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Conceptual Papers

“Tempo Zero” – dalla genetica evolutiva darwiniana alla prospettiva di una genetica evolutiva intenzionale

Rinaldo Octavio Vargas, sociologo & Eugenia D’Alterio, biologa

1“TEMPO ZERO”

In un contesto di svolte socio-culturali cir­ca l’idea della vita e della ricerca al riguardo, intervenire sul patrimonio genetico umano è materia sempre più discussa per le derive etiche ed evolutive che ne conseguono. Infat­ti, sebbene le caratteristiche della nostra specie sono dovute a millenni di evoluzione in cui la selezione naturale ha gestito la trasmissione preferenziale e casuale, di generazione in genera­zione, di variazioni genetiche considerate “van­taggiose per la competizione e sopravvivenza”, secondo l’interpretazione di stampo darwiniano, siamo anche consapevoli che ci troviamo ad un “tempo zero” per le nostre esigenze biologiche, perché le variazioni genetiche naturali sono trop­po “lente” per soddisfare la nostra “culturale” esi­genza di sopravvivenza, soprattutto in presenza di condizioni sfavorevoli alla vita. Modificare il nostro patrimonio genetico per garantire mi­gliore funzionalità e, qualora, la trasmissibi­lità di geni “sani” o socialmente più deside­rabili, incontra ostacoli, non solo tecnici ma soprattutto culturali, non facilmente superabili. Le polemiche circa la clonazione, a partire dalla pecora Dolly, e l’uso delle cellule staminali sono esempi eclatanti di quanto la questione sia cul­turalmente e socialmente controversa.

La prospettiva dell’intervento sul patrimonio gene­tico comporta una premessa regolarmente oscu­rata: comprendere che la condizione umana è una condizione storica invece che l’espressione di un disegno teologico e/o intelligente. Nella misura in cui la specie umana si è diversificata, essa si è ritrovata organizzata in sistemi di bio-potere, relativamente diversi, in conformità a modi dif­ferenti di intendere se stessa. Una premes­sa fondamentale rimane camuffata al centro di ogni sistema sociale: l’idea culturale e sociale di cosa siamo. Infatti, ogni forma di bio-potere co­stituisce una declinazione o interpretazione, con­sensuale o ambigua, nonché conflittuale, di tale premessa. In ogni caso, malgrado il dibattito cir­ca la specie venga spesso racchiuso nella pole­mica creazionismo – evoluzionismo, l’idea stessa di evoluzione della specie si è “evoluta”. Que­sta ulteriore evoluzione ha, infatti, aperto nuove derive nella discussione sociale circa l’idea della vita e, di conseguenza, apre ad inedite questioni nell’esercizio del bio-potere.

Solo abbastanza recentemente, nella storia di ciò che chiamiamo vita,[1] lo svelamento delle strutture molecolari ha reso possibile la com­prensione della nostra evoluzione e rende possibile la modificazione intenzionale del nostro genoma. Vi è crescente documentazione, tra cui i risultati di modificazioni genetiche ese­guite su animali in laboratorio,[2] che permette di prevedere che noi esseri umani saremo in grado di farci carico del nostro sviluppo biologico e della nostra evoluzione. Nel frattempo, la teoria evo­luzionista sta diventando auto-riflessiva: la migliore comprensione di come l’evoluzione fun­zioni ci consentirà di modificare il corso della no­stra stessa evoluzione sempre che, nel conflitto sociale e nella gestione del bio-potere, potremo scegliere ed essere liberi di farlo.

Ora, argomentando circa le derive possibili del­la specie umana, alcuni gruppi sociali invocano la “saggezza della natura” e usano una certa cautela circa la possibilità di sviluppo e utilizzo di tecnologie di intervento per la modificazione ge­netica umana intenzionale. Interpretando il mo­dus operandi della selezione naturale come opera di un ingegnere maestro che creerebbe disegni funzionalmente e moralmente ottimali e non discutibili, questi gruppi tendono a considera­re l’intervento genetico intenzionale con sospet­to. Alcuni di questi opinion leader trovano la pro­spettiva della modificazione genetica intenzionale addirittura ripugnante[3] o, a dir poco, pericolosa­mente arrogante.[4] I critici più accesi considerano che sia sciocco ignorare ciò che loro percepiscono come la “saggezza della natura”. Alcuni di questi, esplicitamente, si appellano all’idea della scienza, piuttosto che alla religione, spiegando la “saggez­za della natura” proprio mediante il ricorso all’a­nalogia con un ingegnere maestro. Questi confi­dano che l’organismo umano sia il prodotto di una geniale ingegneria, un capolavoro delicatamente bilanciato, completo e ben funzionante. In que­sta visione, la modificazione genetica intenziona­le è probabile che si dimostri controproducente. I sostenitori di tale ragionamento asseriscono che poiché nel corso dell’evoluzione la natura mostra i pattern della selezione di certi geni, essa agirebbe seguendo un’idea predefinita di ciò che è attuabile e, anche, moralmente desiderabile.

Compito di questa dissertazione è “decostruire” le ipotesi evoluzioniste che si rifanno a tale analogia. La posizione a cui si vuole dare spazio è quella che sostiene che l’ingegneria genetica intenzionale possa offrire soluzioni che sono più efficienti, affidabili, versatili e socialmente desiderabili e, soprattutto, più immediate, ri­spetto ai cambiamenti genetici dovuti all’evoluzio­ne intesa in termini darwiniani. Infatti, mettendo in evidenza i vincoli sull’ordinaria evoluzione, si rende comprensibile postulare che la modificazio­ne genetica intenzionale sia in grado di superare molti degli “ostacoli naturali” al “bene umano”. In realtà, questo ‘bene’, definibile (ovviamente) in termini metafisici, non può che essere una con­certazione sociale, dipendendo dal consenso sociale raggiunto e, storicamente, gestito dal bio-potere attraverso i diversi apparati ideologici com­preso il più importante: il parco concettuale pre­disposto dalla cultura imperante come orizzonte di linguaggio, pensiero e senso per le popolazioni.

Certamente, in questa concertazione, le contro­verse posizioni circa una necessaria euristica precauzionale[5] riguardo la modificazione geneti­ca intenzionale cambiano in funzione della posi­zione favorevole o contraria all’intervento inten­zionale. In ogni modo, le inedite questioni etiche che l’argomentazione suscita obbligano a dare voce a ragionamenti meno ortodossi. Per que­sto motivo, questa dissertazione concede spazio alla decostruzione del tentativo di fondare un’euristica precauzionale (di divieto asso­luto riguardo il miglioramento genetico) basata sull’interpretazione di un’eziologia adattati­va. Per la letteratura al riguardo, la difficoltà con questo approccio precauzionale è doppia: primo, esso si basa sulle stesse interpretazioni di adat­tamento dell’evoluzione naturale che motivano lo stesso approccio dell’analogia con l’ingegnere maestro e, secondo, il concetto eziologico di funzione sul quale poggia fornisce informazio­ne indiretta e potenzialmente ingannevole circa le possibili conseguenze dell’intervento genetico intenzionale. La posizione dei sostenitori della modificazione genetica intenzionale offre, invece, criteri di miglioramento basati sulle connes­sioni causali osservabili nell’ontogenesi.[6] La conclusione, da questa prospettiva, è che piutto­sto che fondare un’ipotesi contro una modificazio­ne genetica deliberata, la struttura causale del mondo vivente dia ragione morale a chi invece è favorevole alla modificazione. Ciò porta a con­cludere che la teoria classica dell’evoluzione non solo non riesce a sostenere una forte presunzione contro la modificazione genetica intenzionale ma che, paradossalmente, costituisca una ragione a favore dello sviluppo delle tecnologie di modifica­zione genetica intenzionale, purché adeguate ga­ranzie cautelari siano rispettate. L’idea storica, e quindi relativa, di “natura” non può costituire un totem o un tabù primordiale che impedisca il beneficio del dubbio sulla possibilità di accedere ad un’evoluzione ‘intenzionale’.

Che l’argomento dell’analogia con l’ingegnere ma­estro sia ragionevole dipende da quanto esso sia considerato appropriato dai gruppi sociali che lo rivendicano. In quest’esposizione si dà spazio ad un’analisi critica[7] dei presupposti dell’evoluzioni­smo classico che stanno alla base della nozione che la natura sia paragonabile ad un ingegnere mae­stro. Lo scopo metodologico è quello di raffrontare la modificazione genetica intenzionale con quella evolutiva “ordinaria”. Più precisamente, si con­fronta la modificazione genetica intenzionale con quella non-intenzionale (ovvero naturale) rispetto al loro potenziale per ‘migliorare’ la vita umana. L’uso dell’espressione “modificazione genetica non-intenzionale”, piuttosto che “modificazione geneti­ca naturale” ha due ragioni. In primo luogo, poiché gli esseri umani sono parte della, cosiddetta, natu­ra, la modifica dei geni che essi intenzionalmente intraprendono non è meno ‘naturale’ di quella pro­dotta dal, cosiddetto, “orologiaio cieco” della teo­ria evoluzionista classica darwiniana. In secondo luogo, in buona parte della letteratura che rifiuta la modificazione genetica intenzionale, il termine “naturale” è utilizzato ostentando un senso valu­tativo positivo, assumendo che il “naturale” sia più buono, o almeno, preferibile.[8] Una dovuta distanza dal termine “naturale” aiuta ad evitare pregiudi­zi nella valutazione comparativa tra modificazione genetica intenzionale e non-intenzionale.[9]

2 DECOSTRUZIONE DELL’IDEA DELL’INGE­GNERE MAESTRO COME GUIDA DELLA MODIFICAZIONE GENETICA NON IN­TENZIONALE

Il concetto di funzione biologica non compren­deva una spiegazione naturalista fino a quando Darwin introdusse la teoria della selezione natu­rale, che ci consegnò il primo racconto meccani­cista dell’origine e dell’evoluzione della funzione biologica o, come molti l’interpretano, il disegno biologico. Se la teoria darwiniana ha, effettiva­mente, bandito il disegno intelligente dalla spie­gazione evoluzionista, cosa vorranno dire tanti gruppi culturali e sociali quando ancora attribui­scono saggezza alla natura e si appellano a que­sta per opporsi alla modificazione genetica inten­zionale? La loro idea sembra essere che nel corso di milioni di generazioni e di tentativi ed errori, il crogiolo evoluzionista ha prodotto complesse soluzioni di sviluppo ed ecologia tali che l’es­sere umano non potrebbe far di meglio.

