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Conceptual Papers

Editoriale – LA RAZIONALITÀ DELLA SPECIE UMANA – UNA PROSPETTIVA EVOLUZIONISTA

Editoriale

LA RAZIONALITÀ DELLA SPECIE UMANA – UNA PROSPETTIVA EVOLUZIONISTA

Rinaldo Octavio Vargas, sociologo & Eugenia D’Alterio, biologa

■■     LE NOSTRE INTENZIONALITÀ RAZIONALI: UNA COMMEDIA DELL’ASSURDO

La tradizione culturale dei gruppi socialmente dominanti ha istituzionalizzato la nozione dell’uomo come animale razionale. Che l’uomo faccia deduzioni che, mediante un processo convenzionale di sequenze, possano ridurre e/o eliminare imprevisti è abbastanza documentato. L’uomo, nell’arco dell’evoluzione, si è, infatti, applicato a sviluppare metodi che portino alla prevedibilità di risultati certi, univoci e ripetibili. Tuttavia, è esperienza comune, o quasi, ritrovarci, sistematicamente, smentiti dalle contraddizioni che piagano il nostro preteso essere o fare razionale incondizionato, nel quale A porterebbe, inequivocabilmente, a B.

Se in alcuni campi della conoscenza applicata si verifica una tale connessione, essa si presenta soltanto all’interno di uno specifico sistema di riferimento, come ci insegna la legge della relatività. Inoltre, quando ci soffermiamo ad analizzare il comportamento umano con la concezione ortodossa che definisce l’uomo come animale razionale, la conclusione è che l’uomo attua, abitualmente, in modo illogico o contradditorio. Ne consegue che l’uomo sia piuttosto un “animale irrazionale”. Dinnanzi a questa possibilità si potrebbe argomentare che l’uomo soffra di una disfunzione nel suo “vero” sé razionale. Nelle narrative di senso che il bio-potere nella nostra cultura ha predisposto per socializzarci in termini secolari, l’idea di un sé vero ed unitario, anche se variamente disturbato, ha dominato la scena della tarda modernità. Basti pensare a Freud o a Jung[1] e alle svariate scuole di psicologia che, contrariamente alla posizione delle correnti che fanno riferimento a Lacan, Foucault o Ricouer, per i quali il sé è una costruzione linguistica, ci promettono il recupero e la conoscenza del proprio sé, quale modalità profana di un’anima unica religiosa.

Nella continua costruzione di senso, che caratterizza la storia umana e come risultato dei mutamenti socio-culturali, nella post-modernità sono emerse nuove narrative relative alla razionalità e al sé, innanzitutto, circa le costruzioni articolate attorno alla prospettiva della psicologia evoluzionista quali la “razionalità relativa delle logiche ancestrali” e la “razionalità contestuale della molteplicità di sé adattivi”. Da questa prospettiva risulta sbagliato considerarci “irrazionali” oppure affetti da una sindrome di personalità multipla. Paradossalmente, questa visione, piuttosto che svestirci della nostra razionalità, la ricolloca in termini di strategie evolutive[2] a volte contraddittorie tra loro e che, considerate le nuove circostanze di sopravvivenza e adattabilità della specie umana risultano, ormai, anacronistiche, rendendo, a volte, le nostre intenzionalità razionali una commedia dell’assurdo.

Un ambito idoneo per esplorare l’operatività delle vecchie e delle nuove costruzioni, relative alla razionalità dell’uomo, e alle idee di un sé unitario che lo caratterizzerebbe, è quello della presa di decisioni. Infatti, le nostre scelte, spesso assurde, mascherano una questione profonda che ha interessato filosofi, economisti e noi stessi come soggetti precari: quali sono le ragioni che sottendono le nostre decisioni?

Pensatori quali Aristotele, Cartesio oppure Bertrand Russell, hanno discusso se gli umani siano “animali razionali” ma, come molti scienziati, si sono concentrati in una risposta binaria. Infatti, questa controversia ha sottovalutato un altro aspetto della questione: “la natura animale” nel, “cosiddetto”, animale razionale.

Nel dibattito, riguardo se le decisioni umane siano razionali o irrazionali, gli esperti sono stati ossessionati dagli aspetti superficiali delle nostre decisioni, cioè se la risoluzione di una persona in una specifica situazione fosse coerente con gli obiettivi presi in considerazione. Un modo diverso di comprendere la “razionalità” delle nostre decisioni è quello di scavare sotto la superficie e riportare le nostre scelte odierne alla luce del passato evolutivo. Questo punto di vista è sostenuto dalla psicologia evoluzionista.[3] Spiegare, metafisicamente, l’incongruità tra le nostre idealità culturali e i nostri comportamenti atavici non risolve la questione. Per interpretare il modo più o meno “irrazionale” con il quale, sembra, noi prendiamo le nostre decisioni, la prospettiva evoluzionista pone una domanda fondamentale trascurata dalle visioni tradizionali: se il cervello si è evoluto per allargare le possibilità di adattamento e conservazione, perché fa scelte che, oggi, ci sembrano apparentemente incoerenti o contraddittorie tra loro?

