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Conceptual Papers

LA RIPRODUZIONE DEMOGRAFICA UMANA DALLA PROSPETTIVA EVOLUZIONISTALA LA DIMENSIONE SOCIALE DELLE NOSTRE REALTÀ NATURALI

LA RIPRODUZIONE DEMOGRAFICA UMANA DALLA PROSPETTIVA EVOLUZIONISTA

LA DIMENSIONE SOCIALE DELLE NOSTRE REALTÀ NATURALI

Rinaldo Octavio Vargas, sociologo; Eugenia D’Alterio, biologa e Sara Palma, studentessa di biologia

■■ SOCIOLOGIA E ANTROPOLOGIA DELLA RIPRODUZIONE DEMOGRAFICA UMANA

Nel nostro immaginario collettivo, la riproduzione umana appartiene a quei processi degli organismi viventi che diamo così per scontati nella loro “naturalezza” al punto di sorprenderci del fatto che una qualche prospettiva possa problematizzarla. Dietro queste facciate del “naturale conosciuto” si “camuffano”, però, importanti “processi sociali” che “costruiscono” quelle “realtà sociali” che tante volte scambiamo per “realtà naturali”. Dunque, in cerca di nuove visioni circa la dimensione sociale delle nostre “realtà naturali”, consentiamo alla sociologia e all’antropologia di problematizzare, oggi, anche la riproduzione umana.

Infatti, la riproduzione umana inizia ad essere meno “naturale” se la si colloca in una prospettiva evoluzionista. Affidando la comprensione della fertilità all’interno di un contesto evolutivo, piuttosto che alla ricerca clinica, fisiologica ed empirica, la cosiddetta “necessità biologica” alla riproduzione inizia a sembrare meno obbligatoria. Analogamente, quando la questione dell’impulso sessuale maschile e femminile, riguardo la riproduzione umana viene considerata dalla prospettiva evoluzionista umana si è costretti a prendere in considerazione sia le tecnologie riproduttive che la questione della prole come capitale sociale.

■■ ECOLOGIA EVOLUZIONISTA[1] E LA DIMENSIONE DELLA FAMIGLIA[2]

Pur se nell’immaginario popolare può sussistere l’idea che una singola popolazione tenderebbe ad accrescersi all’infinito in risposta ad un istinto prettamente “biologico”, la dinamica della sua dimensione viene, comunque, limitata da varie cause accidentali quali la morte e le malattie, le condizioni di habitat socio-economiche e da un preciso ambiente culturale. Questi fattori, secondo l’impostazione teorica in materia, fanno sì che l’accrescimento di una popolazione segua una curva con un ben preciso limite che equivale all’effettiva capacità di adattamento sia all’habitat che alla cultura in cui quella popolazione si riconosce.

Come la maggior parte della demografia storica, alla maniera di quella praticata da David Reher[3] e molti aspetti della demografia contemporanea come quella di John Cleland[4], lo studio antropologico e sociologico del controllo riproduttivo della popolazione ha oscillato tra un accento sulla mortalità e la fertilità come i principali fattori trainanti, come riportano anche gli studi di Carey & Lopreato[5] e di Strassman & Gillespie[6].

In un tale contesto di ricerca riguardo la fertilità ci sono due accenti diversi: uno sulla fisiologia (come nei lavori di Goodal, Lee e Stott)[7] e l’altro sulla cultura (come in Hayden)[8]. Negli ultimi anni, però, un gran numero di studi ha tentato di mettere la questione della fertilità nella prospettiva della biologia evoluzionista (come nei lavori di Davis, Kaplan, Turke, Potts e Carey & Lopreato)[9], insieme a studi basati su analisi quantitative delle società tradizionali (come quelli condotti da Bentley, Kaplan & Hill, Campbell & Wood, Bentley, Goldberg et al, e Bentleyand Jasienska et al)[10].

Nonostante la pluralità di accenti in questi studi, nella socio-antropologia recente il consenso generale tende, comunque e contrariamente a ciò che comunemente si sostiene, a suggerire, come postula Potts,[11] che la specie umananon sia ontologicamente programmata per avere un gran numero di figli”. Similmente, Davis[12], considerando la bassa fertilità da una prospettiva evolutiva, sostiene che gli esseri umani non hanno un’“alta fertilità naturale biologicamente determinata”. Analogamente Turke[13] e Potts, nelle loro ricerche riguardo il sesso e il tasso di natalità nel contesto dell’evoluzione,  suggeriscono che il desiderio conscio di concepire siarelativamente debole.” Pickins & Henry,[14] analizzando dati storici delle popolazioni e i modelli relativi alla fertilità, considerano che il concetto di fertilità naturalenon è affatto definitivo. In breve, il sentimento generale della ricerca socio-antropologica dell’ecologia umana si riconosce nei ragionamenti di Potts e Davis, cioè che la specie umana non è programmata biologicamente per avere molti figli.

