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Conceptual Papers

SVILUPPO COGNITIVO – CULTURALE UMANO DECOSTRUZIONE DEI RETAGGI METAFISICI

SVILUPPO COGNITIVO – CULTURALE UMANO       DECOSTRUZIONE DEI RETAGGI METAFISICI

Rinaldo Octavio Vargas, sociologo & Eugenia D’Alterio, biologa

In questo breve accenno alla visione postmoderna circa lo sviluppo cognitivo e la cultura si propone decostruirne l’interpretazione tradizionale. Infatti, nel pre-ordinamento culturale ordinario del mondo in cui omologhiamo le nostre esistenze, la cultura è intesa precostituita e definita come il mondo dell’arte, della scienza, della letteratura e cosi via. Una simile ideologizzazione la ritroviamo riguardo la mente umana intesa come pre-strutturata da un disegno intelligente. La prospettiva è quella di intendere lo sviluppo della mente umana e della cultura come un processo di co-evoluzione. In questo senso, la cultura è da interpretare come “informazione[1] e la mente come un insieme di programmi e di applicazioni che l’organizzano e la gestiscono.

Comunicando ciascuno di noi scopre che le circonvallazioni metaforiche hanno la funzione di avvicinare la comprensione nel destinatario. Per questa ragione, piuttosto che provare a proporre l’idea della co-evoluzione in termini prettamente nozionistici e/o concettuali, si preferisce avanzare una domanda che sembrerà alquanto inappropriata, vale a dire: cosa possiamo fare con il nostro intelletto che una colonia di termiti non potrebbe fare?

Una colonia di termiti, ad esempio, è incredibilmente competente in molti modi. Questa colonia la possiamo trattare come un’entità o, meglio, come un unico agente cognitivo che esegue comportamenti abbastanza complessi ma definiti. Pensiamo ora al cervello umano, 100 miliardi di neuroni, circa, e ciascuno, singolarmente, è più “banale” di una singola termite ma che nel loro insieme consentono all’organismo umano prestazioni eccezionali. Neuroni che sono interdipendenti ma con competenze proprie. Ora l’ulteriore domanda da porci sarebbe questa: – come il cervello umano è capace di organizzarsi similmente ad una colonia di termiti e molto oltre?

È chiaro che la risposta a questa domanda ha a che fare con la nostra capacità cognitiva di realizzare un linguaggio e una cultura. Dunque, la risposta ha a che fare con la nicchia cognitiva e culturale e, in particolare, col fatto che noi non possediamo né l’una né l’altra separatamente perché entrambe sono il risultato di un processo co-evolutivo adattivo umano.

Questo breve excursus ci pone dinnanzi ad un’ulteriore domanda riguardo la conoscenza di noi stessi: cosa sappiamo relativamente alla cognizione umana e alla cultura, cioè alla loro co-evoluzione? E come la cultura, variamente pianificata, condiziona i nostri cervelli per renderli più cognitivi o viceversa? Dunque, se ci chiediamo ancora cosa sia venuto prima, l’uovo o la gallina, col pensiero comune potremmo asserire che prima siamo diventati intelligenti e poi abbiamo avuto la cultura ma, congetturando ancora all’interno del pensiero convenzionale, potremmo sostenere che prima abbiamo avuto la cultura che ci ha permesso di diventare intelligenti. La risposta, invece, meno convenzionale, è che non vi è né un prima né un dopo perché cognizione e cultura sono il risultato di un processo adattivo co-evolutivo.

Ciò che si propone è di pensare allo sviluppo cognitivo e culturale come un processo parallelo che inizia in un modo molto darwiniano genetico – adattivo e che diventa meno darwiniano col passare del tempo.