Anche se questa intuizione non è a cognizione di causa, vi è un senso comune molto diffuso in cui i due enunciati centrali della scienza biologica, cioè la partita tra gli organismi e il loro ambiente e la ca­pacità di complessi organismi di riprodursi in ogni generazione, vengono considerati come riflessi di una sorta di saggezza, che può essere meglio de­scritta in termini puramente intuitivi. Sia nella complessità adattativa che nel dispiegarsi dello sviluppo degli organismi, l’evoluzione sembrereb­be funzionare “ingegnosamente”, secondo il parco di metafore largamente radicate, per risolvere un profondo problema “informatico”. Poiché ciascuna posizione di base nel codice del DNA può essere riempita da uno dei quattro nucleotidi distinti, vi è un numero astronomico di possibilità per quanto riguarda la riuscita formale dell’embriogenesi e un, altrettanto, vasto insieme di non-corrispondenze tra l’organismo e le peculiarità dell’eco-ambiente in cui l’organismo lotta per sopravvivere e riprodursi. Tuttavia, gli organismi riescono a fare affidamen­to su forme che sono configurate con funzionalità ‘soddisfacenti’ per le attività fisiologiche ed ecologi­che complesse che necessitano di risolvere. Questa impresa, “epistemica”, però, si realizza non con il beneficio della previsione ma in virtù di un cana­le genetico di ereditarietà che replica con alta fedeltà e trasporta informazione cumulativa circa le condizioni dell’ambiente in cui l’organismo, è pro­babile, si sviluppi.[10]

Di conseguenza, alcuni studiosi, attribuendo un carattere prescrittivo a descrizioni di ciò che sembra essere accaduto nel passato, so­stengono che gli organismi (includendo gli es­seri umani) debbono essere trattati come i pro­dotti “finiti” di un ingegnere maestro. Anche sofisticati accademici, con una visione positivista della modificazione genetica intenzionale, hanno la tendenza a fare affidamento all’analogia con l’ingegnere maestro. Ad esempio, Bostrom e Sandberg avvertono che “quando un riparatore troppo ambizioso, ma con poca esperienza, fa le modifiche al progetto di un ingegnere maestro, il potenziale di danno è notevole e le possibilità di produrre un miglioramento sensibile sono scar­se”[11]. Allo stesso modo, Dan Dannett osserva che, ancora una volta, i biologi, sconcertati da al­cune, apparentemente, futili o maldestre proget­tazioni in natura, sono venuti alla conclusione di aver sottovalutato l’ingenuità, l’abilità, la profon­dità di intuizione nell’agire di Madre Natura.”[12]

Gli organismi, tuttavia, risultano notevolmente diversi dall’esito del lavoro di un maestro in­gegnere per due aspetti fondamentali. In primo luogo, gli organismi non sono al punto di ar­rivo di un processo evolutivo di trasformazione che è gradualmente salito lungo la scala della per­fezione adattativa. In secondo luogo, evoluzione non significa progettazione, cioè l’evoluzione non procederebbe (anche se solo a grandi li­nee) secondo un piano preesistente. Ciascuno di questi argomenti – e il loro significato per la questione dell’analogia con il maestro ingegnere – si palesano quando si considerano i vincoli in cui opera la modificazione genetica non-in­tenzionale (cioè la selezione naturale).

Il concetto di vincolo è vuoto se non si speci­fica ciò che viene vincolato. In biologia evoluzio­nista, il concetto di “vincolo”[13] fa riferimento alle circostanze che limitano la specificità dei problemi di adattamento[14] e l’insieme di pos­sibilità di soluzioni. Qui il termine “vincolo” viene, però, usato in modo piuttosto diverso. Le caratteristiche evolutive, seguendo il lavo­ro di Russell Powell & Allen Buchanan[15], sono vincoli che agiscono sulle possibilità della modificazione genetica non-intenzionale di attuare come un processo attraverso il quale promuovere (o anche conservare) il benesse­re umano. Una volta che la specificità (o natu­ra) e la rigidità di questi vincoli sono analiz­zati e decostruiti alla luce dei concetti della modificazione genetica intenzionale, la forza dell’analogia che paragona il lavoro dell’evo­luzione “ordinaria” con quello di un maestro ingegnere evapora e l’analogia diventa così attenuata da essere incapace di sostenere un divieto o, anche, una forte presunzione con­tro la modificazione genetica intenzionale. A tale scopo, SI QUESTIONANO QUESTI VIN­COLI ALLA LUCE DELLE POSSIBILITÀ DELLA MODIFICAZIONE GENETICA INTENZIONALE.

■■ L’INFORMAZIONE GENETICA COMPOR­TA ANCHE IMPERFEZIONI E ABERRA­ZIONI: I GENI DELLA SELEZIONE NA­TURALE NON SEMPRE COINCIDONO CON I GENI SOCIALMENTE  

      DESIDERATI

È ironico che i sostenitori dell’analogia con l’in­gegnere maestro considerino la teoria della sele­zione naturale come la base della loro analogia, in quanto ‘l’imperfezione’ del disegno biolo­gico è tra le più forti evidenze dell’evoluzione per selezione naturale. Darwin stesso spesso indicò la difettosa e irrazionale costruzione di or­ganismi allo scopo di confutare argomentazioni a favore del disegno intenzionale. In una lettera al suo amico e mentore, Joseph Hooker, Darwin esclamava: “Che libro un cappellano del diavolo potrebbe scrivere sulle goffe, inutili e orribilmen­te crudeli opere della natura”.[16] Esempi di “in­sufficienza” nel disegno evolutivo biologico umano abbondano, tra cui: il tratto urinario ma­schile, che passa per la prostata che può infiam­marsi e ridurre o bloccare la funzione urinaria; l’incapacità di produrre acido ascorbico e la ne­cessità di introdurlo con la dieta, pena gravi dan­ni ossidativi e elevati rischi di contrarre infezio­ni; il punto cieco nell’occhio umano che obbliga l’organismo a sviluppare elaborati meccanismi di correzione della percezione; la duplice funzione della faringe umana, il cui ruolo sia nell’ingestio­ne che nella respirazione aumenta significativa­mente la morte per soffocamento; il canale del parto, che passa attraverso la pelvi femminile grazie alla selezione del frettoloso riassetto del­la postura ominide, aumentando notevolmente i rischi nel parto. L’elenco può continuare all’infi­nito con mostruosità dovute ad aberrazioni cro­mosomiche e difetti genetici vari. L’ubiquità di un disegno alquanto difettoso dimostra che LA SELEZIONE NATURALE È UN BRICOLAGE, e non l’opera di un ingegnere, tanto meno maestro, che armeggia con organismi in rispo­sta alle loro esigenze in modo del tutto casuale e esprimendosi, poi, nel tempo, nelle generazioni più adatte, oppure, come direbbero Powell & Bu­chanan, che attua “cooptando strutture esistenti in modo ad hoc per soddisfare nuove esigenze funzionali.”[17] Presi collettivamente, i meccanismi che originano e mantengono l’ingegneria difetto­sa della natura suggeriscono che il disegno ‘a bricolage’, piuttosto che l’eccezione, costitu­isce la regola della modificazione genetica non-intenzionale.

■■ LA SELEZIONE NATURALE SEMBRA AGIRE FINO AL PERIODO RIPRODUTTIVO

La selezione naturale non tende ad agire per il periodo post-riproduttivo della vita: questa semplice constatazione ha enormi implicazioni per l’analogia con l’ingegnere maestro poiché, se la selezione naturale è l’unica guida verso l’ottimiz­zazione, la stragrande maggioranza dei caratteri post-riproduttivi non beneficerebbero del presun­to genio ingegneristico. Pertanto, l’idea che tutti o quasi tutti i caratteri biologici sono il risul­tato diretto e/o necessario della selezione naturale è palesemente falsa. Una volta che i loro anni riproduttivi sono spesi, gli organismi sono autorizzati ad “andare alla deriva” (ontoge­neticamente parlando), con la selezione che non investe più nella riparazione fisiologica dei mec­canismi necessari per evitare, ad esempio, l’ac­cumulo di mutazioni in linee cellulari che possono portare al cancro,[18] o a malattie cardiovascolari o a degenerazioni neuronali. Questa dinamica è di particolare rilevanza nel caso di organismi lon­gevi come gli esseri umani che spendono sem­pre più notevoli frazioni della loro vita nel periodo post-riproduttivo. Uno dei principali vantaggi della modificazione genetica intenzionale è che questa potrebbe evitare o mitigare il danno che gli esseri umani soffrono come risultato della “noncuranza” della modificazione genetica non-intenzionale alla qualità della vita umana post-riproduttiva.

■■ LA DERIVA GENETICA È LO STATO DI DEFAULT DEI SISTEMI BIOLOGICI

L’argomentazione dell’analogia con il mae­stro ingegnere dipende da tre presupposti principali: (1) la selezione è il meccanismo pre­dominante che agisce sui caratteri biologici, (2) la selezione tende ad affermare caratteri che sono ottimali, e (3) i caratteri ottimali non possono essere eventualmente migliorati dalla modifica­zione genetica intenzionale. Tutti questi presup­posti possono essere questionati. In effetti, il primo di questi presupposti è stato recentemente messo di nuovo in dubbio dal lavoro di Brandon[19] che mostra che la deriva genetica[20] è, in real­tà, lo stato di default dei sistemi biologici. Ma, anche se l’interpretazione della selezione ha sopraffatto tutte le altre tendenze evolutive e i vincoli, questo non implica che qualsiasi caratte­re affermato dalla selezione naturale sia ottimale. “L’adattamento” (nel senso più incontrovertibi­le) si riferisce all’eziologia di un carattere[21], in particolare, al fatto che esso emerse e si fissò, nel passato, come risultato della selezione na­turale. Al contrario, “l’ottimizzazione” si riferi­sce alla funzione attuale di un carattere e il suo attuale contributo alla fitness riproduttiva[22] a prescindere dalla sua storia evolutiva-selettiva.[23] Questa distinzione è importante in quanto sa­rebbe controverso argomentare che le stes­se forze che originariamente scelsero un carattere siano quelle che attualmente lo mantengono. Un carattere che si è evoluto per qualche scopo in un lontano passato può persiste­re a lungo sia per un cambiamento adattativo nella funzione di quell’apparato, cioè il feno­meno conosciuto come EXAPTATION[24], sia per situazioni evolutive che hanno impedito ad esso di estinguersi.