Poiché non c’era una metodologia evoluzionista al riguardo, solo di recente è iniziato lo studio della dimensione della famiglia da questa prospettiva. Finora la demografia classica si era dedicata allo studio della mortalità e della fertilità senza ritenerle parte di un’ecologia riproduttiva evoluzionista, all’interno della quale vengono riconosciute anche la cultura e la società come parti attive del sistema.

L’ecologia evoluzionista ha cercato di indagare più da vicino i rapporti tra cambiamento nella fertilità ed evoluzione. Winterhalder & Smith[15] definiscono l’ecologia riproduttiva evoluzionista come l’applicazione della teoria della selezione naturale (interazione tra geni e ambiente) allo studio della fitness[16] (cioè della capacità di un genotipo di riprodursi e di trasmettersi alla generazione successiva) e del, cosiddetto, “disegno biologico” in un determinato habitat. Come ben sappiamo, secondo la teoria darwiniana, in una popolazione la selezione naturale favorirebbe un progressivo aumento dei soggetti dotati di caratteristiche ottimali (fitness) per l’adattamento all’habitat in cui vivono. In questo contesto, secondo Voland,[17] l’ecologia riproduttiva evoluzionista si interessa “alla questione della evoluzione biologica della diversità e della variabilità nella riproduzione”. Una revisione completa della teoria e della letteratura riguardo l’ecologia riproduttiva evoluzionista può essere trovata in Voland[18] e Ellison.[19] In breve, mentre la ricerca clinica ha descritto la fisiologia riproduttiva umana con eccezionale dettaglio, gli ecologisti della riproduzione stanno allestendo significativi contributi cercando di fornire nuove e utili prospettive teoriche che stanno generando ipotesi empiricamente verificabili e rilevanti per l’evoluzione umana.[20]

Voland sostiene che gli ecologisti evoluzionisti della riproduzione debbano, tuttavia, fornire una spiegazione teorica per la transizione demografica[21], in particolare per contrastare quei critici (ad esempio Vining)[22] che sostengono che la fertilità limitata in situazioni di eccedenza debba compromettere un’interpretazione darwiniana della riproduzione moderna. La base teorica con cui questa spiegazione potrebbe essere avanzata sarebbe la teoria della storia della vita, sostenuta da Stearns ed altri,[23] che comprende aspetti di demografia, genetica quantitativa e i trade-offs o conflitti riguardo le pressioni adattive risolvibili con compromessi. Anche Kaplan[24], per esempio, utilizza la teoria della storia della vita all’interno di un contesto di ecologia riproduttiva per spiegare l’evoluzione della fertilità moderna e il comportamento di investimento parentale[25] dalla nostra storia di cacciatori e raccoglitori. Kaplan sostiene che i mercati competitivi del lavoro, basati sulle abilità e competenze, aumentano il valore dell’investimento parentale sui bambini e motivano i genitori meglio istruiti e di reddito più elevato a investire di più per figlio rispetto alle loro controparti genitoriali meno istruite e con reddito più basso. Nelle nuove condizioni ambientali dell’economia di mercato dove la riproduzione è, materialmente, sempre più costosa, favorire (selezionare) il cambiamento, ossia una prole ridotta (abbassamento della fertilità – riproduzione) premia una caratteristica più vantaggiosa alle nuove condizioni socio-ambientali. Infatti, una minor prole significa un vantaggio adattivo in termini di riproduzione e sopravvivenza. Secondo Kaplan, l’abbandono della pratica della massimizzazione della fitness [capacità di un genotipo di riprodursi e di trasmettersi alla generazione successiva] associato ad una bassa fertilità moderna è dovuto a spese in eccesso, sia nel consumo dei genitori che della prole.[26]

