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Conceptual Papers

Editoriale: La questione della genetica evolutiva ■■ NUOVE DERIVE NELLA DISCUSSIONE SOCIALE CIRCA L’IDEA DELLA VITA

Rinaldo Octavio Vargas, sociologo & Eugenia D’Alterio, biologa

 

Siamo soliti aggrovigliarci in discorsi relativi alla medicina, alla democrazia … alla politica istituzio­nale, ma dimentichiamo l’inevitabile rimosso [1] in cui l’ordine socio-simbolico (cioè il mondo pre­codificato del linguaggio) organizza i nostri rituali di sopravvivenza ed esistenza in un orizzonte di senso. Prima di partecipare all’ordine simbolico di ‘essere’ italiani, per di più di destra o di sinistra, noi siamo una “specie” con una caratteristica par­ticolare: vivere in un ordine simbolico piuttosto che in un “cosiddetto” ordine naturale. Forse, è, pro­prio, questa condizione di vivere nel rimosso ad essere causa strutturale o sistemica dei nostri disagi. Ed è plausibile che questa rimozione giochi una parte importante tra le condizioni che ci im­pediscono di pattuire un nuovo contratto sociale sulla base della conoscenza odierna della realtà.

L’ambiguità e/o ignoranza circa ‘chi siamo’, sia nel reale rimosso che nel linguaggio simbolico, costituisce un inizio ed un determinante di ciò che diventeremo o meno. Siamo una creazione, un disegno o, semplicemente, una declinazione molecolare tra infinite possibilità? Sdrammatiz­zando, diciamo, tutto deriva da lì, dalla con­dizione simbolica del nostro essere culturale, dal virus bio-culturale che si avvale del nostro cervello per replicarsi, tanto importante quan­to incide la fantasia sessuale (linguisticamente strutturata) nella riproduzione dei geni e della stessa specie (abitualmente alla nostra insapu­ta). Un virus, relativo all’idea di sé, che ciascun gruppo culturale utilizza come riferimento pro­grammatico per gestire, in un orizzonte di sen­so prestabilito, cifre, a noi impensabili, di rea­zioni molecolari ‘voluttuose’. Senza questa idea di sé, il singolo e la collettività si ritrovano smarri­ti. Questa idea di sé, della propria biologia e cultura, costituisce il presupposto di qualsiasi progetto sociale ed esistenziale.

Oggi la specie umana è alle “prime armi” circa la comprensione della propria evoluzione e si rende conto che l’informazione genetica comporta anche imperfezioni e aberrazioni e che i geni del­la selezione naturale non sempre coincidono con i geni socialmente desiderati. Ciò pone la questione se sia etico accontentarsi con lo status quo a nome dell’osservanza morale della remota nor­ma del disegno intelligente e dell’organismo natural­mente perfetto. Da un punto di vista etico, inte­ressati a ciò che è culturalmente di valore per una comunità, la strada verso la modificazione genetica intenzionale dovrebbe essere aperta.

Se, fino ad oggi, sembra che abbiamo vissuto con la convinzione che la selezione naturale rappre­sentasse una sorta di condizione ottimale, come si potrebbe parlare di ottimale in una dinamica in cui organismo e ambiente sono in continuo cam­biamento? Ciò che era ottimale ieri, potrebbe non esserlo oggi. Ovvero, ciò che nella interpretazio­ne della teoria classica dell’evoluzione potrebbe essere stato ritenuto ottimale in un periodo po­trebbe entrare in conflitto con ciò che è ritenuto il benessere umano, oggi. Anche un convinto crea­zionista non può ignorare né la deriva genetica né le vestigia biologiche, così come deve fare i conti con la lentezza nella diffusione evolutiva di modificazioni ritenute “benefiche”.

Sulla questione della genetica evolutiva, è ine­vitabile che la riflessione umana prenda atto della differenza tra il mondo ideale del simbolico, in cui siamo costretti a vivere come appartenenti ad una comunità umana, e l’andamento “ana­cronistico” della selezione “naturale” che gestisce il nostro precario adattamento ad un ambiente sempre in cambiamento.