Porci questa domanda trasforma il modo in cui tradizionalmente pensiamo circa le decisioni umane. I nuovi campi di ricerca stanno documentando che la nostra PRESA DI DECISIONI, piuttosto che razionali o irrazionali, sono caratterizzate da LOGICHE ANCESTRALI. Le nostre scelte d’oggi, ancorché talvolta piuttosto incoerenti nel sistema di riferimento presente, riflettono un radicato giudizio evolutivo affinatosi con i fallimenti e i successi dei nostri remoti antenati. In questo articolo esploriamo come le nostre scelte, oggi, siano radicate in meccanismi ancestrali che operano fuori dalla nostra soglia di coscienza.

   LA RAZIONALITÀ ATAVICA DELLE NOSTRE SCELTE

Ancorché le decisioni umane appaiano, di frequente, spericolate, folli o assurde, esse possono anche essere interpretate come atavicamente “razionali”. Certamente, per avere una tale visuale, dobbiamo riconsiderare radicalmente il modo in cui pensiamo circa la mente umana. Piuttosto che considerare se la mente umana è coerente nella presa di decisioni odierne, ci si dovrebbe domandare come essa ha, evolutivamente, risolto i problemi più focali che i nostri antenati affrontarono man mano nel corso di migliaia di anni.[4] Prendendo in considerazione questa prospettiva si accede a nuove intuizioni circa noi stessi e i nostri simili, prossimi o lontani, in definitiva, si accede ad intuizioni circa la natura stessa della cosiddetta “natura umana”.

Il primo pregiudizio da considerare è che una sorta di economia razionale ha dominato la nostra idea circa la presa di decisioni degli umani. Infatti, l’economia razionale[5] vede la gente come persone razionali.[6] Ciò ci porta a considerare la presa di decisioni in termini di un interesse razionale prettamente personale. Di conseguenza, siamo convinti che le nostre decisioni avvengono dopo che abbiamo dato risposta alla domanda: quale utilità o vantaggio ne trarrò? Secondo questa visione, noi prendiamo decisioni, come se fossimo economisti ultra-razionali, decisioni basate sulla miglior informazione disponibile e in funzione del nostro interesse. Certo, quando la realtà si dimostra diversa, abbiamo a disposizione altre nozioni per aggiustare la narrativa quali il caso e/o la sfortuna.

Ci sono però spiegazioni molto diverse per le nostre calamità e assurdità quotidiane se si esce dalla logica dell’oggi. Infatti, in contrasto con il punto di vista dell’economia razionalista, dalla prospettiva di un economista evoluzionista, i nostri cervelli sono piuttosto un marchingegno obsoleto.[7] Molti studi sperimentali dell’economia comportamentale hanno documentato che i nostri cervelli “stressati” risultano incapaci di fare scelte logiche come quelle che si aspettano gli economisti razionalisti. Mentre ognuno può aspirare ad essere razionale, le nostre scelte fatte nel tempo quotidiano, semplicemente, stentano ad aderire ai principi ideali dell’economia razionale.[8]

Questa incongruenza tra una ideale razionalità e la realtà delle nostre azioni ha portato all’avviamento di una reale impresa di identificazione e trattamento delle nostre presunte imperfezioni cognitive. Basti consultare in Wikipedia la “list of cognitive biased” e se ne troveranno più di 90, includendo la cosiddetta “clustering illusion”, cioè la tendenza a vedere pattern (schemi) significativi dove non esistono. Infatti, se queste “inconsistenze” si considerano errori mentali, gli essere umani non dovrebbero essere ritenuti esseri razionali. Centinaia di questi studi documentano come le nostre decisioni siano spesso semplicistiche, irrazionali e controproducenti, suggerendo così che, piuttosto che esseri ultra razionali, siamo inadeguati o insufficienti.

Ma siamo veramente così deficitari da spendere la vita prendendo decisioni azzardate o che vanno contro il nostro interesse? Uno sguardo guidato dalla prospettiva evoluzionista ci suggerisce che sebbene non siamo dei ultra razionali, nel senso ortodosso, non siano nemmeno degli stupidi. Benché molte delle nostre decisioni siano pessimamente fondate, noi tiriamo avanti. E, anche, le decisioni dei nostri predecessori sono state, in definitiva, abbastanza sufficienti al punto che oggi siamo qui a parlarne. Giusto il fatto che oggi possiamo occuparci di questo argomento piuttosto che doverci aggirare ancora in un ambiente primitivo e ostile, è testimonianza dei nostri evoluti cervelli. L’homo sapiens è il più riuscito membro di una specie di primati, quella umana, e fino a prova contraria anche la più riuscita specie del pianeta che ha sviluppato un sofisticato cervello che ha permesso agli umani di prosperare e primeggiare in una larga varietà di eco ambienti. Allora, come è possibile che il più evoluto degli organismi del nostro pianeta sia un individuo irrazionale?

