SONO ENTITÀ BIOLOGICHE CHE CAMBIANO.

 


[1] Jean-Baptiste Lamarck, introdusse verso la fine del XVIII secolo il termine “biologia” ed elaborò la prima teoria dell’evoluzione degli organismi viventi basata sull’adatta­mento e sulla eredità dei caratteri acquisiti, oggi conosciuta come lamarckismo.

[2] L’Histoire Naturelle di Buffon influenzò le prossime le generazioni di naturalisti della seconda metà dell’Ottocento, includendo Lamarck.

[3] Mayr, E. Population, Species and Evolution. An abridgement of Animal Species and Evolution” Belknap Press, Cambridge (MA), 1970

[4] Ghiselin, M. “The Economy of Nature and the Evolution of Sex”. University of California Press, Berkeley, 1974.

[5] Hull, D. “The Philosophy of Biology”. Cambridge UK: Cambridge University Press, 1974

Hull, D. “The Metaphysics of Evolution”. Stony Brook NY: State University of New York Press, 1989

[6] Jean Gayon (1996). The Individuality of the Species: A Darwinian Theory? — From Buffon to Ghiselin, and Back to Darwin. Biology and Philosophy 11 (2):215-244.

[7] Sober, Elliott. “Reconstructing the Past: Parsimony, Evolution, and Inference”, Bradford/MIT Press, 1988

[8] Panchen, Alec L. Classification, Evolution, and the Nature of Biology. Cambridge University Press, 1992

[9] Putnam, H. Mind, Language and Reality. Philosophical Papers, vol. 2. Cambridge: Cambridge University Press, 1975. 2003

[10] Kripke, Saul. “Naming and Necessity”. Cambridge, Mass. Harvard University Press. 1972

[11] Quine, W.V.O., “Ontological Relativity and Other Essays”. Columbia University Press, 1969

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