Gli appelli al normativismo essenzialistico, circa la natura umana,[2] sono frequenti nella voluminosa letteratura sull’etica riguardo il mi­glioramento ontogenetico degli esseri uma­ni attraverso le biotecnologie. Due principali preoccupazioni circa l’impatto del migliora­mento della cosiddetta ‘natura umana’ vengono espressi. La prima è che il miglioramento potreb­be alterare o distruggere la ‘natura umana’. La seconda è che se il miglioramento altera o di­strugge la natura umana, questo limiterebbe la nostra capacità di conoscere il bene, perché, per noi, il bene sarebbe determinato dalla cosiddetta ‘nostra natura stessa’. La prima preoccupazione presuppone che alterare o modificare la ‘nostra’ natura umana sia di per sé una cosa negativa. La seconda apprensione presuppone che la ‘natura umana’ provveda uno standard senza il quale noi non possiamo giungere a giudizi coerenti e difen­dibili su ciò che è buono o cattivo.

Vi è, comunque, la possibilità di sostenere che non vi sia nulla di male, di per sé, nel sovvertire o ‘di­struggere’ la cosiddetta ‘natura umana’ perché, su una comprensione plausibile di ciò che la natura è, ad essa appartengono peculiarità buone e catti­ve, e non c’è motivo di credere che eliminandone alcune si alteri il bene. Alterare o distruggere la cosiddetta “natura umana” non comporta la perdita della nostra capacità di dare giudizi sul bene, per­ché siamo, in ogni circostanza, in possesso di un a priori riguardo il bene per il quale siamo in grado di valutare qualunque nozione circa la natura umana. Gli appelli alla natura umana tendono a oscurare anziché gettare luce nel dibattito circa l’etica del miglioramento genetico e dovrebbero essere eliminati in favore di opinioni più convincenti.

In questo dibattito, però, si è giunti ad un punto morto, in gran parte perché i bio-conservatori sostengono che dovremmo onorare le intuizioni circa il particolare valore dell’essere umano, an­che se non siamo in grado di identificare le ragioni per fondare tali intuizioni. Le intuizioni sono spes­so una guida affidabile all’azione. Le intuizioni sono, però, legate a tanta soggettività cognitiva che le rendono poco affidabili in alcune circostan­ze, e molte delle intuizioni dei bio-conservatori appartengono a questa categoria. Da tutto ciò non risulta realistico che i bio-conservatori faccia­no affidamento alle loro intuizioni. Quando un’in­tuizione è sostenuta da un principio, tale principio può essere testato. Chi giustifica delle intuizioni utilizzando principi a priori è spesso obbligato a modificare questi principi quando confrontati con i loro effetti.

La ricerca sul giudizio morale è stata dominata dai modelli razionalistici, in cui il giudizio morale è considerato essere causato da un ragionamento morale. Il ragionamento morale però non è cau­sa di un giudizio morale. Anzi, il ragionamento morale è solitamente una costruzione post hoc, generato dopo che è stato raggiunto un giudizio. Il modello costruttivista risulta invece un’alternativa ai modelli razionalistici. Il modello costruttivista sociale toglie l’enfasi del ragionamento privato, fatto da individui, ed enfatizza, invece, l’impor­tanza collettiva delle influenze sociali e culturali. Nei termini delle recenti scoperte nel campo della psicologia sociale, culturale ed evoluzionista, così come in biologia, antropologia e primatologia, par­te la proposta di un modello costruttivista socia­le per approcciare il giudizio morale (se il cane è emotivo, la sua coda non può essere razionale).

