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Conceptual Papers

La tecnologia nell’evoluzione umana – INTERNET E IL RITORNO ALLA “TRIBÙ” PLANETARIA

La tecnologia nell’evoluzione umana

INTERNET E IL RITORNO ALLA TRIBÙPLANETARIA

Rinaldo Octavio Vargas, sociologo & Eugenia D’Alterio, biologa

Abituati a concepirci creati ad immagine e somiglianza di come oggi “siamo”, ci sfugge che le nostre stesse produzioni ci plasmino e ci modellino. Questa abitudine di pensarci creati ci rende tutto quanto ci circonda naturale e ovvio, in realtà, nella maggior parte, sono “artefatti” culturali di ogni società, cioè sono costruzioni sociali.

Una tale prospettiva essenzialista ci rende poco flessibili per realizzare che la costruzione sociale della realtà riguarda anche la “costruzione” di noi stessi. Infatti, addestrati, a considerare la tecnologia come un “mezzo”, ci sorprendiamo a riconoscerla come soggetto e noi come un suo predicato o protesi. Ma tecnologia e umanità sono così in simbiosi che distinguere l’una dall’altro e come esercitarci nel paradosso che da secoli impegna filosofi e scienziati: “è nato prima l’uovo e la gallina?”.

Una modalità di realizzare che la nostra esperienza del mondo è modellata dalla nostra stessa tecnologia può essere quella di riflettere su come la tecnologia stessa incida nei nostri pattern cognitivi. Infatti, la nostra interazione con Internet, ad esempio, ha modificato le nostre visuali. Livellando l’informazione, per cui tutto assume le stesse caratteristiche, la scala dei valori nei nostri pattern percettivi ha perso consistenza con il web. Con l’appiattimento e uniformazione dell’informazione e la casualità della dimensione inerente alla riproduzione, la scala di valori viene erosa. Inoltre, Internet, consentendoci l’accesso ad un proliferare di realtà virtuali fa sì che l’esperienza venga sostituita con la copia. Di fatto, Internet ci consente l’esperienza di vivere in un ambiente senza originali o dove l’originale non è distinguibile dal simulacro. Incorporandoci alla sua visione, la tecnologia Internet col suo accesso facile ad immagini crea un’illusione di conoscenza ed esperienza. Così, Internet espande la rete di riproduzioni che sostituisce il modo in cui noi “conosciamo” qualcosa. Il Web sostituisce l’esperienza con il facsimile, la nostra visione ed esperienza del mondo.

La questione di come la tecnologia ci costruisca a sua volta, si può considerare dal punto di vista della psicologia. Infatti, da questa prospettiva Gerd Gigerenzer[1] segnala che si potrebbe argomentare che la tecnologia di Internet ci consente di dare in outsourcing le nostre abilità cognitive. Infatti, Internet cambia le nostre funzioni cognitive. Invece di cercare informazione nella nostra memoria (dentro di noi), l’informazione, oggi, la cerchiamo nella rete (fuori di noi). Tuttavia, ciò che ci interessa segnalare è che Internet non è la prima tecnologia a renderci questo.

Si consideri la tecnologia che ha cambiato le prospettive di vita della specie umana più di ogni altra cosa (dopo il linguaggio): la scrittura e, successivamente, la stampa. La scrittura rese possibile ciò che era difficile in una tradizione orale: confrontare testi. La scrittura rese possibile anche l’esattezza, come in un ordine superiore l’aritmetica. Infatti, senza alcuna forma scritta, queste abilità mentali trovano velocemente i loro limiti. La scrittura, tuttavia, rese la memoria a lungo termine meno importante di ciò che una volta era stata e le scuole rapidamente sostituirono l’arte della memorizzazione con la formazione in lettura e scrittura.

La maggior parte di noi difficilmente memorizza passi di opere o lunghe poesie, come invece succedeva nella tradizione orale. Malgrado qualche fugace insistenza scolastica o vocazione personale, la mente media moderna è scarsamente addestrata a memorizzare, dimentica piuttosto velocemente, e cerca informazioni veloce in fonti esterne, come libri e Internet in primis. Internet ha amplificato questa tendenza a spostare la “conoscenza” dall’interno all’esterno e ci insegna nuove strategie per ricercare ciò che ci interessa, utilizzando motori di ricerca.

Questo non vuole dire che prima della scrittura, la stampa e Internet, le nostre menti non avessero l’abilità di reperire informazioni da fonti esterne, queste fonti, però, erano altri umani e le abilità erano sociali, come l’arte della persuasione e della conversazione. Per reperire informazione sul web le abilità sociali sono meno necessarie.