Il dibattito circa se le decisioni dell’uomo siano razionali o irrazionali è stato danneggiato da una limitazione cruciale: esso ha largamente ignorato il fatto che gli uomini sono parte del regno animale[9]. Concentrandoci sulla nostra specie, esaltandola, e ignorando il nostro posto nella natura, abbiamo scambiato la foresta con gli alberi.[10] Ma zoomando la nostra visuale per vedere dove l’Homo Sapiens è situato nel contesto di altri primati e di altri membri del regno animale[11], possiamo guadagnare una prospettiva su noi stessi. Questa visione ad ampio raggio è quella della psicologia evoluzionista.[12] Esercitata nella posizione della scienza sperimentale ed arricchita dall’antropologia e dalla biologia evolutiva, la psicologia evoluzionista cerca una visone allargata esaminando i tratti comuni e le differenze tra animali e l’animale umano da tutti gli angoli del pianeta.

Il biologo evoluzionista assume che negli animali si siano sviluppati cervelli per massimizzare la possibilità della riproduzione. La psicologia evoluzionista utilizza la stessa presunzione per l’animale umano. Questo non significa che ognuno di noi ne sia cosciente e che, di conseguenza, ciascuno si chieda: come questa mia scelta può migliorare il mio successo riproduttivo o il mio adattamento? Ciò significa che, come nel caso di tutti gli altri animali, la selezione naturale ha dotato gli umani di cervelli sofisticati capaci di prendere decisioni in modo che, evolutivamente, migliorassero la probabilità dei nostri antenati non solo di riprodursi ma trasmettere i propri geni alle generazioni successive. Da questa prospettiva, le decisioni prese, oggi, sarebbero condizionate da “modelli sottostanti” sviluppatosi durante i millenni, tempo durante il quale i nostri antenati risolsero, con più o meno successo, i problemi dell’esistenza e dello scambio di conoscenza che tali pratiche comportavano e comportano. Ciò significa che I NOSTRI MODERNI CRANI OSPITANO CERVELLI CHE SI EVOLVONO DALL’ETÀ DELLA PIETRA per attuare adattamenti di sopravvivenza nella presa di decisioni dai nostri antenati in poi. L’evoluzione è caratterizzata dalla lentezza e dalla persistenza di elementi (vestigia) anche quando hanno perso la funzionalità.[13]

Dalla prospettiva della psicologia evoluzionista, la visione che immagina il comportamento dell’uomo nei termini di un economista classico razionalista ha parzialmente torto e parzialmente ragione. Se è vero che il nostro complesso sistema di presa di decisioni spesso ci conduce a prendere decisioni veramente infelici, questo non significa che le nostre decisioni siano del tutto insensate.[14] L’economista razionalista ha ragione quando considera che le nostre decisioni sono profondamente razionali e intelligenti ma non nel modo che egli, a lungo, ha considerato la questione.

    L’AVVERSIONE ALLA PERDITA NEI PRIMATI

I lavori di molta psicologia sperimentale, di recente, hanno permesso di proporre un postulato alquanto paradossale: psicologicamente siamo più sollecitati dalla eventuale perdita nella presa di decisioni che da un guadagno di pari dimensioni.[15] Ma se da un punto di vista dell’economista classico l’avversione alla perdita è irrazionale, la questione può essere considerata diversamente dal punto di vista della prospettiva della psicologia evoluzionista.

Fino a poco tempo fa, si è considerato che solo gli umani fossero “irrazionalmente” avversi alla perdita. Ma molta nuova evidenza suggerisce che l’avversione alla perdita sia una questione molto più profonda nel nostro lignaggio evolutivo.[16] Infatti, il lavoro sperimentale accredita che i primati, come la specie umana, si tormentano quando sentono di stare perdendo qualcosa.[17] Sarebbero i cervelli umani e di altri evoluti primati specializzati all’avversione alla perdita? Probabilmente no. È più probabile che il nostro cervello, oggi, ce lo troviamo con una tale avversione alla perdita perché questa propensione ha condotto, storicamente, a decisioni che hanno potenziato l’adattamento, quindi, se un comportamento si ritrova ampiamente sia negli umani che in altre specie, la miglior congettura di partenza è assumere che tale comportamento sia adattivo piuttosto che assumere che sia pregiudizievole.

Allora, se considerate in termini della riuscita evolutiva, molte delle scelte, apparentemente irrazionali, non sembrano poi così insensate. La maggior parte dei primati (inclusi i nostri antenati) vivevano in condizioni prossime alla soglia della sopravvivenza. Infatti, i paleontologi che studiano le prime civilizzazioni umane hanno elaborato evidenze che suggeriscono che i nostri antenati affrontarono frequenti periodi di condizioni climatiche avverse patendo siccità e carestia.[18] E quando si vive al limite della estinzione per fame, qualunque rovescio nelle riserve di alimenti fa molta più differenza che un semplice incremento. Gli antropologi che studiano quelle sacche di popolazione che ancora vivono primitivamente a livello di raccoglitori / cacciatori hanno evidenziato che queste popolazioni regolarmente prendono decisioni volte non a fornirsi della maggior quantità possibile di cose da mangiare ma, invece, volte a ridurre il rischio di un insufficiente rifornimento di cibo nel corso del tempo.[19] In altre parole, le popolazioni umane, ovunque, evitavano ed evitano di trovarsi al di sotto del livello di cibo necessario a nutrirsi. Se i nostri antenati non avessero affannato per contrastare le perdite e invece si fossero dati a prendere ogni rischio per ottenere il grande guadagno, sarebbero stati probabilmente destinati a rimetterci e, probabilmente, non sarebbero mai stati gli antenati di “qualcuno”. Questo ragionamento sul passato apre un’interessante riflessione circa l’odierna inversione di comportamento sociale: il grande guadagno di pochi a scapito dei molti nella presa di decisioni.

