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Conceptual Papers

Editoriale Quali vincoli abbiamo con le generazioni future? E le nostre azioni ne determineranno gli interessi?

Editoriale

Quali vincoli abbiamo con le generazioni future? E le nostre azioni ne determineranno gli interessi?

La vita contemporanea è sovraccarica di visioni sul futuro. Mentre Nietzsche ha lamentato il surplus di senso storico e metafisico che schiacciava la vecchia Europa sotto il peso del suo passato, ora stiamo soffrendo perché ossessionati da quello che ci aspetta. Debiti personali e nazionali ricadono su di noi e le generazioni successive. Siamo inondati di previsioni sulla mancanza di lavoro, di catastrofi ambientali imminenti e di crisi politiche globali che potrebbero portare a eventi violenti. Così, annunci di apocalissi varie piovono da tutte le parti, e il tempo in divenire ci appare sempre più sospetto.

In mezzo a questo trambusto, una nuova futurologia è in corso di realizzazione, che deriva da una crescente fiducia nella nostra capacità di previsione circa che cosa ci aspetta. Così le decisioni su questioni come la tutela dell’ambiente o il controllo della riproduzione umana, ad esempio, sono fatte in nome delle generazioni future e, come i ritardatari sulla scena della storia, il cui apice riteniamo di essere noi stessi, siamo fiduciosi che la nostra conoscenza “assoluta” si estenda ben oltre l’orizzonte temporale del presente. Ma come facciamo a determinare i nostri vincoli con gli ancora non nati? Siamo in grado di determinarne gli interessi? Siamo davvero in grado di ascoltare ciò che il futuro ci annuncia? E, ancora, più urgente, perché le nostre richieste, relative al presente, non risultano così pregnanti nell’urgenza del loro, incontestabile, diritto?

Rispondere a queste domande è necessario se riconosciamo che le conseguenze delle azioni di oggi avranno un impatto a lungo termine. Ad esempio, gli effetti di un disastro come Fukushima, certamente, sopravvivranno ai responsabili della catastrofe, come già successo per Chernobyl. Ma, il fatto che le dimensioni della nostra impronta temporale siano enormi significa che siamo anche in grado di disporre per esseri umani che non sono ancora nati? In altre parole, quali sono i motivi epistemici ed etici su cui il nostro rapporto con il futuro può attuarsi?

Insistere su una qualsiasi nozione di futuro nei dibattiti politici e filosofici rischia di trasformarsi in uno strumento ideologico per giustificare le politiche attuali. Ad esempio, i discorsi degli oppositori all’aborto enfatizzano i diritti del futuro nascituro e ciò si traduce in uno strumento di controllo sulla sessualità femminile. La reductio ad absurdum di questo argomento comporta anche, in alcuni casi, il divieto di qualsiasi forma di contraccezione sostenuto da alcuni gruppi conservatori che collocano le possibilità riproduttive al di sopra della volontà personale. Argomenti come questo fanno non solo di noi ma anche delle generazioni in divenire pedine dei giochi del bio-potere presente e futuro.

E così, soffocati sotto il peso eccessivo del flusso di eventi futuri, noi proiettiamo le nostre preoccupazioni su questo spazio temporale non ancora vissuto. Nella pretesa di parlare a nome del futuro, lo rappresentiamo in un duplice senso: auto-eleggendoci come suoi delegati e trasformandolo in un prolungamento delle nostre attuali ansie.

Un’altra dimensione della colonizzazione del futuro è la sua idealizzazione come il tutto e la fine di tutte le nostre azioni. Il futuro è convertito in un feticcio che integra le carenze e riscatta i difetti insiti nel presente. Questo, apparentemente, nuovo fenomeno è in realtà una mutazione della vecchia tendenza metafisica per svilire il mondo a scapito di un ideale ultraterreno: le idee di Platone, il motore immobile o primo motore di Aristotele, il Dio della filosofia teologica medioevale, lo Spirito di Hegel e il resto. Ma il paradigma metafisico che emerge si differenza dai suoi predecessori in quanto il suo destino è legato al divenire storico piuttosto che a principi eterni dell’essere. Questa caratteristica temporale è, però, illusoria, poiché il futuro è continuamente rimandato a tempo indeterminato, dall’istante che viviamo il presente all’attimo dopo già futuro. Ma è la nostra consuetudine a rimandare il futuro sempre oltre il presente, per rimanere immuni da contestazioni o semplicemente per non affrontare responsabilità immediate, prassi tanto illusoria come le chimere della vecchia metafisica.

Poiché nulla di più facile è appropriarsi delle voci di coloro che non possono parlare per se stessi nella polemica lotta per definire il presente, nel quadro della visione del futuro le persone rischiano di essere rappresentate in modo travisato anche da figure di autorità ben intenzionate. Anche gli ambientalisti recitano questo copione attribuendo particolare interesse a ecosistemi “senza voce” e persino alle singole specie. In verità, la strada per il futuro è lastricata di buone intenzioni ma occorre la nostra vigile partecipazione e non un consenso di comodo.

Una sana dose di epicureismo, nel suo senso di qui e ora, potrebbe aiutarci a curarci dall’inflazione discorsiva metafisica riguardo il futuro. Certo, non si tratta di avallare un atteggiamento spensierato nella vita pubblica, ignaro di preoccupazioni etiche. Per cui proponiamo di focalizzare ora l’attenzione sugli esseri viventi, umani e non umani, già esistenti. Almeno, il futuro non deve essere utilizzato come prendere tempo per allontanarci da ciò che è il presente.

L’unica relazione difendibile a questo divenire temporale sarebbe quella di lasciare il maggior numero di opzioni disponibili per le generazioni prossime. Un tale approccio minimalista sarebbe ragionevole verso l’indeterminatezza del futuro, riconoscendo la nostra insufficienza per fare giustizia alla sua radicale alterità. Forse, solo così il futuro può veramente avere un suo significato in divenire.

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