Cercando di pensare a ciò che accadeva nei primi tempi del proto-linguaggio gestuale e parlato sempre più specializzato, possiamo immaginare che i nostri antenati si trovarono piuttosto confusi e utilizzarono quelle modalità di comunicazione non perché ne compresero subito l’utilità ma perché capitava migliorando le loro performance adattive e cooperative tra individui. Ma una volta acquisiti, quei gesti e termini diedero loro cognizioni che prima non avevano e così l’umanità cominciò ad essere in grado di fare cose inimmaginabili nella palude della preistoria e il cervello umano si strutturò, man mano, evolvendosi in modo impensabile. Con la capacità simbolica del linguaggio l’uomo è stato in grado di governare una quantità enorme di informazione, informazione che noi ancora miglioriamo, elaboriamo, conserviamo e tramandiamo ai nostri discendenti. È, proprio, questa informazione che apre la strada a “cosa e come fare” per sopravvivere, informazione che, nella Post-Modernità, definiamo cultura.

Molte delle tendenze e delle strutture stabili e dei pattern che noi osserviamo nel mondo della cultura umana sono ben spiegati da una sorta di modello economico, ossia in funzione del loro carattere strumentale o utilitaristico e del loro valore di scambio e/o simbolico. Noi apprezziamo gli utensili, la tecnologia, i gioielli, i quadri e via dicendo. Noi scambiamo le realizzazioni culturali, le comperiamo, le vendiamo o le conserviamo investendo denaro e tempo in esse. Questo livello della cultura esiste, ma esso è solo relativo al più recente sviluppo della cognizione e cultura umana e di carattere così rapido da non riferirsi più ad una evoluzione di tipo darwiniano.

Ora, se si considera questa argomentazione dalla prospettiva della teoria della co-evoluzione possiamo ancora aggrapparci a una delle nostre idee preferite: il meme. La teoria del meme costituisce una prospettiva utile a spiegare i primi tempi della cognizione culturale umana. Infatti, il migliore esempio dei memi sono le parole. Le parole sono memi che possono essere pronunciati, questo costituisce il loro genere e la loro specie. Le parole entrano in esistenza non perché inventate e i linguaggi sono entrati in esistenza non perché progettati da designer umani intelligenti: i linguaggi sono “capitati” nell’evoluzione adattiva cognitiva culturale allo stesso modo in cui l’ala di un uccello e l’occhio umano sono il risultato adattivo dell’evoluzione genetica. Ma l’evoluzione adattiva genetica non basta più per rendere un resoconto comprensivo dell’evoluzione cognitiva culturale umana nella sua complessità attuale. Quindi, è sì necessario pensare all’evoluzione cognitiva – culturale che anche se è stata profondamente darwiniana nel suo inizio naturale, nella misura che il tempo è passato, lo è diventata sempre meno e sempre meno associata all’idea di un disegno intelligente o di una teleologia metafisica.

Per illustrare questa prospettiva di uno sviluppo senza un designer intelligente vi sono esempi abbastanza semplici. Infatti, questo è ciò che accade nella costruzione di una colonia di termiti, il prodotto di piccole entità che in sé stesse non sono molto comprensive ma molto competenti nel lavoro di insieme, comportamento derivato da millenni di addestramento evolutivo, oppure nello sviluppo dell’embrione umano che è il risultato di un processo bottom-up (dal basso verso l’alto).[2]

Un processo botton-up è ciò che risulta se si cerca di rappresentare l’evoluzione cognitiva – culturale come co-evoluzione. Infatti, in basso possiamo collocare la cultura umana nei suoi primi giorni, che è profondamente darwiniana, il che significa che vi è scarsa comprensione di sé. Al centro possiamo considerare un ampio spazio di ricerca. Si tratta di uno spazio di casualità, di tentativi ed errori, poca intelligenza o poca comprensione ovunque, uno spazio dove l’ordine è locale e non globale. Questo è lo spazio dove la maggior parte della nostra esistenza trascorre in cooperazione e competizione, sfruttando i difetti che scopriamo in ogni stratagemma di sopravvivenza. Che cosa dovremmo mettere allora in alto? Nella nostra interpretazione della cognizione culturale dovremmo collocare indubbiamente Einstein, Stravinskij, Picasso. Ma nemmeno loro sono il risultato di un disegno intenzionale.  Anch’essi, uomini di genio, sono capitati nell’evoluzione cognitiva culturale adattiva.