Anche se la selezione sia stato l’unico significativo meccanismo evolutivo, e anche se essa abbia pro­dotto caratteri ottimali, ciò non implica che questo sia ancora il caso.[25] Semplicemente perché un ca­rattere sia stato ‘ottimizzato’ per selezione natura­le, ciò non significa che non possa essere ulterior­mente migliorato. Confondere “ottimale” con “non-migliorabile” è fraintendere il concetto di “ottimizzazione” come esso è usato nella teoria evoluzionista. Anche se il legame tra adattamento e ottimizzazione rimane concettualmente e speri­mentalmente tenue,[26] una cosa è chiara: qualsiasi analisi sull’ottimizzazione sarà relativo a determi­nati parametri genetici, di sviluppo e funzionali di un organismo. Sottratto a questi vincoli, il concet­to di ottimizzazione diventa incomprensibile.[27] In sostanza, dire che un carattere è ottimale equivale a dire che nessuna ulteriore modifica incrementale nel genotipo può migliorare la funzione del carat­tere. Questo è coerente con la nozione che postula che cambiamenti genetici non-incrementali[28] (os­sia intenzionali) possono trasportare un lignaggio ad un picco di fitness più elevato nel paesaggio adattativo generale. In ogni caso, data la natu­ra locale dell’ottimizzazione biologica, dovremmo considerare la modificazione genetica inten­zionale come un’espansione della gamma dell’evoluzione possibile, piuttosto che come una minaccia al ‘capolavoro’ della selezione.[29]

Inoltre, il grado di ottimizzazione che può essere raggiunto in natura è vincolato dalla topografia del “fitness landscape”[30] (paesaggio adattivo). Que­sto termine fa riferimento ad una rappresentazione grafica-pittorica della relazione funzionale tra geno­tipi-fenotipi individuali e fitness. Se il paesaggio è composto da numerosi picchi di fitness e valli, la se­lezione porterà la popolazione a scalare la vetta di fitness (o di efficienza riproduttiva) più vicina, an­che se questo picco non è il più alto nel paesaggio. Ossia, poiché la co-evoluzione si riferisce al modo in cui ogni organismo influenza ed è influenzato dagli altri organismi all’interno di un eco-sistema (picco evolutivo) e l’evoluzione dei sistemi emerge da queste interrelazioni, ciò che sembra essere una soluzione ottimale da un punto di vista localistico, può essere altamente sub-ottimale quando la stes­sa è vista panoramicamente, da una prospettiva che è ben oltre la portata della modificazione ge­netica non intenzionale. Con vista a volo d’uccello del paesaggio adattativo, tuttavia, la modificazione genetica intenzionale potrebbe impedire che una popolazione rimanga chiusa in un ‘ottimo’ di carat­tere ‘locale’, individuando così picchi adattativi più elevati, aggirando le barriere spazio-temporali per il flusso genico ordinario (non intenzionale), e co­ordinando l’assemblaggio genico e la diffusione di adattamenti complessi tra popolazioni disparate.

L’ottimizzazione non solo è intrinsecamente ‘locale’ e dipendente dal contesto ma può an­che non correlare con la sopravvivenza della specie a lungo termine. Se la forma biologica viene gradualmente ottimizzata per tutta la durata evolutiva di un lignaggio e se il possesso di carat­teri ottimali aiuta i lignaggi a scappare o evitare l’estinzione, allora ci si aspetterebbe che i lignaggi più anziani abbiano una minore probabilità di an­dare estinti di quelli giovani (stando così le cose o se le condizioni non mutano). Questa previsione però non è suffragata dai dati. Il biologo Van Va­len notoriamente ha osservato che la probabilità di estinzione per un dato lignaggio non varia in fun­zione della sua età tassonomica.[31] In altre parole, la probabilità di una stirpe di andare estinta è indipendente dal suo precedente successo evolutivo. Ciò si spiega, in parte, con le fluttua­zioni ambientali che sono troppo rapide per­ché la selezione possa tenerne il passo, ma la “legge dell’estinzione” di Van Valen (come viene chiamato questo principio) vale anche in ambienti abiotici stabili. La spiegazione principale di questo modello riguarda la natura destabilizzante di certe forme di interazione ecologica. Le specie interagiscono tra loro nel tempo evolutivo: a vol­te queste interazioni sono “cooperative”, come nel caso del mutualismo, ma spesso sono strategiche, con una conseguente corsa evolutiva nella quale la soluzione biologica di un organismo può costituire il problema della ‘progettazione’ o adattamento di un altro e viceversa. Questo è comune, per esempio, nelle interazioni tra predatori e prede e tra ospite e parassita. Strategicamente, i lignaggi in intera­zione debbono continuare a evolvere sempli­cemente per mantenere i loro attuali livelli di adattamento o forma — una dinamica che è stata soprannominata da Van Valen “Red Queen Effect” [l’effetto regina rossa], seguendo il personag­gio di Lewis Carroll, Alice, in “Alice nel paese delle meraviglie” nell’episodio della regina di cuori. Alice deve correre più velocemente per rimanere nello stesso posto e per poter cambiare posizione deve correre il doppio. La metafora per dire come, allo stesso modo, per i sistemi che evolvono e che sono in competizione sono necessari cambiamenti conti­nui per poter mantenere i livelli di fitness. Pertanto, contrariamente alla tesi dell’Analogia con il Maestro Ingegnere, i caratteri esistenti (compresi i nostri) non rappresentano l’apice adattivo di eoni di una selezione esigente ma piuttosto essi sono ecologicamente provvisionali, possono non es­sere idealmente idonei per la loro funzione attuale e non sono necessariamente superiori nella ‘proget­tazione’ di quelli che affollano i letti fossili.

■■ GLI ELEMENTI DELLA SELEZIONE NATURA­LE PERSISTONO ANCHE QUANDO HANNO PERSO LA FUNZIONALITÀ

Dire che un carattere è un adattamento è dire, semplicemente, che è il prodotto di un re­gime ‘selettivo’ storico. Come si è appena sot­tolineato, dal momento che l’ambiente e i pro­blemi di cambiamento che quest’ultimo pone sono sempre in movimento, gli organismi non possono mai essere perfettamente adattati al loro ambiente. Così, molti caratteri che conferi­vano adattamento nell’evoluzione dei primi omini­di, oggi, possono essere ritenuti neutri oppure un residuo che mal si adatta alle nuove condizio­ni. Questi sono le cosiddette vestigia dell’evo­luzione.[32] Gli psicologi evoluzionisti pensano che molti dei nostri disturbi psicologici contemporanei, come la depressione, l’ansia e il disturbo da defi­cit di attenzione, derivino da difficoltà psicologiche con il passaggio remoto da un’esistenza da caccia­tori-raccoglitori ad un’esistenza sedentaria basata sull’agricoltura e l’allevamento. Una diagnosi simile vale per molti dei disturbi osservati negli animali di compagnia come il cane che oggi, con altrettanta difficoltà, sono costretti ad adattarsi da una vita aperta ai confini del divano del soggiorno.

■■ LA SELEZIONE NATURALE È CARATTE­RIZZATA DALLA LENTEZZA E DALLA RI­STRETTEZZA DELLA DIFFUSIONE DELLE MUTAZIONI BENEFICHE

Un altro limite evidente della modificazione ge­netica non-intenzionale riguarda l’origine e la diffusione delle mutazioni benefiche, un processo che può richiedere migliaia o addi­rittura milioni di anni, secondo il tasso di muta­zione, la struttura della popolazione interessata e il tipo di adattamento in questione. Anche se forti pressioni selettive possono accelerare l’evoluzio­ne genetica, esse possono anche comportare il ‘deplorevole’ scenario malthusiano in cui ci sono molte più nascite di quelle che le risorse ambien­tali possono supportare. Infatti, più nascite per sopperire a enormi tassi di mortalità, causati da malattie, situazioni disagevoli o guerre, è stata la modalità (e lo è ancora per alcune popolazioni) per ottenere sia una diffusa resistenza patoge­na[33] che una prole sopravvissuta.

Poiché non è soggetta ai “capricci” dell’evoluzione ordinaria, la tecnologia della modificazione geneti­ca intenzionale può salvaguardare preziosi genoti­pi tanto quanto i primi esseri umani custodirono il fuoco, proteggendo la fonte di sopravvivenza per le loro generazioni e le future.

■■ L’ASSENZA DEL TRASFERIMENTO GENICO LATERALE NELLA TRASMISSIONE GENETI­CA NON-INTENZIONALE NEGLI ORGANI­SMI A RIPRODUZIONE SESSUATA

I microbi hanno il sopravvento evolutivo quando si tratta della corsa agli armamenti tra parassiti semplici e i loro complessi animali ospiti. La tra­smissione di mutazioni desiderabili in complessi animali pluricellulari è faticosa, dati i tempi lun­ghi di generazione e il fatto che la riproduzione e il trasferimento genico sono indissolubilmente legati (i casi di DNA trasmessi tra lignaggi di ani­mali attraverso virus possono essere considerati un’eccezione). Questo è in netto contrasto con le forme di vita batteriche, che hanno sia tempi ra­pidi di generazione che modalità “laterali” di tra­sferimento genico. La trasmissione laterale[34] consente ad organismi semplici di scambiare geni al di fuori del ciclo riproduttivo, permettendo la proliferazione più efficiente di tratti che migliora­no l’adattamento (fitness). La modificazione ge­netica intenzionale può agire in complesse specie multicellulari così come accade nel trasferimento genico laterale nei procarioti, aumentando no­tevolmente la velocità e la versatilità con cui le mutazioni benefiche possono diffondersi nella po­polazione. La modificazione ci permetterebbe di combinare e integrare i geni di esseri umani che non sono membri di una stessa stirpe o lignaggio, così come i geni di altre specie e di quelli crea­ti artificialmente attraverso la biologia sintetica. Come lo scambio culturale tra i membri indipen­denti di una popolazione, il trasferimento genico laterale è dotato di rischi che ne conseguono, tra cui la più rapida diffusione di varianti deleterie che altrimenti sarebbero limitate ai lignaggi ver­ticali. Tuttavia, dal punto di vista dell’ideologia dell’ingegneria genetica, la modificazione gene­tica intenzionale promette di pareggiare la ‘corsa evolutiva agli armamenti’ tra batteri e le lente po­polazioni umane da loro inseguite.