Il dibattito sull’etica della modificazione genetica intenzionale in funzione dei deside­ri sociali ha proceduto secondo due ipotesi di inquadratura. La prima è che, sebbene la valo­rizzazione comporti rischi sociali, i principali benefici di potenziamento sono per coloro che ‘sono stati migliorati’. La seconda è che, perché ora capiamo i torti dell’eugenetica, i mi­glioramenti, almeno nelle società liberali, dovranno essere beni personali scelti e non offerti in un mercato dei servizi di valorizza­zione umana a pagamento. Ma entrambe le ipotesi di inquadramento sono da respingere, una volta che si è capito che alcuni miglioramenti (in particolare quelli che hanno più probabilità di rac­cogliere risorse e di diffondersi) aumenteranno la produttività umana. Una volta che si apprez­za il potenziale di innalzare la produttività umana con la valorizzazione genetica, si può cominciare a vedere che il miglioramento diventa un’occa­sione, che rinunciare alla valorizzazione non è conveniente in termini di costi sociali e che lo Stato potrebbe prendere un interesse nel facilitare il miglioramento biomedico, così come avviene per l’istruzione e altri incrementi tradizio­nali nell’aumento della produttività. Considerare il potenziale dell’incremento della produttività me­diante la valorizzazione genetica permette anche di visualizzare il dibattito circa la valorizzazione umana in termini di etica di sviluppo.

Ricordiamoci che la nostra specie si è espan­sa anche grazie alle sue capacità di modificare geneticamente piante ed animali per garantire sostentamento e, forse, anche per il soddisfaci­mento di altre necessità, come quella dell’impul­so estetico.

Rendere sostenibile un processo etico di sviluppo è il presupposto più ambito, perché se nel secolo scorzo il delirio di una razza perfetta ha portato l’umanità sull’orlo di una deriva senza ritorno, i cui effetti devastanti, anche se stanno sfuman­do nella memoria pubblica, hanno in parte ridi­mensionato le rivendicazioni di onnipotenza, oggi la situazione socioeconomica mondiale, non può permettersi errori, e sta portando ad una revisio­ne delle politiche che non possono essere più as­sistenziali ma foriere di un impegno radicale nella cultura del sostentamento. Non è più tempo di negarci la strada di lavorare per un bene comu­ne: ridurre la sofferenza e migliorare gli standard di vita. Ma non facciamoci troppe illusioni, se non siamo all’altezza di rinegoziare il bio-potere, in­teressi societari vari ridurranno sempre più le categorie di persone che potranno accedere ad eventuali benefici. Tenendo presente la fusione tra scienze e business, risulta chiaro che le pro­blematiche da affrontare riguardo il miglioramen­to umano, in termini genetici, non sono solo que­stioni di “implementazione scientifica”.

Inoltre, c’è bisogno di lavorare sui concetti di bene comune e di miglioramento genetico. Essi sono generici, controversi e dipendono dal modo in cui concepiamo le nostre condizioni di vita e dalle nostre speranze, quindi sarebbe un errore non tematizzarli: il desiderio di migliorare la con­dizione umana, per quanto universale nella sua astrattezza, è, di fatto, concretizzato in molteplici forme e non è possibile ignorare le differenze di opinioni e/o interessi a riguardo.

Di fatto, è ugualmente necessario tutelarsi da un’Ideologia della Biologia che distoglie l’attenzio­ne dalle istituzioni e pratiche sociali determinanti i problemi della salute. Questi determinanti, quali la povertà, lo status socioeconomico precario, la mancanza di relazioni etiche, per elencarne solo alcuni, sono realtà che, contrariamente a quanto riguarda l’aspirazione ristretta della biologia uma­na, noi non possiamo cambiare “scientificamente”.


[1] Contenuto considerato, dall’ideale dell’io, controverso o intollerabile, la cui presenza provocherebbe turbamento, per cui viene “allontanato” dalla coscienza mediante il meccanismo psichico della rimozione.

[2] In merito alla questione della natura umana, vi sono tre approcci principali. Essenzialismo: ritiene che esista una natura umana stabile, condivisa da ogni essere umano. Esistenzialismo: ritiene che non esiste una tale cosa come la natura umana, ma le modalità imprescindibili di stare al mondo. Un approccio moderato considererebbe che la natura umana può essere modificata nei limiti delle invarianti antropologiche. I trans-umanisti, da un lato, sono conservatori in quanto pensano che ci sia una natura umana, ma sono anche radicali nel senso che pensano che, questa natura, può (e deve) essere trascesa mediante l’utilizzo delle bio-tecnologie e delle tecnologie informatiche. Cioè, questo approccio comprende il potenziamento umano.

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