Sebbene non stiamo a vivere le stesse condizioni dei nostri antenati, abbiamo comunque ereditato i nostri cervelli da loro. Quindi, per comprendere come ci comportiamo nel mondo postmoderno è essenziale una visione più larga. Gli psicologi evoluzionisti cercano di raccogliere i diversi risultati dalla psicologia e dalla economia con quelli dell’antropologia e della biologia. Quando guardiamo alla più profonda logica delle decisioni attraverso l’intero regno animale, diventa chiaro che la presa di decisioni in tutti gli animali, noi compresi, suggerisce che molte di esse sono volte a promuovere traguardi evolutivi. Ciò è importante perché suggerisce che molte delle decisioni, considerate errate o generate da una difficoltà di giudizio, SONO PECULIARI AD UNA MEMETICA EVOLUTIVA, ossia informazione attinta dai modelli evolutivi.

■■    LE RAGIONI PROSSIME E ULTIME NEL COMPORTAMENTO UMANO

Immaginiamo che un amico abbia speso €8,00 per una barretta di cioccolato e che vogliamo conoscerne il motivo e che domandandoglielo possa risponderci: “avevo fame”. Ma se il nostro amico si fosse rivelato più rigoroso, avrebbe potuto argomentare la sua predilezione per il cioccolato a cui non ha saputo resistere. La spiegazione al suo comportamento si riferisce a qualcosa che i biologi chiamano “cause prossime”. Queste cause indicano influenze relativamente vicine a ciò che ognuno di noi sta, al momento, vivendo. La cause prossime sono si importanti ma rendono conto soltanto della parte superficiale della storia. Esse non si riferiscono a questioni più profonde, ad esempio, come e perché il cioccolato piaccia. Queste indagini approfondite guardano a ciò che i biologi chiamano una “causa ultima”.[20] Le spiegazioni ultime (o finali) vanno sotto la superficie, focalizzandosi non sui fattori immediati scatenanti del comportamento, ma sulla loro funzione evolutiva. Queste domande, poste dagli evoluzionisti, chiedono a quale scopo una certa tendenza sarebbe servita ai nostri antenati.

Come nel caso del cioccolato, noi umani abbiamo cervelli che si “accendono” ogni volta che vediamo, odoriamo o mangiano cibi che sono ricchi di zuccheri e grassi. Questo meccanismo di apprezzamento esiste grazie alla propensione ancestrale per i cibi densi di calorie (carne o pesce piuttosto che verdure o frutta) che portarono i nostri antenati ad immagazzinare forza (energie) e a sopravvivere in ambienti ostili. Questa potrebbe essere la ragione ultima del perché la maggior parte di noi umani siamo più attratti e gratificati dal cioccolato che da cibi più salutari con basse calorie. Quindi, mentre la ragione prossima dell’acquisto del cioccolato potrebbe benissimo essere per fame, la ragione ultima è che la preferenza per i cibi calorici (ovviamente non il cioccolato che a quei tempi non si conosceva) deriva da decisioni ancestrali che servirono ad affrontare sfide di sopravvivenza critiche nell’evoluzione umana.

Gli economisti e gli psicologi di tutte le tradizioni si sono sempre occupati di ragioni prossime per la condotta umana. A livello immediato, ci comportiamo in modo di procurarci un’omeostasi piacevole. Noi ci sforziamo per sentire piacere e soddisfazione e cerchiamo di evitare il dolore, la tristezza o la frustrazione. Le nostre ragioni prossime sono tutte relative ad un’utilità immediata.

Così se ci addentrassimo nella letteratura accademica riguardo la presa di decisioni, costateremmo che noi ci occupiamo piuttosto di ragioni prossime nella spiegazione del comportamento umano.[21] Dopo tutto, è così semplice e conveniente trascurarne le ragioni ultime. Spesso, infatti, le ragioni ultime sono difficili da essere percepite, in modo particolare, se non si realizza subito che vi sia qualcos’altro “sotto la superficie”. In alcuni casi, il collegamento tra ragioni prossime e ragioni ultime del comportamento umano è evidente. Il collegamento tra ragioni prossime ed ultime però non è sempre chiaro anche perché non possiamo sottovalutare i margini di consapevolezza circa le nostre azioni, ossia la capacità di ognuno di razionalizzare le proprie scelte al di là di un istinto ancestrale.