■■ LA SELEZIONE NATURALE HA NATURA IN­CREMENTALE E NON DISTINGUE TRA GENI BENEFICI O DELETERI AL “BENE UMANO”

La natura cieca e incrementale della sele­zione naturale non solo pone severi vincoli su quanto rapidamente la selezione naturale pos­sa compiere una determinata impresa adat­tativa, ma, anche, su quali imprese adattati­ve possano essere compiute appieno. Mutazioni e ricombinazioni genetiche, che insieme fornisco­no il materiale primario per la selezione naturale negli organismi sessuati, impongono vincoli se­veri su ciò che la selezione opera con essi e su come può farlo. Ad esempio, si consideri il fe­nomeno noto come associazione o “linkage”[35], che spiega perché alcuni caratteri si manifestino sempre associati. Si definiscono geni associati i geni che appartengono allo stesso cromosoma e che non si assortiscono in modo indipendente.[36] Ma raramente la concatenazione tra geni è totale in quanto i geni associati possono ricombinarsi in combinazioni diverse da quelle dei genitori a causa dei fenomeni di scambio. Se la “ricombi­nazione genetica”[37] favorisce nuove combina­zioni di alleli rispetto a quelle iniziali, nel caso di associazioni tra geni benefici e deleteri, la sele­zione adattativa non distinguerà tra quali even­tuali geni benefici o deleteri rientreranno nella prossima generazione, ovvero non sarà in grado di favorire (vale a dire, di generare in modo diffe­renziale) la variante ‘salutare’. Limitazioni simili insorgono da pleiotropismo[38], dove geni singoli codificano molteplici funzioni non correlate e “in­terazioni epistatiche”[39] nelle quali lo stato di sviluppo di un gene interferisce sulla funzione di un altro.

Inoltre, poiché la selezione naturale è un proces­so cieco e incrementale, proviamo allora a pen­sare ad un problema di adattamento che richieda centinaia o addirittura migliaia di micro mutazio­ni. Si consideri uno scenario in cui le mutazioni individualmente necessarie e congiuntamente sufficienti per qualche carattere benefico non ri­escano a conferire un beneficio di adattamento. “La probabilità di realizzare una particolare tra­iettoria mutazionale è uguale al prodotto espo­nenziale delle probabilità delle sue mutazioni costitutive. Nella misura in cui il numero di mu­tazioni necessarie cresce, la possibilità che siano realizzate simultaneamente o nel giusto ordine diminuisce esponenzialmente. Al contrario, ciò che è un’impresa o un atto, di valore astronomi­camente improbabile, per la selezione naturale, può diventare un compito relativamente sempli­ce per un ingegnere umano:”[40] macro muta­zioni sarebbero realizzabili all’interno dell’ambi­to lungimirante e “orientato agli obiettivi” della modificazione genetica intenzionale.

Così, la modificazione genetica intenzionale non solo può accompagnare nei profondi mutamenti genetici a un ritmo molto più veloce della mo­dificazione genetica non intenzionale ma, an­che, avere accesso a intere regioni di spazio adattativo che sono off limits per la selezio­ne naturale. In questo modo, la modificazione genetica intenzionale potrebbe essere consi­derata una risorsa inestimabile, letteralmente una questione di vita o di morte per la specie nel caso in cui gli esseri umani si confrontassero con un problema imminente di adattamento, la cui soluzione sia totalmente inaccessibile alla sele­zione incrementale o, altrimenti, ottenibile solo su vaste distese di tempo evolutivo. Ad esempio, la modificazione genetica intenzionale potrebbe consentire di alterare la capacità del corpo per la regolazione termica in risposta al riscaldamento globale, o aumentare la nostra resistenza a pato­geni emergenti o la nostra tolleranza alla tossici­tà ambientale. In teoria, inserendosi nei percorsi (‘maestri’) normativi dello sviluppo degli organi­smi, la modificazione genetica intenzionale ha il potenziale di andare ben oltre il miglioramento di certi caratteri fino alla trasformazione completa di un’organizzazione biologica.

■■ LA NATURA SISTEMICA NELLO SVILUPPO DEGLI ORGANISMI NON ESCLUDE LE CON­SEGUENZE NEGATIVE DI UN CARATTERE SCELTO

A causa della natura inerente allo sviluppo in­tegrato degli organismi, anche se un carat­tere è “ottimizzato” per selezione naturale, ciò non preclude conseguenze negative per altri tratti, a condizione che l’adattamento as­sociato con il carattere ottimizzato sia abbastan­za forte da compensare eventuali deficit. Per esempio, nell’evoluzione degli ominidi, vi fu una forte selezione per il bipedismo, probabilmente a causa della dispersione delle risorse e l’inef­ficienza dell’andatura quadrupede come modo di locomozione. A quanto pare, i benefici della selezione verso il bipedismo furono tali da su­perare i notevoli ‘costi’ connessi con la ricostru­zione “frettolosa” dell’anatomia craniale ominide al fine di accogliere questa nuova forma di mo­vimento. I costi di questo, altamente vincolato, compromesso evolutivo, hanno incluso alcuni dei più alti tassi di mortalità neonatale e ma­terna nel regno animale, per non parlare di una serie di problemi postumi di colonna vertebra­le e di una grande quantità di ginocchia deboli. Anche se la tecnologia chirurgica (tagli cesarei) ha man mano ridotto l’incidenza di mortalità in­fantile e materna, ovviamente da epoche più recenti ad oggi, questo non può compensare la sub-ottimalizzazione biologica.

■■ LA SOLA SELEZIONE NATURALE COMPOR­TEREBBE PERDITA IRREVOCABILE DI GENI O L’ESTINZIONE

Quando le specie si estinguevano in natura per via della selezione naturale o di una catastro­fe, i loro geni distintivi andavano persi per sem­pre, ma oggi sono operative banche genetiche mondiali come quella per le risorse fitogeneti­che per l’alimentazione e l’agricoltura, o come le banche genetiche di specie animali in estinzione e non, per non parlare poi della tecnologia che consente che le informazioni genetiche posso­no essere ‘resuscitate’ addirittura da materiali fossili. Le sequenze geniche umane, sempre più diffusamente, sono depositate nelle banche dati genetiche (simile al Global Seed Vault in Norve­gia) delle popolazioni mondiali e possono essere mantenute per tempi illimitati. La modificazio­ne genetica intenzionale può, oggi, allontanare e addirittura invertire gli eventi di estinzione che altrimenti sarebbero inevitabili o irrevoca­bili (tecnologia per flora e fauna). Ma c’è la cri­tica comune che inferisce che la modificazione genetica intenzionale dovrebbe essere vietata perché potrebbe causare la perdita irreparabile di materiale genetico potenzialmente prezioso. La preoccupazione che la modificazione genetica intenzionale potrebbe causare errori irrimediabili è reale ma essa merita più attenzione di quanto riceva di solito. La tecnologia è già disponibile per bloccare l’espressione (cioè, lo spegnimen­to) di geni modificati, nonché per inserirli negli organismi in stato inattivo (dormiente), in cia­scun caso, la somministrazione di un farmaco è necessaria per riattivarli (switch them back on). Quindi, anche se una modificazione genetica in­tenzionale si rivelasse essere un errore, non né conseguirebbe che sia irrevocabile. Pensare che una modificazione genetica intenzionale sia ine­sorabilmente irrevocabile significa essere presi dalla fallacia del determinismo genetico, cioè di quella nozione che postula che vi sia una corre­lazione meccanica tra la presenza di un gene e la sua espressione nel fenotipo. Certo la questione diventa rilevante quando si parla di attuare que­sti processi sulla specie umana.

■■ LA SELEZIONE NATURALE SELEZIONA PER FINI RIPRODUTTIVI E NON PER IL BENE UMANO

Richard Dawkins ha notoriamente paragonato il processo della selezione naturale al lavoro di un orologiaio cieco. L’idea che l’orologiaio è cie­co è di effetto nel trasmettere la visione che l’evoluzione non sa quello che sta facen­do, ma la metafora risulta fuorviante se invece suggerisce intenzione. Eppure c’è un difetto più fondamentale nell’analogia. Un orologiaio, cieco o vedente che sia, costruisce qualcosa seguen­do un piano per soddisfare bisogni e deside­ri umani; la selezione naturale, al contrario, “punta” solo all’adattamento riproduttivo. Ma l’adattamento biologico, in natura, non deve essere scambiato con il “bene uma­no”, ideale metafisico e, perciò, sociale e con­troverso. Pertanto, il più forte vincolo della mo­dificazione genetica non intenzionale è che essa seleziona per fini riproduttivi, non per il bene umano.

Dire che un carattere aumenta l’adattamento ri­produttivo è solo dire che aumenta la probabilità che i geni dell’organismo che portano il caratte­re avranno più probabilità di passare alle future generazioni, sia attraverso la riproduzione diretta dell’organismo sia attraverso quella della sua pa­rentela. Anche se ogni carattere umano ha con­tribuito all’idoneità riproduttiva non ne consegui­rebbe, comunque, che ogni sforzo di migliorare gli umani per via della modificazione genetica in­tenzionale condurrebbe, necessariamente, ad un peggioramento, per la semplice ragione che il be­nessere umano non è da confondersi con la capacità riproduttiva.

L’analogia dell’orologiaio cieco oscura la più profonda limitazione della modificazione ge­netica non intenzionale, vale a dire, la sua inefficacia come mezzo per raggiungere “il bene umano”, e, senza volerlo, incoraggia la visione, fondamentalmente sbagliata, che la selezione naturale sia l’unico processo per il miglioramento umano. Quando la selezione produce ciò che è prezioso per gli esseri umani, lo fa per pura casualità. E non sarebbe saggio punta­re solo sulla casualità per le prospettive di soprav­vivenza umana e tanto meno per le prospettive del suo miglioramento.