Questa posizione trova eco tra coloro che, come Borgerhoff Mulder, Lack e Smith & Fretwell,[27]  suggeriscono che i tassi bassi di fertilità sono ottimali a causa del contesto competitivo in cui la prole viene cresciuta. Nelle condizioni in cui alti livelli di investimento sono cruciali per la prole e costose per i genitori, i genitori ottimizzano il successo riproduttivo (fitness o idoneità adattiva)[28] avendo pochi figli con alti livelli di investimento piuttosto che molti figli ma con meno investimento pro capite. Questa ipotesi implica un trade-off tra qualità e quantità della prole. Altri ricercatori, come Moses,[29] estendono questa ipotesi suggerendo che la fertilità declina quando il consumo energetico aumenta e ciò potrebbe, ancora, essere spiegato mediante il conflitto di scelte per costo di opportunità dei genitori, cioè il cosiddetto “parental trade-off” che nella sua risoluzione adattiva favorisce un maggior investimento energetico in pochi figli alla quantità numerica di figli. In uno dei pochi studi empirici che confrontano qualità e quantità della fertilità in una comunità dell’Africa Orientale, dove la principale forma di eredità (ricchezza) intergenerazionale è la terra, i livelli intermedi di prole sono favoriti dalle donne ma non dagli uomini. In questo contesto, dove l’accesso sessuale preferenziale è agli uomini che possiedono capitale extra-somatico (ossia la terra), il genotipo delle donne si riproduce con un numero ottimale di prole sopravvissuta, mentre il genotipo degli uomini si riduce a favore di quei soggetti che possiedono capitale extra-somatico (la terra). Questo sottolinea l’importanza di fattori extra-genetici (come il capitale extra-somatico: la terra) in congiunzione con meccanismi psicologici che si sono evoluti nella definizione di strategie di fertilità che enfatizzano la qualità sulla quantità[30],[31]. Anche se i contesti ambientali e socio-culturali sono diversi, ciò che si osserva è che i genitori aumentano la loro idoneità evolutiva (fitness), modificando la dimensione della prole, in risposta alle sollecitazioni socio-ambientali, allora la flessibilità della riproduzione umana è funzionalmente razionale in senso biologico.[32] In altre parole, come Low et al. dichiarano[33], porta un significato evoluzionista il fatto che, nella misura in cui la concorrenza per il raggiungimento di una stabilità economica per una coppia aumenta, un investimento pro capite più elevato sarebbe vantaggioso. Così, se il costo della prole aumenta la dimensione della famiglia si riduce. A questo proposito, la questione della ricchezza (capitale extrasomatico) è di cruciale importanza. In particolare, Mace[34] ha fornito un modello relativo all’evoluzione dei tassi della riproduzione umana quando la ricchezza è ereditata e ha anche dimostrato che il costo della prole ha un grande impatto su questi tassi. Inoltre, nella misura che il costo della prole aumenta con la caduta concomitante della dimensione della famiglia, le donne potrebbero cambiare strategie passando dal puro valore riproduttivo ad una combinazione di risorse e di valore riproduttivo.[35]

Complessivamente, quindi, secondo questa particolare branca dell’ecologia riproduttiva, la bassa fertilità sta rispondendo a quello che potrebbe essere definito come “le nuove opportunità economiche” connesse con la modernità e la post-modernità. A questo proposito, per Voland, vi sono pressioni adattive o conflitti (trade-off) fondamentali che sembrano emergere con maggior frequenza :

  1. Conflitto tra sforzo somatico e sforzo riproduttivo. Ossia, un organismo dovrebbe continuare ad investire su se stesso, sia in modo somatico (cura di sé) che extra-somatico (acquisizione di beni), o cominciare a riprodursi (investire in prole)?
  2. Gli umani si riproducono unicamente per replicare se stessi o per contribuire a sostenere il nucleo familiare?
  3. Equilibrio tra l’accoppiamento e lo sforzo genitoriale. Per il maschio la questione si pone in termini di accoppiamento per fare sesso o per fare il genitore, ossia in termini di massimizzazione della fecondazione o dell’investimento nella prole.[36] Per le femmine la questione si pone in termini di continuare la ricerca di un compagno adeguato (accoppiamento) o cominciare a riprodursi (sforzo genitoriale)?
  4. Quantità o qualità della prole. La questione si pone in termini di ottimizzazione rispetto al tempo di vita dell’idoneità evolutiva [fitness].

Inoltre, poiché i vincoli sulla riproduzione soggettiva variano notevolmente tra gli individui (per ragioni genetiche, ambientali, sociali, e, anche, imprevedibili), lo sviluppo evolutivo, quindi, non favorirà la migliore di tutte le strategie di allocazione teoricamente possibili e immaginabili, ma le migliori di quelle effettivamente disponibili in circostanze concrete.[37] Questo è un forte argomento a favore di studiare i processi riproduttivi non solo a livello di intere popolazioni, ma anche con un occhio alle decisioni riproduttive oggettive degli individui.[38]

Altri studi, invece, si concentrano su aspetti differenti dello sviluppo evolutivo dai diversi meccanismi fisiologici e comportamentali che modulano lo sforzo riproduttivo nelle femmine umane. Vi sono ricercatori, come Vitzthum[39], che analizzano i cambiamenti ormonali che variano la probabilità di ovulazione, di concepimento, e/o di proseguimento della gravidanza, con un focus particolare sull’endocrinologia evolutiva. Un altro approccio, esplicitamente adattazionista alla funzione riproduttiva delle donne suggerisce che l’aspetto energetico (assunzione di energia, la sua spesa, il suo flusso ed equilibrio) è di fondamentale importanza nella generazione di variazioni adattative nel funzionamento dell’ovaio.[40]

Nonostante questa raffica di lavoro circa la metodologia delle cosiddette “storia della vita” ed “ecologia riproduttiva”, Wilson[41] osserva che i metodi della storia della vita devono ancora essere applicati sia ad una vasta gamma di grandi popolazioni sia agli insiemi di dati storici relativi a lunghi periodi. Alcuni studi hanno, tuttavia, cercato di colmare il divario tra il metodo della storia della vita e le teorie sociologiche ed economiche circa la fertilità. Questi includono lo studio di Kohler et al.[42] sui gemelli danesi nati durante i periodi dal 1870-1910 e dal 1953-1964, gemelli che avrebbero manifestato comportamenti e motivazioni ad avere più figli.