Se consideriamo le ragioni delle migrazioni che gli animali compiono in modo regolare (compreso l’uomo per alcune popolazioni) con rotte ben precise e che possono coprire distanze anche notevoli (gli uccelli in particolare), le ragioni prossime del comportamento non danno sufficiente motivazione se non esaminando le ragioni ultime. Ad esempio nel caso della migrazione degli uccelli la ragione prossima è che i giorni si accorciano in particolari mesi dell’anno e in determinati luoghi. Ma la ragione ultima, invece, ha a che vedere con il fatto che il miglior cibo e i migliori luoghi per la riproduzione cambiano con le stagioni il che comporta anche la durata della luce del giorno.

Forse noi umani siamo di solito inconsapevoli della maggior parte delle connessioni tra le ragioni prossime che innescano la nostra presa di decisioni e le ragioni evolutive ultime, anche se queste possono risultare piuttosto sfasate col presente. Quando prendiamo decisioni qui e ora, noi non abbiamo bisogno di comprendere come le nostre scelte si relazionano con ciò che è stato di successo o meno per i nostri antenati. Ma il fatto che non siamo sempre consapevoli delle ragioni ultime dei nostri comportamenti non significa che esse non influenzino le nostre scelte.

INFORMAZIONE SPERIMENTALE : L’INFLUENZA DEL CICLO OVULATORIO ORMONALE UMANO

Immaginiamo per un momento giovani donne che stanno facendo shopping. Ci verrebbe mai di pensare che faranno scelte di capi di abbigliamento diversi se si trovassero nei giorni in cui i loro corpi sono fisiologicamente predisposti a rimanere gravidi?

Le possibilità di una donna di rimanere gravida dipendono certamente dalla sua intenzionalità ma è il suo ciclo mestruale a fare il resto. Mentre le scimpanzé pubblicizzano la loro fase ovulatoria con una groppa gonfia rosso brillante, negli umani il segnale non è così chiaro. A volte anche donne più emancipate e istruite non badano al loro periodo ovulatorio o forse lo percepiscono dal cambiamento di umore, l’uso di contraccettivi per evitare gravidanze indesiderate o l’astenersi dai rapporti fa il resto. La questione che la ricerca vuole evidenziare è che nonostante una donna possa essere non consapevole di trovarsi nella fase mestruale dell’ovulazione, questo processo comunque affetta il suo comportamento.

Una ricerca condotta dalla professoressa di marketing Kristina Durante[22] con donne non sottoposte a metodi di contraccezione ormonali e alle quali era stato detto che avrebbero partecipato ad un test generale sul loro stato di salute, comportava che venisse loro fornito un kit per un test urinario. Il reale proposito era quello di determinare se erano in fase ovulatoria del ciclo mestruale o meno. Le donne ovulanti e quelle non ovulanti erano subito dopo inviate a fare shopping online. Gli item del magazine online erano stati preselezionati strategicamente. La metà di loro si presentavano sensuali e provocatori, mentre l’altra metà risultavano distaccati da connotazioni sessuali. Ebbene, indipendentemente dal sapere o meno di trovarsi nella fase dell’ovulazione, quelle donne nella fase fertile dei loro cicli mestruali scelsero item provocatori e sensuali.

Il risultato della ricerca sembra documentare l’ipotesi che l’ovulazione nella donna ne modifica l’atteggiamento anche quando, apparentemente, non sta usando nessun accorgimento intenzionale. In uno studio condotto da Miller, Tybur & Jordan[23], su 18 lap dancers in clubs per uomini, queste donne registrarono le loro mance per un periodo di 60 giorni durante il quale un gruppo di ricerca monitorava il ciclo mestruale di ciascuna delle ballerine. Quando erano nel loro periodo meno fertile, esse guadagnavano una media di US$185 per turno.

Ma quando erano in ovulazione, facevano quasi il doppio: US$335. Si potrebbe allora congetturare che l’ovulazione conduceva le donne ad attuare in modo più sensuale, per cui un cambiamento seppur “invisibile” della loro condizione ormonale procurava un visibile effetto economico.

Certamente, se chiedessimo ad una donna (che si trova in fase ovulatoria del ciclo) perché sceglie di acquistare un vestito provocante, potrebbe offrire una motivazione del tipo: “oggi mi sento avvenente”. Una tale spiegazione è utile per comprendere ciò che accade in superficie, ma essa non ci dice niente del perché l’ovulazione porta le donne a sentirsi più avvenenti.

Attraverso la storia evolutiva, la condotta delle donne ha avuto i migliori effetti in termini riproduttivi durante la breve finestra mensile quando si trovavano in periodo ovulatorio e avevano le maggiori possibilità di procreare (considerando che gli uomini erano perlopiù sempre in guerra occorreva massimizzare la potenzialità riproduttiva). In altri mammiferi, l’ovulazione è nota per alterare il comportamento della femmina in modo da aumentare le sue opportunità riproduttive nel periodo fertile. Gli ormoni di una donna in fase ovulatoria sembrano agire, da sempre, nello stesso modo ossia rendere al massimo le sue eventuali scelte di opportunità di seduzione ed eventuale procreazione.