3 IL FILO DEL RAGIONAMENTO

In replica agli esponenti della modificazione gene­tica intenzionale, per le loro critiche ai sostenitori del paradigma dell’intoccabile disegno biologico come opera di un ingegnere maestro, i loro oppo­sitori replicano argomentando che una modifica­zione genetica intenzionale non può essere ese­guita in quanto la struttura causale molecolare del disegno biologico risulta ancora inaccessibile alla conoscenza umana. Essi sostengono che poiché i risultati dell’evoluzione sono (dal punto di vista umano) pieni di difetti di adattamento, la comprensione della loro struttura causale ri­chiede di gran lunga maggiore conoscenza e in­telligenza di quanto sia necessario per compren­dere i disegni eleganti ed efficienti di un maestro artigiano. Ed ancora di più, questi oppositori alla modificazione genetica intenzionale asseriscono che il disegno biologico nella sua complessità è come un castello di carte in bilico, soggetto al collasso totale se arrivasse una modificazione genetica sbagliata. Se questa limitazione episte­mica prevale nell’opinione pubblica, le possibilità di ‘migliorare’ funzioni dell’organismo via la modi­ficazione genetica intenzionale sono scarse perché si paventerebbero rischi elevati.

Ma la metafora del castello di carte, utilizzata dagli avversari alla modificazione genetica inten­zionale, semplicemente, non corrisponde con molto di ciò che abbiamo imparato dalla bio­logia evoluzionista dello sviluppo. Le funzio­ni dell’organismo (ORGANISMIC FUNCTIONS) sono molto meno fragili, soprattutto in rispo­sta ad un’alterazione genetica, di quanto i biologi avessero inizialmente previsto. Ciò è dovuto, in parte, al sorprendente livello di modularità e di canalizzazione nello sviluppo (nell’evoluzione), due fenomeni biologici pervasivi che funzionano per stabilizzare il fenotipo contro perturba­zioni nel suo ambiente e nel suo sviluppo ge­netico. Un “modulo” è una regione di sviluppo embrionale che presenta un’elevata connettività causale tra i suoi componenti interni mentre ha solo interazioni deboli con quelli di altri modu­li, in questo modo, la costruzione modulare crea “firewall” (programmi di protezione) dello svilup­po che aiutano a garantire che il danno fenoti­pico dovuto a mutazioni deleterie o al “rumore” evolutivo sia contenuto nel modulo interessato e non si diffonda a cascata in aree collaterali.[41] La “canalizzazione genetica”, invece, si riferi­sce alla tendenza dello sviluppo o dell’evoluzione di un sistema a produrre un particolare fenotipo nonostante le variazioni nel suo ambiente gene­tico.[42] Più forte è la canalizzazione di un fenoti­po, meno essa è soggetta a variare (e, quindi, meno fragile essa è) a fronte della modificazione genetica. Questo non vuol dire che non ci sono pericoli di ontogenesi associati con la modi­ficazione genetica intenzionale ma, piuttosto, intende dimostrare che la metafora del castel­lo di carte è, come l’analogia con il maestro ingegnere, un inappropriato modo di vedere le sfide che attendono le modificazioni genetiche intenzionali.

Gli appelli alla saggezza della natura sono spes­so propagandati come se offrissero ragioni con­clusive per rinunciare alla modificazione genetica intenzionale o, almeno, giustificare una forte pre­sunzione verso di essa. In contesti non religiosi, gli avversari della modificazione genetica inten­zionale, tipicamente, incassano l’idea della sag­gezza della natura, paragonando la modificazione genetica non intenzionale, che opera attraverso la selezione naturale, con il lavoro di un ingegnere maestro. Sulla base di questa analogia, conclu­dono che la modificazione genetica intenzionale è destinata a peggiorare, e non a migliorare, la condizione umana, trascurando il fatto che la condizione umana è, e rimane, un vissuto cul­turale socialmente e storicamente costruito.

Ma si è sostenuto che l’analogia con il maestro ingegnere è così imperfetta che non può ser­vire come base legittima di eventuali posizioni sostanziali delle politiche pubbliche rispetto alla modificazione genetica intenzionale. L’organi­smo umano non è un prodotto completato in modo ottimale che non possa essere miglio­rato (la tecnologia biomedica lo dimostra), e le forze che lo hanno modellato non sono rivol­te al bene umano. Ciò che la situazione richiede è una mossa che elimini l’analogia con il ma­estro ingegnere e, con essa, la visione che pro­clama che la, cosiddetta, saggezza della natura metta in guardia contro la modificazione genetica intenzionale.

Un’analogia migliore sarebbe: la modificazio­ne genetica non intenzionale è come il lavoro di un ‘riparatore moralmente cieco’ e stret­tamente vincolato (casualità della selezione). Per cui la proposta di intervenire nel lavoro di un riparatore moralmente cieco e strettamente vin­colato sembra molto più promettente piuttosto di lasciarlo lavorare indisturbato, pur se ritenuto un ingegnere maestro.

Così, finora è stato sostenuto (1) che i risultati della modificazione genetica non intenzionale, come essi vengono compresi nella teoria evolu­zionistica contemporanea, non sono l’opera di un ingegnere maestro e che, di conseguenza, (2) i tentativi di argomentare contro la modificazione genetica intenzionale sulla base di questa analo­gia ‘difettosa’ sono poco convincenti. Si è cercato di dimostrare che l’analogia non è semplicemente imperfetta ma è seriamente difettosa e, inoltre, trasmette una visione distorta della modifi­cazione genetica non intenzionale e favorisce, in tal modo, un confronto molto sfavorevole tra i due approcci. Se l’analogia della “natura” con l’ingegnere maestro è volta a sostenere posizioni di politiche pubbliche in materia di modificazione genetica intenzionale, essa dovrebbe essere ba­sata su una profonda somiglianza strutturale piuttosto che su somiglianze metaforiche tra i ri­sultati dell’evoluzione e quelli attribuiti, idealmen­te, ad un ingegnere maestro. È stato sostenuto che una volta che l’inadeguatezza della modificazione genetica non intenzionale, come un processo per la tutela e la promozione del benessere umano, è rilevata e, una volta che i costi morali del processo sono debitamente considerati, la prospettiva della modificazione genetica intenzionale (in grado di superare questi vincoli) sembra molto più favore­vole e l’analogia con il maestro ingegnere molto meno convincente.

Per essere chiari, non si sostiene che la modifi­cazione genetica intenzionale non ponga una se­rie di rischi per l’organismo o la specie.[43] Infatti, tutto ciò che si è detto finora è compatibile con la conclusione che la modificazione genetica inten­zionale negli esseri umani non dovrebbe essere intrapresa senza un’euristica cautelare. Piuttosto si è argomentato che il tentativo di fondare un divieto o forte presunzione contro la modi­ficazione genetica intenzionale fallisce nella misura in cui è fondato sull’erronea analogia della selezione naturale con un ingegnere maestro. Questo è compatibile con il fatto che vi siano altri seri motivi di cautela circa la modi­ficazione genetica intenzionale. Tuttavia, un pru­dente atteggiamento è quello di mettere da parte le metafore, valutare i rischi del miglioramento bio-medicale sulla base delle migliori informazioni scientifiche disponibili ad oggi e, quindi, sviluppa­re misure di lotta al rischio che siano altrettanto scientificamente fondate.

Invece di fare appello a metafore di forte riso­nanze emotive, sarebbe meglio concentrarsi più direttamente sui rischi relativi alle conseguenze non intenzionali che le modificazioni genetiche intenzionali (come altre azioni umane) possono avere e nello sviluppo di strategie per cercare di ridurre questi rischi. Inquadrare la questione delle dovute cautele, riguardo la modificazio­ne genetica intenzionale, come una questione di riduzione dei rischi è opportuno, dato il fatto che la modificazione genetica intenzionale ha il potenziale di promuovere “il bene”, socialmente inteso, per gli essere umani, in modo più efficace e ad un costo morale inferiore a quello della mo­dificazione genetica non intenzionale. Alla luce del ‘bene’ che potrebbe essere raggiunto dalla modificazione genetica intenzionale, un qual­che rischio può essere corso. In questa ricerca di un modo pragmatico di pensare circa la modificazione genetica intenzionale vi sono due filoni fondamentali circa un’euristica cautelare: quello classico basato sull’eziolo­gia adattiva della funzione biologica e quello contemporaneo basato sulle relazioni onto­genetiche causali.

4  EURISTICHE CAUTELARI

■■ L’EURISTICA AMMONITORIA DELL’ADATTA­ZIONISMO

Abbiamo già accennato che Bostrom & Sandberg, due filosofi che rifiutano qualsiasi di­vieto o forte presunzione contro la modificazio­ne genetica intenzionale, prendono, comunque, seriamente l’analogia con il maestro ingegnere e presumono che essa fornisca una solida base per la cautela circa l’uso della modificazione ge­netica intenzionale. A loro credito, piuttosto che accontentarsi con il luogo comune che procla­ma che dobbiamo “andare piano” e “procedere con cautela” nell’uso delle modificazioni gene­tiche intenzionali, questi filosofi continuano ad offrire un’euristica ammonitoria, basata su una loro valutazione della teoria dell’evo­luzione. La difficoltà è che il loro punto di vista sull’evoluzione e, quindi, la loro euristica caute­lare, è colorata con una comprensione sempre più screditata dell’evoluzione, cioè “il forte adattazionismo”, una visione che presuppone la tendenza inesorabile della selezione natura­le a superare i vincoli di sviluppo che altrimenti conducono a una “sub-ottimizzazione adatta­tiva.”[44] Ma anche se questa fosse una corretta visione dell’evoluzione, l’approccio di Bostrom & Sandberg all’euristica cautelare sarebbe ancora difettoso perché si concentra sull’adattamento, piuttosto che sul rischio che la modificazione ge­netica intenzionale possa interrompere ciò che potrebbe essere chiamato “interdipendenze cau­sali benigne” e, così facendo, produrre cattive conseguenze.

Bostrom e Sandberg[45] sono a favore di un’euri­stica di intervento che essi chiamano la “sfida di un ottimo evolutivo” (EOC = Evolutiona­ry Optimality Challenge). La sfida di un ottimo evolutivo pone l’onore della prova sul fatto che i sostenitori della modificazione genetica inten­zionale soddisfino un test “adattazionista”: “Se l’intervento proposto si traducesse in un miglio­ramento, perché non ci siamo già evoluti in que­sto modo?” Loro propongono questo criterio di ottimizzazione perché considerano che vi sia una certa verità riflessa nell’analogia con il maestro ingegnere.