■■ DESIDERIO BIOLOGICO DI RIPRODURSI E DESIDERIO SESSUALE

All’inizio di questo articolo, si è accennato al paradossale ampio consenso relativo all’idea che gli esseri umani non sono, in genere, disposti a riprodursi in gran numero. Siamo biologicamente predisposti come macchine di sopravvivenza ad avere un figlio? – è la domanda provocatoria di Dawkins.[43] In questa sezione, dunque, utilizzeremo il desiderio sessuale come criterio di analisi all’ipotesi di un bisogno biologico, categorico ed essenzialista, di riprodursi.

Per Potts, noi siamo generalmente predisposti a cercare rapporti sessuali. Secondo lui è possibile trovare molte persone che vogliono fare sesso ma che non vogliono avere figli, ma ancora non c’è un gruppo significativo che voglia figli senza fare sesso.[44] Anche S. Agostino , per il quale il sesso era il peccato originale e il concepimento l’unica giustificazione per un “atto così ignobile”, ammetteva di non aver mai incontrato una coppia che praticasse il sesso, esclusivamente, per la procreazione.[45]

Sul comportamento sessuale vi sono piuttosto due correnti di vedute: il costruzionismo sociale e l’essenzialismo. Il costruzionismo sociale considera che non sia la biologia ma piuttosto la cultura a configurare i pattern di attrazione e accoppiamento. Le teorie essenzialiste, come osserva Baumeister[46], propongono che ci siano vere e definite forme di sessualità che rimangono costanti, anche se fattori situazionali possono occasionalmente interferire con la loro forma o espressione. In altre parole, come gli essenzialisti Delamater & Hyde[47] hanno suggerito, le nostre preferenze di accoppiamento sarebbero il risultato di forze evolutive, le preferenze che si sono evolute servirebbero la funzione di massimizzare l’idoneità evolutiva, ossia il successo riproduttivo o fitness di un individuo.

Storicamente, in assenza di tecnologie per assistere la riproduzione umana, il coito eterosessuale è stato il modo tradizionale di procurare una gravidanza ed, eventualmente, la riproduzione, con la nascita della prole. Senz’altro, questo modo dipendeva fortemente dell’impulso sessuale maschile nell’esercitare la penetrazione. In ogni modo, la persistenza del desiderio sessuale anche durante la gestazione suscita perplessità nel postulare un’ipotesi che collochi il desiderio sessuale come espressione di un bisogno biologico di riprodursi. Certamente, pretendere un’asimmetria tra desiderio sessuale e bisogno di riprodursi è plausibile se non si considera che anche lo sviluppo evolutivo riproduttivo è piuttosto un bricolage[48]  [vedi donne single che si sottopongono all’inseminazione artificiale o coppie di fatto che si rivolgono ad uteri in affitto].

In ogni modo, l’interazione tra fertilità e desiderio sessuale maschile e, più in generale, le strategie procreative risultano rilevanti in relazione al pattern della riproduzione. Sebbene il desiderio sessuale sia comune tra le specie di primati, forse negli umani l’estro sessuale si è “perso” nel tempo evolutivo,[49] allo scopo di promuovere l’accudimento parentale nelle coppie a lungo termine.[50] Per quanto riguarda la plasticità sessuale della donna, Anon[51] suggerisce che il tipo di maschio desiderato cambia nelle donne durante l’ovulazione, esse possono diventare molto interessate alla virilità dell’uomo e possono muoversi in quella direzione.

Tutto questo è legato alla cultura, perciò, come suggerisce Low,[52] in società molto diverse, lo status è correlato al successo riproduttivo degli uomini. Questa modalità riproduttiva può essere trovata tra i turkmeni,[53] i pastori Yakku o Mukogodo del Kenya,[54] gli Hausa del Niger,[55]  tra gli uomini della Trinidad[56] e gli isolani della Micronesia.[57] Quando l’accesso sessuale è allo scopo riproduttivo gli uomini più benestanti hanno, in genere, più successo e più accesso sessuale da parte delle donne.[58]

Più in generale, l’ecologia riproduttiva e la storia della vita del maschio umano è stata esaminata con una certa profondità da Bribiescas. La sua teoria è che se una quantità marginale di investimento ormonale è necessaria per mantenere la spermatogenesi, la maggior parte dell’investimento energetico è disponibile per lo sviluppo somatico al fine di aumentare la sopravvivenza o viceversa.[59] Infatti, ormoni come il testosterone agiscono per modulare gli investimenti somatici tra queste esigenze spesso contrastanti.[60]

MODELLO DELL’ECOLOGIA RIPRODUTTIVA MASCHILE

             CIBO                                                 DISPONIBILITÀ DI ENERGIA                           CARICO DI LAVORO                                                                                                                                                                                           

                INVESTIMENTI SOMATICI                                                                    INVESTIMENTI RIPRODUTTIVI

                SOPRAVVIVENZA BIOLOGICA                                                                  SPERMATOGENESI  

Il modello dell’ecologia riproduttiva maschile illustra le decisioni di allocazione di energia degli umani maschi così come le implicazioni per i trade-offs della storia della vita.