Ora attribuiamo l’idea di un processo darwiniano di tentativi adattivi alla mente umana. Questo è ciò che la mente umana è, si tratta di un’organizzazione che non si è evoluta solo con una genetica selettiva. Infatti, nel crescere un bambino nel mondo sociale e culturale, ciò che noi fondamentalmente facciamo è istruirlo con migliaia di “informazioni” e “meta – informazioni” che si installano sull’hardware del suo cervello fatto da miliardi di neuroni turbolenti. Il punto è quello di vedere come avviene questo processo di socializzazione culturale? In proposito, qualcosa sappiamo sia livello teorico che a livello sperimentale.

La teoria del meme propone che il linguaggio si installa. La prima volta che il bambino sente un meme (cioè un’entità formativa, come una parola) esso è solo un suono. La seconda volta, gli è in qualche modo famigliare. La terza volta, il bambino focalizza meglio il meme nel contesto e ben presto, mediante un processo di installazione graduale, una costruzione di quella informazione si struttura nel suo cervello rimanendo disponibile per essere utilizzata a svolgere compiti adattivi, cioè di sopravvivenza, in un ambiente sociale specifico.

“Sull’installazione delle applicazioni culturali nel cervello umano” disponiamo anche di alcune referenze sperimentali.  Di recente Deb Roy[3] ha condotto un lavoro sul progetto HUMAN SPEECHOME nel quale ha costruito uno straordinario database sull’apprendimento del linguaggio osservando il proprio figlio. Questo lavoro gli ha consentito, oggi, di rispondere quante volte, mediamente, una parola (in inglese) era stata usata in presenza del figlio perché il piccolo cominciasse a provare a proferirla. Sorprendentemente non moltissimo. In media, solo cinque volte. Molti pattern interessanti sono emersi e stanno cominciando ad emergere da quel database.

La cosiddetta “mente” nel suo alto profilo non è che un mosaico di stratagemmi fatti dallo sfruttamento delle abitudini sottostanti, alcune delle quali sono geneticamente codificate ma la maggior parte delle quali sono esse stesse acquisite attraverso un meccanismo sostanzialmente Pavloviano nella prima infanzia.[4]

Questa visione post-moderna della cognizione e cultura umana si rifà fondamentalmente a Daniel C. Dennett.[5] Essa urta, certamente, con la visione romantica o di perfezione al riguardo, ma ci introduce ad una rielaborazione di questi eventi in termini meno metafisici. Installarci il meme della co-evoluzione cognitiva – culturale come una colossale impiantistica di applicazioni sull’hardware del nostro cervello forse ci renderebbe più pragmatici, incrementando la nostra capacità di farci carico di noi stessi per ciò che, oggi, siamo, decostruendo, così, dei retaggi metafisici.

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Intesa come informazione “di massima” per attuare il soddisfacimento dei nostri bisogni materiali e simbolici in un modo approvato dalle nostre comunità di appartenenza o riferimento.

[2] R. O. Vargas, E. D’Alterio & S. Palma. Sequenze di geni capaci di dirigere un processo di auto-assemblaggio. Quello che accade, concretamente, in embriologia! In “BIO Educational Papers Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità Retroscena”, Anno II, Numero 7, Settembre 2013, pp. 24-32.

[3] Deb Roy è un professore ordinario a MIT e dirige il Cognitive Machines Group, un laboratorio di Media dove vengono condotte ricerche sul linguaggio, sui giochi e sulle dinamiche sociali nell’intersezione tra intelligenza artificiale e la psicologia cognitiva.

[4] Peter Godfrey-Smith. Complexity and the Function of Mind in Nature. Cambridge University Press. 1998.

[5] Daniel C. Dennett & Douglas Hofstadter. The Mind’s I. Fantasies and Reflections on Self and Soul. Bantam, Reissue edition New York, 1985

(Edizione in italiano: L’Io della mente, 1992, Adelphi)

Daniel C. Dennett. Consciousness Explained. Back Bay Books Boston 1992 (Edizione in italiano: Coscienza – Che cosa è, 2009, Editori Laterza)

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