La “sfida di un’ottimizzazione evolutiva” può es­sere basata su una o entrambe delle seguenti rivendicazioni: (1) se X è un adattamento, allora X tenderà ad essere ottimale dal punto di vista evolutivo e/o morale, (2) se X è un adattamen­to, manipolando le sue basi genetiche tenderà a produrre conseguenze fenotipiche negative. Bostrom e Sandberg continuano ad assumere che la selezione naturale sia l’unica causa impor­tante dei caratteri biologici, i quali, poiché sono adattativi, debbono essere considerati funzio­nalmente e moralmente ottimali. Come è stato argomentato nella parte II, questo non è il caso e, quindi, la rivendicazione (1) è chiaramente falsa. La rivendicazione (2) non ha pretese circa un’ottimizzazione. È semplicemente l’afferma­zione ragionevole che la cautela sia necessaria nel modificare parti del genoma che codificano gli elementi adattativi del fenotipo. Le intera­zioni non lineari tra i geni e le reti genetiche certamente sconsigliano una manipolazione ca­suale di sequenze codificanti per funzioni alta­mente integrate. Non vi è nulla di sbagliato nel richiedere cautela circa la modificazione genetica intenzionale nel contesto dei caratteri adattativi, il problema, però, con l’euristica di Bostrom & Sandberg, è che essa si concentra sul set sba­gliato di fatti. Come risultato, essa può portare fuori strada la modificazione genetica intenzio­nale, suggerendo norme per la modificazione di porzioni non adattative del genoma.

Non c’è dubbio che anche piccole ‘perturbazioni’ genetiche, soprattutto nelle prime fasi dell’onto­genesi, possono generare ‘danni’ nelle funzioni biologiche, ma questo è vero sia che l’obiettivo dell’intervento sia un adattamento o meno. Quin­di, si deve essere in guardia, ugualmente, riguar­do l’alterazione di segmenti del genoma anche se essi sono segmenti neutri o non-adattativi, che a causa dell’epistasi (l’interazione tra loci genetici in relazione al loro effetto sul fenotipo) può ave­re conseguenze genetiche analoghe o ancora più gravi. Ciò che conta ai fini della valutazione delle potenziali conseguenze negative della modificazione genetica intenzionale non è se l’obiettivo dell’intervento è la causa di fon­do di un adattamento, ma in che modo i geni bersaglio sono causalmente collegati con al­tri geni e prodotti genetici nello sviluppo on­togenetico dell’organismo. In altre parole, la miglior ipotesi per valutare i possibili effet­ti della modificazione genetica intenzionale dovrebbe sempre basarsi su una valutazione delle attuali capacità causali e non su even­ti del lontano passato. L’adattazionismo orto­dosso, che aderisce ad una concezione puramen­te eziologica della funzione getta poca luce sulla questione.

Per capire perché questo è così, si consideri che nella biologia contemporanea vi sono due approcci concettuali alla funzione. Il più po­polare è quello “eziologico” o la versione della funzione biologica cosiddetta di “effetti selezio­nati”, che definisce la funzione di un caratte­re in relazione alla sua storia selettiva par­ticolare.[46] L’approccio della spiegazione del “ruolo causale” della funzione, d’altra parte, è interessato non alla genealogia del caratte­re ma piuttosto alle sue “attuali proprietà causali”.[47] Il punto cruciale (in questo approc­cio) è che nel contesto della modificazione ge­netica intenzionale, le “attuali proprietà causali” del target separano (cioè, rendono statistica­mente irrilevante) l’eziologia adattativa rispet­to alla probabilità delle conseguenze negative indesiderate dell’intervento. Questo non vuole dire che l’eziologia adattativa non possa fornire alcuni indizi di base circa i rischi connessi con l’intervento, ma una comprensione sufficiente delle attuali capacità causali (o la struttura di co-varianza tra geni e caratteri fenotipici) rende discutibile l’informazione circa la genealo­gia. Se uno vuole sapere che cosa sta facendo oggi un ex compagno di classe, lo chiamerebbe o chiederebbe di lui ad un amico comune, non andrebbe a scavare delle lettere nella posta del passato in uno sforzo di ricostruire il tempo tra­scorso, solo per farsi un’ipotesi di quello che lui stia a fare oggi. Eppure questo è esattamente ciò che la “sfida di un ottimo evolutivo” vuole che venga fatto.

A questo punto, Bostrom & Sandberg potrebbero sostenere che data la nostra attuale limitazione epistemica, sia per quanto riguarda la natura in generale che relativa ai dettagli delle complesse reti genetiche, dovremmo concentrarci invece sugli ‘effetti selezionati’ che sono più facili da determinare rispetto alle attuali capacità causa­li. Fosse questo, vero, ciò fornirebbe almeno una qualche base per la loro euristica adattazionista. Ma non è il caso che le funzioni degli effetti sele­zionati siano più facili da accertare che le funzio­ni di ‘ruolo causale’, infatti, l’inverso è probabil­mente vero.[48] “Storie” della storia naturale di un carattere possono essere più facili da preparare velocemente che l’elaborazione di ipotesi relati­ve alle dinamiche causali prossime, ma questo non rende più probabile che tali storie siano ac­curate e possano aver successo nel contribuire ad evitare le conseguenze negative di un inter­vento. Al contrario, simulazioni matematiche sono state utilizzate per disporre di un modello delle reti a sviluppo non lineare, consentendo previsioni specifiche riguardanti gli effetti delle mutazioni, delle modificazioni e perturbazioni in fattori non genetici sulla ontogenesi di caratteri complessi.[49]

In sintesi, la “sfida di un ottimo evolutivo” è pro­blematica in quanto si basa su informazioni indi­rette e potenzialmente fuorvianti circa le proba­bili conseguenze dell’intervento genetico, mentre sottovaluta il danno evoluzionistico che potrebbe emergere dal modificare porzioni del genoma, sia-no esse porzioni mal-adattative o non adattative.

Un ultimo ma ovvio punto: se è vero che la vasta maggioranza delle mutazioni ‘naturali’[50] sono sia mal-adattive che neutrali, il punto stesso della modificazione genetica intenzionale è che que­sta non imita i processi mutazionali stocastici delle modifiche genetiche non-intenzionale. Il suo scopo, piuttosto, è quello di produrre mira­te variazioni non casuale al servizio di qualche obiettivo identificabile. Così, il fatto che una variazione genetica non assistita sia solo raramente benefica, piuttosto che sminuire, sostiene, infatti, il valore della modificazione ge­netica intenzionale.

A Bostrom & Sandberg viene conferita ragione nell’esplorare l’idea di un’euristica di avverti­mento che segua una via di mezzo tra un divieto generale sulla modificazione genetica intenzio­nale e la vaghezza di un monito di ‘andare pia­no’. Hanno anche ragione nella loro ipotesi che le necessarie euristiche debbano essere basate sulla biologia evolutiva. Dove loro sono criti­cati dagli evoluzionisti contemporanei è nel pre­supposto che la domanda chiave da porsi sia se un carattere mirato per una modificazione ge­netica intenzionale è un adattamento. Non tutti i caratteri sono adattativi, non tutte le modifi­che degli adattamenti avranno conseguenze ne­gative, e non tutte le modificazioni di caratteri non adattativi saranno benigne nei loro effetti. In ogni caso, ciò che conta non è l’eziologia adattativa ma la relazione causale tra il ca­rattere e/o il gene mirato (target) e altri fattori ontogenetici tra cui quelle caratte­ristiche dell’organismo che noi stimiamo e vogliamo preservare.

■■ L’EURISTICA CAUTELARE BASATA SULLE RELAZIONI ONTOGENETICHE CAUSALI

Il proposito di quest’esposizione non è svilup­pare una spiegazione approfondita delle impli­cazioni di una solida comprensione della teoria evoluzionista contemporanea riguardo la modifi­cazione genetica intenzionale negli umani. Ma si è cercato di esporre alcune delle idee evoluzioni­ste [ad esempio che tutti i caratteri siano adat­tativi] che hanno distorto il dibattito sulla modifi­cazione genetica. Tuttavia, prima di concludere, si vuole offrire un elenco, certamente incom­pleto, riguardo un’euristica di avvertimenti, concentrando l’attenzione non sull’adatta­mento, ma sui rapporti ontogenetici causa­li, seguendo la proposta di Powell e Buchanan.[51] Queste regole pratiche non sono offerte come condizioni necessarie e sufficienti per la liceità della modificazione genetica non intenzionale. Esse sono, invece, un tentativo di tradurre la corretta, ma vaga, ammonizione di andare piano in qualcosa di più in grado di fornire una guida concreta per determinare se perseguire una mo­dificazione genetica proposta con l’intenzione di aumentare il benessere umano. Esse sono intese come contributo a ridurre il rischio di quello che potrebbe essere chiamato “danno biologico”, ma non affrontano la possibilità che la modificazio­ne genetica intenzionale possa produrre conse­guenze sociali e morali negative. Esse non sono offerte come qualcosa che si avvicini ad una gui­da completa per il processo decisionale nel con­testo della modificazione genetica intenzionale. Si ritiene, tuttavia, che nel loro insieme, esse riflettano una corretta preoccupazione per il rischio di conseguenze biologiche indesiderate riconducibili alla modificazione genetica di orga­nismi complessi, evitando le idee [ad esempio che l’organismo umano sia un prodotto finito e disegnato a priori] che l’analogia con il maestro ingegnere incoraggia. Più un intervento di mo­dificazione genetica soddisfa pienamente que­ste condizioni, più fiduciosi si può essere che il rischio di conseguenze biologiche negative non intenzionali è preso sul serio. Quanto sia grave il mancato rispetto di una o più di queste condi­zioni o regole pratiche (euristica) dipenderà da una serie di fattori tra cui, ovviamente, quanto “valgono”, socialmente, gli effetti previsti della modifica genetica intenzionale e quanto, proba­bilmente, l’intervento li produrrà.

1. L’intervento dovrebbe essere rivolto a geni di poca profondità ontogenetica, geni che si trovano “a valle” nella fase di sviluppo. Tali interventi hanno meno probabilità di provo­care conseguenze negative a cascata per il fenotipo.