■■ PERCHÉ LE PERSONE HANNO FIGLI?

Finora, abbiamo accennato alcuni dei punti di vista evoluzionisti relativi al calo della fertilità e la spinta “biologica” a riprodursi. Anche se questa è una divisione del tutto arbitraria, vorremmo ora considerare quello che potrebbe essere definito come cause o spinte più sociologiche per riprodursi.

All’interno degli studi della antropologia, della sociologia ed dell’economia della riproduzione, vi è spesso una sorta di tensione nella letteratura tra i modelli che assumono che la fertilità sia socialmente controllata o fondamentalmente sotto l’influenza economica, rispetto ai modelli che assumono che la fertilità sia controllata solo dall’idealità dell’individuo o della coppia. I primi sono caratterizzati da un’enfasi sulla influenza sociale o sull’apprendimento sociale[61] e sull’evoluzione culturale rappresentata sia dall’influenza del prestigio[62] che dall’influenza dei parenti,[63] mentre i modelli che pongono l’accento sulla decisione individuale o della coppia tendono a sottolineare la microeconomia,[64] il flusso della ricchezza,[65] l’ecologia comportamentale umana,[66] il sesso e lo status[67] oppure il sesso e l’educazione.[68]

Ovviamente, questa divisione è, di nuovo, spesso abbastanza arbitraria. Prendiamo il caso della riproduzione assistita e della tecnologia riproduttiva. L’impatto etnografico degli sviluppi della fertilità assistita è stato studiato in un gran numero di studi regionali dell’Asia del Sud,[69] dell’Africa,[70] dell’America Centrale,[71] dell’Asia Orientale,[72] del Medio Oriente, dove la questione assume aspetti religiosi più complessi che nell’Occidente secolarizzato,[73] dell’Europa,[74] e  dell’Australasia.[75] Altri studi, invece, si concentrano sulle più ampie implicazioni socio-antropologiche della costruzione sociale della tecnologia riproduttiva e della sua ‘normalizzazione’,[76] sulle implicazioni per il femminismo dell’utilizzo delle bio-tecnologie per enfatizzare l’autonomia riproduttiva femminile,[77] sull’impatto della tecnologia riproduttiva sulla struttura familiare e di parentela,[78] sul rapporto tra tecnologia riproduttiva e religione[79] e sulle conseguenze di conoscere le caratteristiche di un feto prima della nascita.[80]

In aggiunta a questo, entrambi, sociologi e antropologi, stanno aumentando le loro ricerche sull’effetto che la tecnologia di riproduzione assistita sta avendo su coppie dello stesso sesso e la loro capacità di ‘creare’ famiglie.[81] Quasi tutti questi studi, tuttavia, documentano come le forze individuali e sociali interagiscono senza soluzione di continuità all’interno della sfera della decisione circa la fertilità per stabilire se vi sia una – anche se molto particolare – strategia riproduttiva. Decisamente, le tecnologie riproduttive hanno riportato la questione del genere, del corpo, della biomedicina e della riproduzione come “merce” al centro della teoria sociale.[82] In ogni modo, tutti questi studi documentano un intreccio tra controllo sociale e culturale della riproduzione e identità della coppia.

■■ LA PROLE COME CAPITALE SOCIALE

I cosiddetti “antropologi materialisti” hanno postulato un approccio alla fertilità che interpreta “la prole come capitale sociale”. Questa è un’altra area di ricerca che collega gli interessi individuali e sociali. Come osservano Schoen, Kim et al. [83] le ricerche, come quelle di Bledsoe[84] e Handwerker[85], sottolineano l’aspetto strumentale rappresentato dalla prole nell’accesso alle risorse materiali critiche attraverso legami di parentela e di altre relazioni personali rese possibile dai figli.