La ragione prossima del perché l’ovulazione porta una donna a vestirsi e comportarsi in modo più attraente potrebbe essere che voglia sentirsi più avvenente, ma la ragione ultima è che l’ovulazione promuove comportamenti per cui ella si senta più avvenente. Una spiegazione ultima però non contraddice una spiegazione prossima. Sarebbe un non senso discutere se una persona compra del cioccolato per fame (ragione prossima) o perché il cibo grasso e dolce aiutava i suoi antenati a risolvere le sfide evolutive della sopravvivenza (ragione ultima). I due livelli di spiegazione si completano l’un l’altro. Una spiegazione prossima spiega cosa sta succedendo alla superficie, una spiegazione ultima spiega cosa succede ad un livello più profondo, cioè ad un livello evolutivo ancestrale non visibile.

Ma perché ci dovremmo interessare alle cause ultime delle nostre scelte? Per una semplice ragione, le spiegazioni delle ragioni immediate o prossime, offrono una comprensione incompleta e insufficiente della condotta umana. Guardare sotto la superficie, alle ragioni ultime sottostanti i nostri comportamenti, provvede intuizioni di grande valore per comprendere decisioni che altrimenti risulterebbero incomprensibili. Gli economisti comportamentisti, ad esempio, hanno identificato miriadi di errori decisionali, pregiudizi e distorsioni. Loro, però, hanno solo fornito una lista di comportamenti senza offrire una teoria delle “cause” per tali comportamenti. La psicologia evoluzionista è un tentativo di provvedere una teoria per spiegare tali comportamenti: la teoria adattiva. Essa non solo ci aiuta a realizzare i “modelli adattivi ancestrali” o i significati di ordine simbolico nascosti nelle nostre altrimenti insensate decisioni ma ci permette anche, di predire in anticipo quali particolari comportamenti la gente attuerà.

   LA QUESTIONE ULTIMA

Da una posizione binaria, la domanda sarebbe: noi umani siamo esseri razionali o irrazionali? Se guardiamo solo in superficie, molte delle nostre decisioni sembrano piuttosto folli. Le molte, apparentemente, incoerenti tendenze del comportamento umano portano alcuni di noi a dubitare seriamente se noi e i nostri simili potremmo ritenerci esseri razionali o se invece dovremmo ritenerci tutti degli ottusi.

La posizione della psicologia evoluzionista è che noi siamo animali razionali, anche se da un punto di vista idealizzante la presa di decisione sia un processo viziato e che spesso le decisioni individuali siano proprio insensate. Ma sotto questi pregiudizi ed errori di valutazione c’è un “intelligente” sistema ancestrale di presa di decisione. Per capire come le persone prendano decisioni, noi dobbiamo prima chiederci perché il cervello si sia sviluppato a questo scopo. Collegando la storia del comportamento umano con il resto del regno animale, finiamo per constatare che nostri cervelli si sono evoluti per prendere decisioni in grado di affinare l’adattamento dei nostri antenati e, in definitiva, di noi stessi, oggi.

Ma nella trama c’è una svolta. Così come è semplicistico dire che cerchiamo solo l’utilità nella nostra presa di decisioni, È SEMPLICISTICO DIRE CHE CERCHIAMO SOLO ADATTAMENTO BIOLOGICO ALL’AMBIENTE. Come mostrano le nuove ricerche della psicologia evoluzionista LA PRESA DI DECISIONI UMANA È ARTICOLATA PER RAGGIUNGERE UNA SERIE DI OBIETTIVI MOLTO DIVERSI. Nell’indagare come noi soddisfiamo questi diversi obiettivi evolutivi, i ricercatori hanno documentato qualcosa di significativo: LA SOLUZIONE A DIVERSI PROBLEMI SPESSO RICHIEDE CHE NOI PRENDIAMO DECISIONI IN MODI DIVERSI E A VOLTE COMPLETAMENTE INCOMPATIBILI CON IL NOSTRO SOLITO COMPORTAMENTO.

   EFFETTI NELLE NOSTRE VITE QUOTIDIANE

Da un punto di vista decostruzionista, due considerazioni vanno proposte come nuove visioni volte a suscitare inediti volumi di senso nelle nostre esistenze:

(1) che i nostri moderni crani ospitano cervelli che si evolvono dall’età della pietra;

(2) che noi umani siamo “esseri contradditori per sviluppo evolutivo”.

Entrambe le considerazioni urtano contro le più affermate consuetudini circa le idee in cui il bio-potere ci socializza e con le quali sperimentiamo le nostre esistenze, ossia che siamo stati creati, in maniera definitiva, quale disegno intelligente e che siamo “naturalmente” dotati di un sé unitario. Ma la vita di ogni giorno, ad uno sguardo attento, smentisce questo paradigma.

Un esempio classico ed emblematico della nostra difficoltà ad attuare un sé unitario o di attuare sempre coerentemente è riferito a Martin Luther King Jr. Nessuno potrebbe negare il coinvolgimento di King Jr con i principi morali. Ma questo impegno con i principi morali non funzionava nel regno degli affari extra maritali. Infatti, il suo amico e fedele Ralph Abernathy ha ammesso che l’iconico leader religioso, sposato e padre di quattro figli, oltre a sostenere una stabile relazione extraconiugale era sempre coinvolto in episodiche relazioni con altre donne mentre era in viaggio di evangelizzazione.[24] Secondo il biografo di King Jr, David

Garrow, la sua promiscuità lo faceva sentire sempre in colpa. Ma la sua consapevolezza e il suo senso di colpa niente potevano per modificare la sua condotta.[25] Riguardo al desiderio sessuale, Martin Luther King Jr, ripetutamente, mise da parte i suoi più alti valori morali.