2. L’intervento, in caso di successo, non dovreb­be produrre un miglioramento che supera il li­mite superiore della corrente di distribuzione normale del carattere in questione. L’idea qui è che se ci sono individui ben funzionanti, che già possiedono il carattere la cui frequenza si sta cercando di aumentare, è a garanzia che la modifica non disturberebbe le interdipendenze causali benigne.

3. Gli effetti dell’intervento sono contenibili ad un particolare organismo. In altre parole, se si rivelassero conseguenze negative, il danno sarebbe limitato alla persona /le persone in cui avviene l’intervento.

4. L’intervento è contenibile all’interno dell’orga­nismo, cioè si tratta di modifiche in un sistema altamente modulare o in sottosistemi dell’orga­nismo. Una tale modificazione ha meno proba­bilità di produrre effetti indesiderati di ricaduta in altri sistemi o sottosistemi.

5. Gli effetti dell’intervento sono reversibili. Se questa condizione è soddisfatta, allora sarà possibile evitare danni in corso.

6. L’intervento non comporta grandi cambiamenti morfologici. L’intuizione è che robuste modifi­cazioni morfologiche hanno più probabilità di avere cattive conseguenze indesiderate sullo sviluppo del fenotipo.

7. Se l’obiettivo dell’intervento è quello di elimi­nare un carattere indesiderabile, quindi, le fun­zioni del carattere con ruoli causali e il suo su­balterno substrato genetico devono essere ben compresi. Questa euristica significa riconosce­re che anche i caratteri “cattivi” possono avere alcune conseguenze benigne, e che il prezzo di eliminare un cattivo carattere può essere proi­bitivo, a seconda delle sue connessioni causali con altri geni e come a sua volta influenzano il fenotipo.

Ognuna di queste regole pratiche (euristiche) è pensata per ridurre il rischio di conseguenze inde­siderate negative nel modo giusto, cioè, puntando su relazioni causali nello sviluppo, piuttosto che sulla eziologia adattiva del carattere a cui l’inter­vento è rivolto.

■■ CONCLUSIONE

Basandosi sull’idea che gli esseri umani sono prodotti di ‘eoni di evoluzione esigente’ delica­tamente bilanciata, i critici più severi della mo­dificazione genetica intenzionale considerano che l’organismo umano è in qualche modo completo e ottimale, nel senso che gli sforzi per migliorarlo sarebbero destinati quasi sicuramente a renderlo meno ottimale. Questo punto di vista è guida­to dall’idea che la selezione naturale attui come un ingegnere maestro e che gli organismi siano simili a castelli di carta in precario equilibrio. L’e­sposizione mostra che entrambe queste analogie sono molto più oscuranti di quando riescano a dare luce sulla questione. Inoltre, del tutto as­sente da questo quadro è l’ambiente continua­mente mutevole in cui i lignaggi non solamente lottano per sopravvivere e riprodursi ma nel qua­le, anche, attivamente si plasmano e si confor­mano attraverso le loro attività. Come i biologi hanno da tempo riconosciuto, “gli adattamenti non sono alle nicchie ecologiche ciò che le chia­vi sono alle serrature.”[52] Piuttosto, “gli organismi si impegnano in un rapporto di reciprocità e di co-definizione con il loro ambiente selettivo.”[53] Osservando gli organismi, sembra lecito conclu­dere che gli umani siano costruttori di nicchie per eccellenza. Loro hanno trasformato la faccia del pianeta per migliaia di anni, anche se le rivoluzio­ni tecnologiche del XX secolo hanno segnato l’al­terazione antropogenica degli ecosistemi globali a scala, frequenza e intensità che rimpicciolisco­no tutta la storia dell’impatto umano considerato insieme.[54] Dato il ritmo furioso della costruzione recente di nicchie culturali, non è sorprendente che la nostra biologia non abbia avuto possibi­lità di ricuperare (considerando anche una certa obsolescenza umana). La modificazione geneti­ca intenzionale può contribuire a regolare i nuovi problemi della progettazione delle popolazio­ni che le società stanno progressivamente e ra­pidamente creando.

La teoria evoluzionista aiuta ad apprezzare le complessità funzionali di organismi complessi e, di conseguenza, la gravità del rischio della mo­dificazione genetica intenzionale, se intrapresa senza una sufficiente conoscenza di questi vin­coli strutturali. Un tale intervento in tali condizio­ni potrebbe comportare l’interruzione involonta­ria di importanti processi ontogenetici. Il punto giusto per cominciare a prendere decisioni circa l’utilizzo o l’astensione riguardo la modificazio­ne genetica intenzionale è una corretta valuta­zione dei limiti della modificazione genetica non intenzionale e il riconoscimento dei limiti delle nostre conoscenze attuali relative alla strut­tura dello sviluppo o dell’ontogenesi molecolare. Ridurre l’evoluzionismo alla sola selezione naturale adattativa per giustificare un’op­posizione alla modificazione genetica inten­zionale finirebbe per nuocere gli interessi dell’umanità.

La possibilità di inserire geni “sani” nel patrimo­nio genetico di un organismo al fine di migliorare una produzione agricola o per la produzione di farmaci, anche se ci rende di opinioni con­trastanti, non ha un impatto come quando tale processi interessano il genoma umano. Dal pro­getto genoma in poi, la tecnologia ha raggiunto risultati tali da far prevedere la possibile cura di varie malattie e ventila la possibilità di arrivare a modificare cromosomi e geni nelle stesse cel­lule germinali o giovani embrioni, in modo che le generazioni future di quell’individuo possano ereditarne la funzione. Non possiamo esularci da questa prospettiva, tenendo presente l’intreccio tra scienza, business e società. Le problematiche da affrontare riguardo il miglioramento umano, in termini genetici, sono questioni sociali che ol­trepassano l’implementazione scientifica.


[1] Vargas, R.O. e D’Alterio, E. Alla ricerca di una definizione operazionale di vita – La molecola a tempo in-determinato. BIO Educational Papers. Anno 1, Numero 1, Marzo 2012

[2] Tang, Y. P., E. Shimizi, G. R. Dube, C. Rampon, G. A. Kerchner, M. Zhuo, G. Liu, and J. Z. Tsien, Genetic enhancement of learning and memory in mice. Nature 401: 63-6. 1999

Yang, J., T. Ratovitski, J.P. Brady, M.B. Solomon, K.D. Wells and R.J. Wall. Expression of myostatin pro domain results in muscular

transgenic mice. Molecular Repro­duction and Development 60: 351-61. 2001

[3] Kass, L. The wisdom of repugnance. In “New Republic” 216: 17-26. 1997

[4] Sandel, M. The case against perfection: Ethics in the age of genetic engineering. Cambridge, MA, Harvard University Press. 2007

[5] Nel contesto di questa riflessione si intenderà per euristica un insieme di regole pratiche.

[6] L’ontogenesi – Insieme dei processi mediante i quali si compie lo sviluppo biologico di un organismo vivente (dall’embrione allo stadio adulto): dipende sia dal genoma (che caratterizza l’organismo) sia dall’ambiente nel quale il processo si svolge.

[7] Buchanan, A., Dan W. Brock, Norman Daniels, & Daniel Wikler. “From Change to Choice: Genetics & Justice”. Cambridge University Press, 2000.

A. Buchanan, A. “Conflict of Interest in Clinical Practice and Research”. Oxford University Press, 1995.

Powell, R., “The Metaphysics and Ethics of Extinction,” in the Handbook on Ethics and Animals, T.L. Beauchamp and R.J. Frey (eds.), Oxford

Powell, R., “Is Convergence More than an Analogy? Homoplasy and its Implications for Macroevolutionary Predictability,” Biology and Philosophy, vol. 22, pp. 565-578. 2007

[8] Per un’analisi critica del richiamo alla natura e il naturale si veda Vargas & D’Alterio, “Il naturale e l’artificiale nei nostri concetti in tema di salute e malattia”, in BIO Educational Papers Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità Retroscena. Anno I, Numero 2, Giugno 2012

[9] Per approfondimento circa il concetto del naturale nel contesto del dibattito circa la modificazione genetica si veda: Buchanan, A. Human nature and enhancement. Bioethics 23: 141-50. 2009

[10] Per un approfondimento della questione dell’informazione nel genoma si veda: Shea, N. Representation in the genome and in other inheritance systems. Biology and Philosophy 22:313-31. 2007

[11] Bostrom, N., and A. Sandberg. The wisdom of nature: An evolutionary heuristic for human enhancement. In Human enhancement (pp. 375-416), ed. J. Savulescu and N. Bostrom. Oxford University Press, Oxford, 2009

[12] Dennett, D. C.. Darwin’s dangerous idea: Evolution and the meanings of life. Simon and Schuster, New York, 1996

[13] Per un approfondimento del concetto di vincolo nella teoria evoluzionista si veda: Amundson, R. & G. Lauder. Function without purpose: The uses of causal role function in evolutionary biology. Biology and Philosophy 9: 443-69. 1994

[14] Cioè di progettazione per i sostenitori della saggezza della natura e dell’analogia di essa con un ingegnere maestro.

[15] Powell, R. & A. Buchanan. Breaking Evolution’s Chains: The Prospect of Deliberate Genetic Modification in Humans. Journal of Medicine and Philosophy Volume 36, Issue 1, pp. 6-27. 2011

[16] Dawkins, R., A devil’s chaplain: Reflections on hope, lies, science, and love. Houghton Mifflin Hartcourt, New York, 2003

[17] Powell, R. & A. Buchanan, op.cit. p. 10. 2011

[18] Weinstein, I. B. Addiction to oncogenes – The Achilles heel of cancer. Science 297: 63-4. 2002

[19] Brandon, R. N., The principle of drift: Biology’s first law. Journal of Philosophy CIII: 319-35. 2006

[20] In genetica delle popolazioni, per deriva genetica si intende la componente dell’evoluzione di una specie dovuta a fattori casuali, e che può essere quindi studiata con metodi statistici. Per definizione la deriva genetica non ha direzione preferita.