Nelle società tradizionali, come quella dell’etnia Kpelle nella Liberia Centrale, le persone anziane usano la prole per stabilire alleanze con altre famiglie.[86] Giovani ragazzi sono comunemente offerti in custodia ad altre famiglie, mentre le figlie sono spesso utilizzate come esca per attirare i giovani benestanti durante i periodi di servizio domestico e diventare le partner in matrimonio di uomini potenti, come documenta Bledsoe. All’interno di queste pratiche, osservano Schoen, Kim et al., la prole costituisce una forma di capitale di investimento: più grande è il numero della prole, maggiore è il potenziale di rendimento. Tuttavia, mentre il ruolo di “capitale d’investimento” rappresentato dalla prole potrebbe apparire di essere stato sostituito da vie alternative alle risorse materiali, come l’istruzione e la previdenza sociale sponsorizzata dagli Stati nelle società incorporate ai mercati globali, Schoen , Kim et al. sostengono con forza la continua importanza critica della parentela e di altre relazioni personali create dalla prole nel provvedere agli adulti accesso alle risorse sociali strategiche. La condizione di genitore, argomentano Schoen, Kim et al., insieme a Hogan et al.,[87] può rafforzare la posizione all’interno delle reti sociali – in particolare nella fase iniziale in età adulta. Ad esempio, i genitori (e suoceri) di una prole già adulta possono essere molto più propensi a fornire sostegno emotivo, fisico e finanziario alla prole quando i figli stessi diventano genitori. Nello stesso modo che con l’accresciuto rapporti con i fratelli, i genitori sono anche più propensi dei non – genitori a cercare rapporti con i vicini, ad esempio per stabilire accordi informali di custodia dei bambini.[88] James Coleman,[89] in particolare, ha sostenuto che la creazione di nuove relazioni tra le persone a causa del parto – genitori, nonni, zie, zii, fratelli, amici – significa che una maggiore rete di supporto e di risorse è disponibile, risorse che ognuno può utilizzare per attuare i propri interessi di parentela. Infatti, all’interno di diversi tipi di genitorialità, ci sono differenze significative nelle interazioni riguardo il capitale sociale. Molte di queste interazioni di questo capitale sociale hanno un effetto significativo sulle prospettive del bambino così come su quelle dei genitori.

Correlato al capitale sociale, tuttavia, è il guadagno individuale di riprodursi. La questione della prole è stata studiata da van Balen & Inhorn[90] che ne riassumono le tematiche prevalenti:

( 1 ) desiderio di una sorta di “previdenza sociale”: i figli sono necessari per il sostegno successivo dei genitori;

( 2 ) desiderio di potere sociale: i figli sono una risorsa preziosa per accedere alle network sociali;

( 3) desiderio sociale di continuità: i figli soddisfano il bisogno di costruire strutture di discendenza;

( 4 ) investimento politico: i figli ereditano i contesti socio-politici genitoriali.

Il giornalista norvegese Ravn,[91] ha provocatoriamente suggerito che le persone scelgono di avere figli per viltà e per motivi egoistici – ‘gli adulti usano i bambini per andare avanti con la loro vita, per crescere e compiere un cerchio completo di esperienze di vita’. Ravn inverte il tradizionale ruolo del genitore come donatore di sicurezza e comfort, suggerendo che i figli offrono ai loro genitori l’unico rapporto stabile e duraturo possibile in un mondo incerto ed esigente.

La recente esperienza scandinava riguardo la riproduzione suggerisce che un contesto politico di alti livelli di supporto per i genitori, cioè quando lo Stato cerca di eliminare le ragioni economiche per non avere prole, l’argomento economico o della carriera della donna perdono forza nel determinare la dimensione della famiglia o rimanere completamente senza figli.[92] Infatti, la parziale eliminazione delle possibili cause per non avere figli non spiega completamente perché gli scandinavi scelgano di averli a priori in una società che si contraddice tra alti livelli di individualismo[93] e l’endorsement culturale (e politico) favorevole alla famiglia.[94] Per Ravn, la riproduzione è culturalmente naturalizzata”. Come dichiarano molti scandinavi: avere figli è una continuazione “naturale” nel corso della vita degli individui.[95]

Questa “naturalizzazione” della riproduzione nel modello scandinavo non implica che entrambi i partner siano d’accordo sul numero di figli che desiderano. Inoltre, va specificato che come documentato dagli studi del modello scandinavo, sebbene molte donne intendono l’urgenza alla riproduzione come parzialmente biologica oppure come un arricchimento in contrasto con il proprio individualismo, vi è un’interazione di fatti “sociali” e “naturali” o piuttosto una sorta di “naturalezza sociale” nel desiderio di riproduzione. Infatti, nel modello scandinavo molte donne considerano che la riproduzione sia il risultato di una pressione sociale e della convinzione che i figli diano un senso all’esistenza stessa che va oltre il proprio individualismo.[96]

■■ È LA MATERNITÀ BIOLOGICAMENTE PROGRAMMATA?

Prendendo spunti da questi studi si rende meno irreverente la domanda se la maternità sia biologicamente programmata? Infatti, alcuni studi documentano che l’infertilità involontaria “naturalizza” nelle donne un “desiderio riproduttivo e di genitorialità come inerente all’umano.[97] Altri studi contestano apertamente che la maternità sia biologicamente programmata[98] eppure è opinione comune l’idea che le donne siano “naturalmente” e “essenzialmente” madri.[99] Piuttosto che istintuale, questi studi suggeriscono che la maternità nelle donne dipenda dall’ambiente e delle circostanze individuali in cui ciascuna donna si ritrova. Meyers argomenta che poiché l’accettazione circa la maternità avviene spesso prima dell’età adulta, una tale assunzione non corrisponde ai criteri di una presa di decisione autonoma.[100]

Da una prospettiva femminista, gli studi di E. Sevon[101] sostengono che anche se il parto non è una necessità biologica per una donna, la maternità è saldamente radicata nell’idea dell’incarnazione femminile. Infatti, Battersby[102] sostiene che una caratteristica saliente, se si approccia la maternità dal punto di vista dell’identità delle donne, è la possibilità che il corpo femminile partorisca. Questo significa che ciascuna donna (a partire dell’infanzia) è in qualche modo consapevole delle potenzialità di partorire del suo corpo e, così, ogni donna ha bisogno di prendere qualche tipo di posizione su questa questione. Una concepibile conseguenza della presa di decisione autonoma della donna riguardo la maternità è che la donna finisca per essere vista responsabile esclusiva del sostegno della prole.