Si potrebbe sostenere, allora, che il lapsus morale di King risultasse di un occasionale cedimento nelle funzioni relazionali di un uomo altrimenti morale e razionale? Si potrebbero avanzare anche altre ipotesi per cercare di spiegare le sue “contraddizioni”? Forse qualche corrente di pensiero impegnata col sé unitario potrebbe argomentare che Martin Luther King soffrisse di un disordine, assai comune, di personalità multipla?

Infatti, se consideriamo che avesse un disordine “comune” di personalità multipla, siamo nel punto. Le personalità multiple non sono solo comuni, sono universali. Anche se ci viene detto che vi è (o dovrebbe esserci) un solo sé “dentro” di noi, ad un livello evolutivo più profondo, noi tutti “abbiamo una molteplicità di sé”. L’ipotesi è interessante perché ciò significherebbe che lo stesso individuo potrà fare scelte diverse perché influenzato dal sé che prevale in quel momento.

Sebbene la maggior parte di noi non soffra di una versione “clinica” di un disordine di personalità multipla, ciascuno di noi attua multipli sé. Al primo approccio, sembrerebbe insensato argomentare che non vi sia un singolo “sé” a dirigere le nostre vite, tuttavia un crescente corpo di documentazione sperimentale continua a suggerire che ognuno di noi ha multipli sé. Alcune delle prime ricerche derivano da quelle condotte durante gli anni ’60 dello scorso secolo da Gazzaniga[26] & Sperry[27] (Nobel per la medicina nel 1981) su pazienti sottoposti all’intervento chirurgico di separazione degli emisferi del cervello (split-brain).

Queste ricerche, pietre angolari della moderna neuroscienza, iniziarono a sfidare l’idea di una coscienza unitaria, dimostrando che le nostre esperienze consce possono essere diverse dipendendo da quale parte del cervello sia attiva al momento che viene processata l’informazione in arrivo.

Nel mezzo secolo successivo, molte altre documentazioni, provenienti dalla neuropsicologia umana e animale, dalla biologia e da studi sull’apprendimento e la memoria, hanno rafforzato l’idea che non vi sia un sistema esecutivo singolo dentro le nostre teste ma un conglomerato di sistemi separati che gestiscono problemi differenti con “programmi” diversi. Al riguardo, e basandosi nella sua evidenza sperimentale, Kurzban[28]segnala che i diversi sistemi o MODULI CREREBRALI a volte sono in disaccordo tra loro e ciò può condurci a comportamenti contradditori. Secondo il vecchio paradigma di un sé unitario, Martin Luther King risulterebbe un ipocrita. Secondo Kurzban, la natura della nostra configurazione cerebrale suggerisce che piuttosto che un “Io”, ciascuno di noi sia un noi.

E allora, cosa succederebbe se ciascuno di noi fosse, realmente, un “insieme di personalità adattive”? Ciò avrebbe implicazioni radicali sul modo in cui noi pensiamo circa il nostro comportamento. Ciò significherebbe che invece di un sé unitario come era stato postulato, ciascuno di noi sarebbe una serie di sé adattivi.[29] Analogamente a ciò che accade con individui diversi, ciascuno dei nostri sé (adattivi) ha le sue inclinazioni e preferenze quando ci troviamo in una particolare situazione. Infatti, in qualsiasi momento, solo un sé è al comando e questo sé è il nostro “Io” (situazionale) in quel momento.[30]

Dalla prospettiva del paradigma del sé unitario (che suppone che noi abbiamo una personalità sola) modificare tendenze, preferenze o scelte sembrerebbe incoerente e ipocrita ma dalla prospettiva dei molteplici sé, tali cambiamenti sarebbero logici e coerenti poiché in situazioni diverse noi agiamo coerentemente al sé adattivo che prevale al momento.

Quando si parla, oggi, di sé adattivi è una semplificazione assumere che la questione sia sempre intesa in meri termini di sopravvivenza e riproduzione perché sebbene la sopravvivenza e la riproduzione siano sfide importanti, gli umani hanno sempre superato altre sfide per raggiungere il successo evolutivo e il potere. A livello di base, i nostri antenati, come altri animali, necessitavano nutrirsi e proteggersi dall’intemperie, dai predatori e propri simili. Visto che NOI umani siamo intensivamente animali sociali, abbiamo dovuto affrontare una serie ricorrente di importanti sfide evolutive a livello sociale. Queste SFIDE EVOLUTIVE INCLUDEVANO: (1) eludere i rischi di danni fisici, (2) evitare la malattia, (3) aggregarsi con i membri della stessa collettività, (4) assicurarsi uno status, (5) attrarre un/a compagno/a e (6) attendere alle cure parentali.[31] Certo, gli umani che ebbero successo nel rispondere a queste sfide cruciali migliorarono la loro chance di riprodursi e diventarono i nostri antenati. Quelli che fallirono ad affrontare queste sfide fallirono nel diventare gli antenati di qualcuno.