In relazione con una tecnologia come Internet, che è essenzialmente un gigantesco magazzino di informazione, noi ci troviamo in un processo di outsourcing e di recupero di informazione mente – computer – social network, proprio come molti di noi abbiamo già “esternalizzato” con le operazioni di aritmetica fatte eseguire dalla calcolatrice tascabile. Se alcune abilità umane, come quella di immagazzinare larghe quantità di informazione in una memoria a lungo termine, vengono perse o affievolite bisogna riconoscere che questa tecnologia ci sta insegnando nuove abilità per accedere a larga informazione.

Ciò che a questo punto di questa disquisizione ci interessa segnalare è che mentalità e tecnologia costituiscono un sistema esteso. Internet costituisce una memoria collettiva alla quale le nostre menti si adattano fino a quando una nuova tecnologia, eventualmente, la sostituisca. A quel punto, ci ritroveremo dando in outsourcing (esternalizzando) altre abilità cognitive, forse imparandone anche alcune di nuove.

Assumiamo ora il punto di vista dell’archeologia per esaminare la questione di come la tecnologia plasmi noi stessi che la realizziamo. Secondo Timothy Taylor,[2] guardando dalla preistoria, la tecnologia Internet ha cambiato ciò che pensiamo ma, più rimarcabile ancora, essa ha cambiato l’indirizzo dove la specie umana si dirigeva. Dal punto di vista della preistoria, egli considera che siamo tornati al punto culturale unitario che occupavamo ai tempi delle origini della nostra evoluzione, cioè allo stato di “tribù”, oggi, planetaria.

Con l’inizio della tecnologia, quando il primo strumento di pietra fu scheggiato più di 2 milioni di anni fa, essa segnò un nuovo modo di essere. La comunità ancestrale imparò a fare asce di selce, quegli oggetti artificiali, a loro volta, forgiarono una coscienza riflessiva condivisa che iniziò ad esprimersi in un linguaggio. L’ascia poteva essere fatta e denominata, utilizzata e richiesta. Infatti, lo sviluppo della prima tecnologia mise in essere il primo modello unitario del pensiero umano. Si può anche sostenere che è essenzialmente la tecnologia a presentarci caratteristicamente come umani.

Ciò che è successo dopo viene ricordato di più: la tecnologia accelerò l’adattamento. La cultura umana ancestrale originale si sparse in tutti i continenti e si trasformò in una miriade di culture e in una pluralità di modi di essere o esistere nel mondo. Mentre gruppi isolati inconsciamente si ritrovavano alla deriva in una crescente idiosincrasia, coloro che si trovarono in competizione per le stesse risorse consapevolmente si sforzarono per differenziarsi dai loro vicini. Questa sempre crescente specificità culturale facilitò la disumanizzazione dei nemici che le guerre di successo, guidate da innovazioni tecnologiche, gelosamente custodite, richiedevano.

La “riunificazione” o “tribalizzazionedelle popolazioni umane comincia 5.000 anni fa, circa, con lo sviluppo della scrittura, una tecnologia che consentiva la trascrizione delle differenze. Le guerre non erano finite ma si cominciò a tradurre il pensiero degli altri, inizialmente in un modo molto approssimativo, attraverso i confini delle incomprensioni locali. Oggi, la tecnologia Internet segnala un completamento di questo processo e in questo modo la ricomparsa di un paesaggio culturale umano completamente contagioso, virale. Infatti, oggi noi abbiamo la stessa capacità di essere uniti sotto un linguaggio comune e una tecnologia condivisa, come nel caso delle popolazioni umane ancestrali all’inizio della tecnica e il linguaggio.

In un senso critico, siamo tornati all’inizio, alla presenza di un modello ‘condiviso’ per il pensiero umano. Da adesso in poi vi sono poche scuse per rimanere ignari circa la nostra condivisa condizione umana culturale. Il fatto che sappiamo di essere un’umanità costretta a condividere per la sopravvivenza comporta, però, lavorare verso conversazioni e decisioni etiche circa le nostre diversità tecnologiche, di interesse politico e religioso e di modo di essere. Altrimenti, tornati alla condizione di “tribù”, le leadership tribali, alla ricerca di consensi tra popolazioni pronte a sostenerne le decisioni, sono all’ordine del giorno aprendo strade a un bio-potere sempre più planetario. Così, addestrati come siamo a percepire la nostra evoluzione dalla prospettiva del suo inizio naturalistico ci sfugge, però, la sua dimensione di costruzione sociale, culturale. Interessarci a queste argomentazioni circa la tecnologia nell’evoluzione umana, potrebbe, forse, renderci attenti alle molteplici sfumature e significati del termine stesso.


[1] Direttore del Center for Adaptive Behavior and Cognition al Max Planck Institute for Human Development, Berlin.

[2] Archeologo, professore all’University of Bradford, United Kingdom. Autore di “The Artificial Ape: How Technology Changed the Course of Human Evolution”.

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