Altri studi, al riguardo, sostengono che la maternità è solo un elemento nel fare la scelta di avere prole. Ugualmente va considerato che il desiderio di maternità può essere riferito verso l’esperienza biologica e/o verso l’esperienza sociale della maternità. Infatti, una donna con figli non-biologici può soffrire la sua sterilità oppure una madre biologica può ancora trovare strana l’esperienza della maternità sociale.

Il desiderio di maternità, così come il rifiuto di essa, emerge in soggetti incarnati da ricordi e narrazioni culturali, da identificazioni consapevoli e inconsapevoli con rappresentazioni della maternità (dal rifiuto all’identificazione). Alcuni studiosi considerano tale desiderio come un’esperienza vissuta che ha un lato emotivo e, quindi, non spiegabile razionalmente. In questo senso, si può concettualizzare il desiderio della maternità come incarnato e inconscio e, pertanto, casuale e imprevedibile.

Infatti, si potrebbe asserire che piuttosto che ricercare argomenti definitivi basati sulla genetica sia a favore o contro la maternità biologicamente determinata, bisogna realizzare che vi è un intero spettro di possibilità che interagiscono tra loro. La ricerca in questo campo dovrebbe prestare attenzione alle complesse interazioni tra geni, esperienze del passato e stimoli ambientali, comprese le indicazioni sensoriali fornite dai bambini stessi e dalle persone nelle vicinanze. Questo, naturalmente, non è sorprendente visto che i geni non causano il comportamento in modo riflesso o cablato.[103] Così, la predisposizione biologica, la coercizione sociale e la scelta razionale sono considerazioni necessarie in ogni argomentazione relativa al perché fare figli nel 21esimo Secolo.

In definitiva, la demografia ecologica, centrata più sui rischi dell’affollamento demografico, considera relazioni che mai avrebbero interessato ai demografi classici. I demografi oggi sono più interessati ai costi e benefici riproduttivi per gli individui e la società, soprattutto all’interno di un contesto evolutivo. Questi nuovi approcci stanno migliorando di molto la nostra comprensione dell’evoluzione della riproduzione umana. Infatti, la questione della riproduzione dovrebbe essere oggetto di maggiore attenzione per le sue implicazione riguardo il bio-potere.  La nostra breve rassegna ci consente di concludere che nel suo significato più ampio la riproduzione è di per sé intuitiva. Nel complesso, si è cercato di esporre che i meccanismi biologici e socio-culturali, che operano nel contesto evolutivo, interagiscono senza soluzione di continuità nel determinare le motivazioni individuali a riprodursi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] L’ecologia evoluzionistica si può collocare all’intersezione dell’ecologia con la biologia evoluzionista. Si avvicina allo studio dell’ecologia riconoscendo, esplicitamente, le storie evolutive delle specie e le loro interazioni. Può essere vista anche come un approccio allo studio dell’evoluzione che incorpora una comprensione delle interazioni tra le specie. I principali sottocampi dell’ecologia evoluzionista sono l’evoluzione della storia della vita, la sociobiologia (l’evoluzione del comportamento sociale), l’evoluzione dei rapporti interspecifici (cooperazione, interazioni predatore-preda, parassitismo, mutualismo) e l’evoluzione della biodiversità e delle comunità.

[2] Forma di organizzazione delle popolazioni umane alla quale le nostre società hanno affidato il compito di attuare la strategia della riproduzione centrata sullo sviluppo e la sopravvivenza del singolo individuo. Nella cultura occidentale il concetto di famiglia spesso fa riferimento ad un gruppo di persone affiliate da legami consanguinei o legali, come il matrimonio o l’adozione o la discendenza da progenitori comuni. Molti antropologi sostengono che la nozione di “consanguineo” deve essere intesa in senso metaforico. Infatti, ci sono molte società di tipo non occidentale in cui la famiglia è intesa attraverso concetti diversi da quelli del “sangue”. La funzione primaria della famiglia è quella di riprodurre la società da un punto di vista socio-culturale. Per questo famiglia e società cambiano vicendevolmente, a seconda delle epoche e delle regioni del mondo. Per quanto riguarda la funzione di riproduzione della cultura della società da parte della famiglia, si parla di famiglia dell’orientamento per riferirsi al ruolo che essa ha verso i figli, per i quali la famiglia determina la collocazione sociale, e influisce fortemente sulla loro formazione culturale e nella loro socializzazione. Dal punto di vista sociologico, secondo recenti interpretazioni, la famiglia è quella specifica relazione sociale che lega la coppia ai figli, cioè interseca i rapporti fra i sessi con i rapporti fra le generazioni. Pur trattandosi di relazioni interpersonali che delimitano una sfera privata, la famiglia ha importanti funzioni per la società, e quindi ha una valenza pubblica. Le forme familiari sono state storicamente molto variabili. La famiglia è una struttura sociale (alcuni parlano di un ‘genoma sociale della famiglia’) che ha il compito di “umanizzare” le persone attuando il passaggio dalla “natura” alla cultura. In ogni modo, costituisce un’unità primaria di gestione delle popolazione da parte del bio-potere che la legittima e sostiene come unità essenziale della sua riproduzione.