[21] In biologia per carattere si intende una qualsiasi caratteristica di un organismo; questo attributo è determinato dall’informazione genetica contenuta in uno o più geni nello stesso organismo. Non va confuso con il fenotipo che non indica il carattere ma piuttosto lo stato in cui questo si trova. Ad esempio: un particolare gene è responsabile nel determinare il carattere colore
degli occhi in Drosophila Melanogaster; il fenotipo è, invece, il tipo di colore che si manifesta (rosso, bianco…); quale sarà il fenotipo manifestato dipende dalla forma allelica in cui si trova il gene per il dato carattere. Un carattere è il prodotto finale di una serie di processi molecolari e biochimici. Il primo passo è la codifica dei corrispettivi geni, presenti sui cromosomi in determinate posizioni dette loci; la codifica avviene tramite il processo di trascrizione ovvero di copia del DNA in RNA e, nella maggior parte dei casi, nella traduzione in proteine. Le proteine a loro volta subiscono un processo di maturazione passando all’interno di organuli quali il reticolo endoplasmatico e l’apparato di Golgi; la singola proteina o l’interazione di più proteine portano infine al carattere e in particolare alla sua manifestazione fenotipica. Questo flusso di informazioni genetiche prende il nome di dogma centrale della biologia molecolare. (Wikipedia).

[22] Il parametro comunemente utilizzato per misurare la selezione naturale è la FITNESS, essa è una misura dell’efficienza riproduttiva

di un dato genotipo per un dato ambiente e in un dato momento.

[23] Brandon, R. N., and M. D. Rausher. Testing adaptationism: A comment on Orzack and Sober. The American Naturalist 148: 189-201.

1996

[24] Il concetto di exaptation è stato introdotto dai paleontologi Stephen J. Gould ed Elisabeth S. Vrba nel 1982, ma ha una storia che risale alla risposta data da Darwin nel 1872 alle obiezioni dello zoologo George Mivart circa la presunta incapacità della selezione naturale di render conto degli stadi incipienti di strutture naturali particolarmente complesse. Con il neologismo pre-adaptation Darwin introdusse la possibilità che in natura il rapporto fra organi e funzioni fosse potenzialmente ri­dondante, in modo da permettere che un carattere sviluppatosi per una certa ragione adattativa potesse essere «cooptato» o convertito per una funzione anche del tutto indipendente dalla precedente. Questa cooptazione funzionale, che integra e non sostituisce l’azione di implementazione graduale della selezione naturale, fu rinominata da Gould e Vrba exaptation, per indicare come gli organismi spesso riadattino in modo opportunista, come bricoleur, strutture già a disposizione per funzioni inedite. Il concetto di exaptation è quindi un caso di studio evoluzionistico particolarmente interessante, perché evoca il rapporto fra strutture e funzioni, fra ottimizzazione e imperfezione in natura, mettendo in discussione la visione «adattazionista» a lungo prevalente nel Novecento. Esso è inoltre il miglior antidoto contro gran parte delle argomentazioni neocreazioniste relative alla presenza in natura di un supposto “progetto intelligente”. Nota presa da: Gould Stephen J. & Vrba, Elisabeth. EXAPTATION. IL BRICOLAGE DELL’EVOLUZIONE. Bollati Boringhieri Editore, 2008

[25] Buchanan, A. Enhancement and human nature. Bioethics 23: 141-50. 2009

[26] Per approfondire il dibattito circa l’ottimalità evoluzionista si veda:

Orzack, S. H., and E. Sober. How (not) to test an optimality model. Trends in Ecology and Evolution 9: 265-7. 1994 Brandon, R. N., and M. D. Rausher. Testing adaptationism: A comment on Orzack and Sober. The American Naturalist 148: 189-201. 1996

[27] Sansom, R. Constraining the adaptationism debate. Biology and Philosophy 18: 493-512. 2003

[28] La selezione naturale richiede cambiamenti incrementali, capaci di modificare un carattere senza modificare gli altri.

[29] Sul potenziale del miglioramento genetico per ampliare la gamma di ciò che è umanamente possibile si veda: Buchanan, A. op. cit.

[30] Il fitness landscape è uno degli strumenti utilizzati anche dai sostenitori della teoria della complessità quale strumento di analisi per comprendere, attraverso un algoritmo co-evolutivo, l’evoluzione dei sistemi complessi adattivi.

[31] Van Valen, L. A new evolutionary law. Evolutionary Theory 1: 1-30. 1973

[32] Sono considerate vestigia quegli elementi di un organismo che persistono ma che hanno perso del tutto la funzionalità che invece avevano in un antenato o nell’em­brione. Un esempio classico è l’appendice, residuo intestinale erbivoro.

[33] Galvini, A. P., and M. Slatkin. Evaluating plague and smallpox as historical selective pressures for the CCR5-Delta 32 HIV resistance allele. Proceeding of the National Accademy of Sciences of the Unites States of America 100: 15276-9

[34] Il trasferimento di geni orizzontale o trasferimento genico orizzontale, anche conosciuto come trasferimento di geni laterale, è un processo nel quale un organismo trasferisce materiale genetico ad un’altra cellula non discendente. Il suo contrario è il trasferimento verticale, vale a dire il fenomeno della riproduzione, col quale un organismo riceve il materiale genetico dei suoi antenati dai suoi genitori. La maggior parte degli studi sopra la genetica si sono incentrati in prevalenza sul trasferimento verticale, ma attualmente c’è la sensazione che il trasferimento orizzontale sia un fenomeno significativo. Il trasferimento artificiale di geni orizzon­tali è una forma di ingegneria genetica. L’ambito del trasferimento di geni orizzontali è essenzialmente tutta la biosfera, dove i batteri e i virus agiscono sia come intermediari del traffico di geni che come magazzini per la moltiplicazione e ricombinazione di geni (il processo di creazione di nuove combinazioni di materiale genetico). Fonte: WIKIPEDIA

[35] In genetica, fenomeno, detto anche associazione o linkage, per cui alcuni geni non si trasmettono dai genitori ai figli indipendentemente tra di loro, come previsto dalla terza legge di Mendel, ma congiuntamente. I geni associati sono localizzati sullo stesso cromosoma e formano dei gruppi di associazione, in numero corri­spondente a quello delle coppie cromosomiche della specie. Raramente la concatenazione tra due o più geni è totale, in quanto i geni associati possono variare e cioè ricombinarsi in combinazioni diverse da quelle dei genitori a causa dei fenomeni di scambio. La frequenza con cui avvengono queste ricombinazioni fornisce una misura del grado o dell’intensità di associazione tra due geni. Il grado di associazione di due geni dipende dalla loro distanza sul cromosoma nel senso che geni situati in loci vicini verranno trasmessi di generazione in generazione congiuntamente, mentre geni situati in loci distanti saranno più facilmente soggetti a scambio e quindi segregheranno quasi come geni indipendenti. Fonte: sapere.it

[36] Infatti, poiché è il cromosoma (e non il gene) l’unità che si trasmette durante la meiosi, i geni associati non sono liberi di distribuirsi in modo indipendente gli uni dagli altri e si dice che mostrano associazione (linkage) negli incroci genetici. (Wikipedia)

[37] Per ricombinazione genetica si intende ogni processo attraverso il quale, a partire da un genotipo, si ottengono nuove combinazioni di alleli rispetto a quelle iniziali. La ricombinazione agisce quindi sul materiale genetico, che nella maggior parte dei casi è costituito da DNA; l’unica eccezione riguarda la ricombinazione genetica degli RNA-virus, che opera sull’RNA. La ricombinazione, assieme alle mutazioni genetiche, è alla base della variabilità genetica degli organismi. Fonte: Wikipedia

[38] Fenomeno genetico caratterizzato dalla possibilità di un singolo gene mutante di produrre diverse manifestazioni fenotipiche e di provocare, in certi casi, il quadro di una determinata sindrome clinica. (Wikipedia)

[39] L’epistasi è una forma di interazione fra geni, il fenomeno si verifica quando un gene interferisce con l’espressione fenotipica di un altro gene. Le caratteristiche dell’individuo saranno pertanto date dalla risultante di questa interazione. Il gene che maschera l’espressione di un altro gene viene definito epistatico, il gene la cui espressione viene mascherata da un gene non allelico viene definito ipostatico. (Wikipedia)

[40] Powell, R. & A. Buchanan, pp. 14-15. 2011

[41] Per approfondimenti sul ruolo della modularità nell’embriogenesi, si veda Klingenberg, C. P. Morphological integration and development of modularity. Annual Review of Ecological Evolutionary Systems 39: 115-32. 2008

[42] La ridondanza nella funzione del gene dovuta alla duplicazione genica è un meccanismo comune di “memorizzazione” con il quale la canalizzazione genica è raggiunta. Per approfondimenti sulla canalizzazione e i fenomeni relativi, si veda Gibson, G., and G. Wagner. Canalization in evolutionary genetics: A stabilizing theory? Bioessays 22: 372-80. 2000

[43] Il foco qui è stato sui rischi potenziali della modificazione genetica intenzionale per ontogenesi, per una esplorazione delle implicazioni evolutive di miglioramento genetico, vedere Powell, R. The evolutionary biological implications of human genetic engineering. Journal of Medicine and Philosophy. Pubblicato online il 25 febbraio, 2010, doi: 10.1093/jmp/jhq004

[44] Amundson, R. Two concepts of constraint: Adaptationism and the challenge from developmental biology. Philosophy of Sciences 61: 556-78. 1994

[45]  Bostrom, N., and A. Sandberg. The wisdom of nature: An evolutionary heuristic for human enhancement. In Human enhancement (pp. 375-416), ed. J. Savulescu and N. Bostrom. Oxford University Press, Oxford, 2009

[46] Neander, K. Functions as selected effects: The conceptual analyst’s defense. Philosophy of Science 58: 168-84

[47] Amundson, R. & G. Lauder. Function without purpose: The uses of causal role function in evolutionary biology. Biology and Philosophy 9: 443-69. 1994

[48] Amundson & Lauder, op. cit.

[49] Nijhout, H. F. The control of growth. Development 130: 5863-7. 2003

[50] Fay, J.C.. G. Wyckoff and C.I. Wu, Positive and negative selection on the human genome. Genetics 158-1227-34. 2001

[51] Powell, R. & A. Buchanan, pp. 23-24. 2011

[52] Lewontin, R. C. Organism and environment. In Learning, development, culture. Pp. 151-170, ed. H. Plotkin, New York, 1982

[53] Odling-Smee, J. J., K. N. Laland and M. W. Feldman. Niche Construction: The Neglected Process in Evolution. Princeton University Press, Princeton, NJ, 2003

[54] McNeil, J. Something new under the sun: An environmental history of the twentieth-century world. W. W. Norton & Co. New York, 2001

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