La questione che rende oggi più complesso il comportamento dell’uomo è che se, come si presume, garantita la sopravvivenza e la procreazione anche con l’assistenza della tecnologia, i memi culturali prendono sempre maggior rilevanza nei traguardi e strategie evolutive dei singoli e delle collettività.[32] Assistiamo, così, ad una crescente molteplicità di sé adattivi oppure ad una ridefinizione di priorità, come ormai effettivamente accade per quanto riguarda il ridimensionamento della sessualità procreativa e l’accoppiamento stabile. In definitiva, le sfide e strategie evolutive sono molteplici e diversificate da individuo a individuo. Così, affrontare problematiche diverse è stato il motore evolutivo per il nostro cervello che oggi, più di ieri e meno di domani, mostra avere differenti modalità per soddisfare ciascuna sfida.

Così la nozione che il cervello attui diversi “programmi” per gestire diversi obiettivi evolutivi ha implicazioni fondamentali per quanto riguarda come noi prendiamo decisioni. L’esistenza di diversi sé determinerà non solo come noi interpretiamo singolarmente la medesima informazione ma, anche, quale sé stia a dirigere, al momento, la nostra storia.

Una riflessione sulla questione, a questo punto, è d’obbligo: il concetto di più sé non giustifica il nostro modus operandi ma rappresenta una potenzialità di scelta. L’idea di più sé piuttosto che deprivarci della nostra razionalità la rende relativa alle logiche ancestrali delle strategie evolutive, a volte contraddittorie tra loro. Considerate le nuove circostanze di sopravvivenza e adattabilità della specie umana, queste logiche ancestrali risultano anacronistiche, rendendo, a volte, le nostre intenzionalità razionali una commedia dell’assurdo. In ogni modo, rimane aperta la questione se la nostra razionalità prevale nella presa di decisione.

 

[1] Lo psicologo analista Carl Gustav Jung definisce il Sé (“Selbst”) come la totalità psichica rispetto a cui l’Io, la nostra parte cosciente, è solo una piccola parte. Egli ritiene che compito dell’attività psicoanalitica sia quella di istituire un rapporto gerarchico tra Sé e Io, tra la totalità e la parte, in grado di soddisfare le condizioni per una ripresa del “movimento evolutivo” che lui chiama “Individuazione”, movimento che era stato arrestato dalla nevrosi conseguente ad un irrigidimento delle istanze dell’Io rispetto ai bisogni individuativi del Sé. Come accadde abitualmente ciò che in una disciplina costituisce solo un’ipotesi di lavoro, nell’interpretazione non specialistica, essa viene scambiata con una realtà ontologica. Questo termine teoretico è molto utilizzato nella cultura New-Age per riferire svariate considerazioni metafisiche riguardo l’uomo.

[2] I. Cosmides, and J. Tooby. Better Than Rational: Evolutionary Psychology and The Invisible Hand. In “America Economic Review”, 84: 327-332, 1994

[3] I. Cosmides. The Logic of Social Exchange: Has Natural Selection Shaped How Humans Reason? Studies with the Wason Selection Task. In “Cognition”, 3: 187-276, 1989

[4]D.T. Kenrich and V. Griskevicius. The Rational Animal. How Evolution Made Us Smarter Than We Think. Basic Books, New York, 2013

[5]M. Bronfenbrenner, W. Sichel, and W. Gadner. Economics. Houghton Mifflin, Boston, 1990

[6]C.A. Aktipis, and R. Kurzban. Is Homo Economicus Extinct? In “Advances in Austrian Economics”, 7: 135-153, 2004

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[8]G. Saad. The Evolutionary Bases of Consumption. Lawrence Erlbaum Associates Publishers. Mahwah, NJ, 2007

——- The Consuming Instinct. Prometheus Books, Amherst, NY, 2011

[9]J. Alcock, Animal Behavior: An Evolutionary Approach. Sinauer Associates, Sunderland, MA, 2013

[10]Peter Senge utilizza questa metafora: “L’arte del pensiero sistemico consiste nel vedere la foresta là dove gli altri vedono solo un gran numero di alberi”.

[11]V. Lakshminarayanan, M.K. Chen, and L.R. Santos. Endowment Effect in Capuchin Monkeys (Cebus paella). In “Philosophical Transactions of the Royal Society B. Biological Sciences”, 363: 3837-3844

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[25]Ibidem

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[31]D.T. Kenrick, S.L. Neuberg, V. Griskevicius, M. Schaller, and D.V. Becker. Goal-Driven Cognition and Functional Behavior: The Fundamental Motives Framework. In “Current Directions in Psychological Science”, 19: 63-67

[32]D. C. Dennett. The Evolution of Culture. In Culture. Leading Scientists Explore Societies, Art, Power, and Technology, Edited by John Brockman, Harper Perennial, New York, 2011

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