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[11] Potts M. op. cit.

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[16] Il concetto di fitness, cioè della capacità di un genotipo di riprodursi e di trasmettersi alla generazione successiva, è fondamentale nella descrizione della selezione naturale. Essa conferirebbe un vantaggio riproduttivo all’individuo che la possiede. Di conseguenza, genotipi con fitness elevata aumenteranno di frequenza nelle generazioni successive e diventeranno i più rappresentati. La fitness si riferisce, quindi alla capacità di produrre prole. Poiché il numero di discendenti che un individuo può generare dipende sia della sua capacità di arrivare allo stato adulto sia alla sua fertilità, possiamo considerare la fitness come il prodotto di due componenti: vitalità e fertilità.

[17] Voland, E. Evolutionary ecology of human reproduction. In “Annual Review of Anthropology”, vol. 27 pp. 347-374, 1998

[18] Voland, E. op. cit

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[21] La teoria della transizione demografica si basa sul principio che le variazioni spaziali della mortalità e della natalità sono dovute a differenze di evoluzione demografica. Lo schema della transizione demografica è un modello spazio-temporale che permette di descrivere il passaggio da una popolazione che ha tassi di natalità e mortalità elevati a una popolazione con tassi di natalità e mortalità bassi. L’ipotesi di base della teoria della transizione demografica è che tutte le popolazioni del mondo si evolvono allo stesso modo, con delle tappe fisse in questa linea evolutiva. Il modello è stato costruito dai demografi in base alle loro osservazioni e alle loro analisi sull’evoluzione delle popolazioni dei paesi europei e nordamericani al fine di spiegare il motivo del passaggio da un regime a forte natalità e mortalità a bassi valori degli stessi tassi. Secondo la teoria della transizione demografica, esiste un regime demografico antico e uno moderno, separati da una doppia fase di transizione. La situazione nel regime antico è caratterizzata da elevati tassi di natalità compensati da altrettanto elevati tassi di mortalità, è il caso che si riscontra ancora oggi nei paesi più poveri. Nella prima fase della transizione, lo sviluppo di una società permette la riduzione della mortalità, ma permane ancora un elevato tasso di natalità legato alla tradizione socio-culturale promiscua (in questa fase si collocano i paesi più poveri dell’Africa, dell’Asia meridionale e la Bolivia). Nella seconda fase della transizione, i costi crescenti (legati al nucleo familiare molto esteso) producono una tendenziale diminuzione della natalità oltre a un generale cambiamento della società in questione (in questa fase si collocano Cina, India e gran parte dell’America Latina). Infine, quando il tasso di natalità eguaglia quello di mortalità, si raggiunge il “regime moderno” (vi fanno parte i paesi Europei e Nordamericani). Il modello della transizione demografica è usato dall’ONU per effettuare delle previsioni sulla crescita della popolazione mondiale.

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Bribiescas, op. cit.

[24] Kaplan, H. A theory of fertility and parental investment in traditional and modern human societies. In “Yearbook of Physical Anthropology”, vol. 39, pp. 91-135, 1996

[25] In biologia evoluzionistica, con il termine investimento parentale si intende qualsiasi spesa dei genitori (tempo, energia, ecc) che beneficia un membro della prole a un costo che limita la capacità dei genitori di investire in altri componenti della fitness. Componenti della fitness comprendono il benessere della prole esistente, la riproduzione futura dei genitori e la fitness attraverso l’aiuto di parenti, chiamata selezione di parentela. L’investimento parentale è talvolta erroneamente identificato con la semplice cura dei genitori o sforzo dei genitori. La teoria dell’investimento parentale è un ramo della teoria della storia della vita.

[26] Kaplan H., op. cit. 1996

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[28] La fitness si misura per mezzo del successo riproduttivo, cioè dal numero medio dei figli in grado, a loro volta, di riprodursi.

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[31] Per una discussione più ampia sul valore della prole nelle società tradizionali, si veda anche Nag,  Mueller & Short, Corbridge & Watson e Pobutsky-Workman

[32] Voland E. op. cit. 1998

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